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Archive for gennaio 2019

“…guarda bene la colonna per conoscere la causa della malattia…” 
Ippocrate

 

Le “placche cutanee” e la loro “memoria”

Dal 1996 mi dedico assiduamente allo studio e all’indagine di particolari punti cutanei, collegati alla memorizzazione di eventi stressanti, e che sono localizzati sui versanti laterali dei processi spinosi delle vertebre. Si tratta di 24 coppie di punti (o meglio “placche cutanee” come specificherebbe il prof. Giuseppe Calligaris ), scaglionate dalla prima cervicale alla quinta lombare con esclusione del segmento sacrococcigeo. Questi stessi punti sono perfettamente sovrapponibili ai cosiddetti punti Fuori Meridiano, denominati HuaTuojiaji, molto conosciuti in Medicina Tradizionale Cinese.

Quale meraviglia nascondono queste placche spinali? La risposta risiede nella capacità di questi punti di attivarsi in relazione ad accadimenti dolorosi, di registrare cioè gli effetti di esperienze stressanti secondo un preciso modello temporale. Si tratta di una rivoluzionaria ipotesi cronobiologica, densa di ricadute sul piano clinico. La nostra prima riflessione è la seguente: se è plausibile l’esistenza di queste placche spinali, che registrano segnali a carattere traumatico, questo porta a pensare che esistano mappe neurali della nostra memoria autobiografica oltre i limiti dei confini cranici. In altre parole possiamo immaginare che perlomeno anche le strutture nervose spino-midollari possano in qualche misura codificare la registrazione di eventi a connotazione traumatica. Non dimentichiamo inoltre che le strutture spinomidollari (il midollo spinale, per intenderci) rappresentano, sul piano filogenetico, le architetture neurali più arcaiche in senso assoluto, compatibili in  questo senso con una forma di “Memoria” meno sofisticata, ma più stabile, perché stratificata in milioni di anni di evoluzione biologica.

Il linguaggio, con cui si esprime questa particolare forma di memoria, è ovviamente un linguaggio “non-verbale”, esplicitato attraverso i meccanismi dei riflessi e della sensibilità. Possiamo quindi definire le strutture spinomidollari come la sede elettiva della “memoria archicorticale”, in contrapposizione con la “memoria paleocorticale” del sistema limbico e con quella “neocorticale” della corteccia cerebrale.

Le nostre “memorie”

Sotto il profilo neurofisiologico il midollo spinale insieme al tronco encefalico rappresenta una fondamentale via di comunicazione degli stimoli e delle informazioni fra la periferia (cute, visceri, apparato locomotore, etc.) e il centro (centri nervosi superiori endocranici) e consente il corretto svolgimento delle nostre attività automatiche e istintuali. Presiede in altre parole al normale funzionamento della nostra vita vegetativa (controllo della respirazione, della frequenza cardiaca, del ritmo veglia-sonno, etc.). MacLean ha denominato “cervello rettile” (reptilian brain) questa porzione del nostro sistema nervoso, perché sostanzialmente simile a quella dei rettili, differenziandolo dalle strutture superiori endocraniche come il sistema limbico, il cosiddetto “cervello emotivo” (mammalian brain) in comune con gli altri mammiferi e gli uccelli, e la porzione più evoluta, la neocorteccia.

La memoria rettiliana e il ricordo dei traumi

Tornando al tema centrale di questo articolo, le indagini da me svolte fino a oggi sul cosiddetto “cervello rettile”, hanno rivelato la possibile esistenza di precise mappe neurali, che agiscono in relazione ad eventi stressanti sulla base di una matrice temporale. In altre parole si tratta di mappe neurali extracraniche collegate alla nostra memoria autobiografica.

Quanto avviene nel corso della nostra esistenza viene così registrato non soltanto nelle aree cerebrali, ma anche in quelle spinomidollari. Ma di quali eventi si fa carico la nostra memoria “rettiliana”? Di quelli relativi ai giorni spensierati e felici della nostra giovinezza o quelli di un lieto evento come il primo amore, la nascita di un figlio, una importante promozione scolastica, un successo lavorativo? No, la memoria “rettiliana” registra in profondità quegli eventi, che abbiamo percepito come minacciosi per la nostra integrità, attivando processi di tipo inibitorio. Il cervello rettiliano prende il sopravvento, perché il suo arcaico codice evolutivo gli impone soltanto di conservare l’individuo e quindi la specie.

La profonda stratificazione di informazioni legate a eventi connotati come “dolore”, “pericolo”, “minaccia”, “separazione”, “allontanamento” o “perdita”, consente di ricordare  in modo non-conscio una precedente esposizione, per poterla evitare. L’ingestione innocente di attraenti bacche rosse si può tradurre per l’ominide di un milione di anni fa in una esperienza dall’esito mortale. La fortuita sopravvivenza a questo evento ha il preciso scopo di attivare una reazione di evitamento, ogni qualvolta si venga a contatto con le micidiali bacche rosse. Ricordare l’evento a più livelli, coscienti e non, incrementa statisticamente non soltanto la possibilità di evitare quel particolare tipo di esperienza, ma in ultima analisi la sopravvivenza di quell’ominide, del suo clan e della sua discendenza.

In ultima analisi il nostro cervello rettile contiene una particolare memoria di allarme, che si riaccende prontamente quando il corpo percepisce una vera o presunta riesposizione all’evento traumatico. La reingestione accidentale di bacche rosse simili per forma e colore, ma non tossiche, tenderà a riprodurre nell’ominide una sintomatologia analoga (anche se in scala ridotta) a quella sofferta al primo contatto. La riproduzione dei sintomi simili alla prima esposizione sono innescati in modo automatizzato dalla cosiddetta memoria di allarme del cervello rettile e hanno verosimilmente lo scopo di salvaguardare l’integrità fisica dell’individuo, cortocircuitando l’intenzionalità decisionale della nostra corteccia cerebrale (decidere se ingerire o meno le bacche rosse).

Diversificazioni del processo traumatico

Nel corso della nostra lunghissima evoluzione e della progressiva sofisticazione dei nostri circuiti cerebrali superiori, abbiamo via via potenziato la capacità di elaborare pensieri di tipo astratto. Le fonti di possibile minaccia si sono anch’esse virtualizzate, passando dall’esposizione tossica alle bacche rosse,

  • alla esposizione traumatica di una bocciatura scolastica,
  • di un mobbing strisciante in ambito lavorativo,
  • di un ingiustificato licenziamento,
  • di un divorzio e di altri eventi.

Siamo inoltre esposti di continuo ad una serie infinita di microtraumatismi emozionali, che oltrepassano la soglia di coscienza e di cui non siamo apparentemente consapevoli. La memoria di allarme del nostro cervello rettile registra non soltanto gli effetti di eventi evitabili come l’accidentale ingestione di bacche velenose, ma anche gli esiti di esperienze inevitabili come il lutto.

L’irreversibilità di un trauma, come la separazione definitiva dai propri familiari, può determinare sofferenza non soltanto nello spirito, ma anche nel corpo. E’ in grado di attivare processi di natura patologica, che minacciano l’integrità dell’individuo. Allo stato attuale delle ricerche è difficile comprendere perché anche questi ricordi potenzialmente pericolosi per la nostra personale sopravvivenza vengano stratificati nei circuiti spinomidollari della nostra memoria di allarme, se invece il suo preciso scopo sarebbe quello di garantire la difesa della nostra integrità.

Nel caso specifico dei traumi da lutto, peraltro così frequenti nella vita dei nostri antenati per le ridotte aspettative di sopravvivenza, potrebbe aver potenziato inconsapevolmente il ricorso alla procreazione, non solo per soddisfare le istintuali modalità riproduttive che ci legano agli altri mammiferi e non solo per rimpiazzare in modo opportunistico i membri familiari deceduti, necessari al sostentamento del clan. Ma la finalità della procreazione in mammiferi così evoluti (forse) come gli essere umani, potrebbe essere anche quella di antidotare il terribile dolore del distacco dai nostri congiunti e garantire in questo modo la conservazione delle nostre memorie attraverso la discendenza.

Punti spinali ed epoche della vita

La finalità di questa lunga introduzione è comprendere se sussista la possibilità di interagire positivamente con i dispositivi della nostra memoria rettiliana, per bilanciare gli effetti tossici delle esperienze traumatiche, a cui siamo esposti nel corso della nostra esistenza. Come ho spiegato all’inizio, abbiamo la possibilità di comunicare in modo sostanzialmente diretto con i dispositivi della nostra memoria rettiliana, accedendo ai punti cutanei di proiezione spinomidollare.

Si formula l’ipotesi, avvalorata sul piano clinico, che ogni punto spinale corrisponda ad una precisa epoca della vita secondo un ciclo ripetuto di 60 anni che parte dalla prima cervicale. In senso craniocaudale la numerazione scende di una vertebra per anno anagrafico (ad eccezione del tratto cervicale) per giungere alla quinta lombare, che corrisponde al periodo dei 30 anni. Poi si compie un giro di boa in senso ascendente per chiudere il ciclo al 60° anno di vita sulla prima cervicale.

Un trauma (lutto, separazione, trauma fisico, etc.) in un certo periodo della nostra esistenza si stratifica su una precisa area, che resta dolorabile anche a distanza di anni. Questi punti spinali possiedono perciò la meravigliosa facoltà di registrare il Tempo della nostra vita, così come gli anelli concentrici della sezione di un tronco documentano l’intero ciclo biologico di un albero. Le verifiche cliniche hanno dimostrato che questi punti temporali possano essere identificati in base alla dolorabilità delle singole vertebre alla digitopressione. Inoltre possono essere eccitati mediante picchiettamento spinale (spinal tap) con il martelletto neurologico e produrre così riflessi nervosi a distanza (sensazioni di caldo e di freddo, orripilazione cutanea, parestesie agli arti, ripercussioni viscerali, etc.) nei distretti somatici, colpiti dagli effetti di un traumatismo emotivo o fisico.

La risposta corporea è totalmente autonoma da possibili arrangiamenti corticali, perché viene generata in modo diretto dalla eccitazione di precise aree riflesse delle strutture spinomidollari. Il riflesso viscerale avvertito in sede gastrica dal paziente dopo stimolazione della seconda lombare (27° anno di vita), corrispondente alla morte del padre per carcinoma gastrico, è un riflesso del tutto nuovo rispetto alla nota segmentazione metamerica (le radici spinali della 2° lombare non innervano infatti lo stomaco).

Quale nuovo e misterioso riflesso si è attivato? Si tratta forse di una sensazione soggettiva casuale? Il riflesso generato dai dispositivi “rettiliani” corrisponde ad una precisa mappa neurale extracranica, che contiene dati temporali (il 27° anno di vita) e informazioni viscerali (lo stomaco) come esito di una esperienza traumatica. Le prove sui punti spinali consentono abilmente di cortocircuitare pericolose intromissioni delle strutture e dei circuiti corticali, in grado di generare risposte devianti. Il paziente potrebbe infatti spiegarmi in assoluta buona fede di aver superato totalmente il trauma per la morte del padre.

La verifica diagnostica, ottenuta mediante l’eccitazione dei circuiti spinali, è densa di ricadute sul piano clinico in generale, ma anche su quello specifico della terapia. Queste singolari porte biologiche di accesso temporale sulla colonna ci consentono di intervenire sugli effetti di queste memorie disturbanti, per poter ripristinare l’equilibrio. In che modo? Semplicemente concentrando la nostra azione terapeutica su queste aree cutanee. Si può intervenire con

  • l’agopuntura,
  • la digitopressione locale (Shiatzu sui punti di Hua Tuo),
  • l’applicazione di magneti (osservando le opportune precauzioni),
  • la cromopuntura,
  • il micromassaggio con olii essenziali e Fiori di Bach (floripuntura spinale secondo Di Spazio).

A prescindere dalle modalità di intervento, ho denominato questa metodica AgeGate Therapy, per sottolinearne la stretta connessione con la dimensione del Tempo.

A conclusione di questo articolo, desidero riportare una bellissima frase del prof. Giuseppe Calligaris, insigne neuroscienziato, che mi ha guidato in questa difficile, ma esaltante avventura e che afferma in uno dei suoi innumerevoli scritti “…il nostro corpo è uno specchio fedele del nostro spirito, e questo di quello…”.

Placche spinali ed esperienze terapeutiche

Un esempio dalla clinica consente di comprendere meglio la funzione terapeutica di questi singolari punti spinali.

D.L. è una giovane donna di 32 anni, che lamenta da parecchio tempo la comparsa di dolorose cistiti recidivanti. Nel corso degli anni è dovuta ricorrere spesso a terapie antibiotiche per debellare le infezioni vescicali. Gli esami delle urine hanno mostrato la comparsa successiva di diversi microrganismi (coliformi, mycoplasma pneumoniae, etc.), condizionando terapie antibiotiche sempre più aggressive. All’anamnesi personale effettuata in prima visita non sono emersi dati di particolare importanza, se non le classiche malattie esantematiche dell’infanzia e un intervento di appendicectomia a 14 anni. In questa occasione è stato trattato il punto di agopuntura 3 CV per la sua capacità di riequilibrare energeticamente il meridiano della Vescica. Al secondo controllo D.L. riferisce un lieve e temporaneo miglioramento dei sintomi, ma comunque sempre una spiacevole sensazione di peso vescicale.

Comunica inoltre di aver annotato i sogni delle prime cinque notti (richiesta effettuata in prima visita) e mostra il foglietto per leggerlo. Due sogni riguardano esperienze della vita quotidiana, mentre il terzo richiama scene di vita scolastica con compagni di classe dei primi anni delle superiori. Alla domanda se ricorda qualche avvenimento stressante di quel periodo, la paziente rimane incerta nel fornire una risposta. Per una manciata di secondi il suo volto appare come congelato, anche se accenna involontariamente una impercettibile contrazione verso il basso degli angoli della bocca.

Poco dopo il viso si arrossa, la parola si spezza, e D.L. esplode in un travolgente pianto, scosso da ripetuti singhiozzi. A fatica finalmente si calma e mi confessa di aver abortito intorno ai 16 anni. La successiva indagine sulla colonna vertebrale rileva un intenso dolore puntorio alla digitopressione sulla quarta dorsale, che in aderenza al modello cronobiologico corrisponde esattamente al 17° anno di età. L’eccitazione del punto spinale con il martelletto neurologico accentua in maniera percepibile il senso di “peso” sulla vescica. La stimolazione terapeutica del punto sulla quarta dorsale associata a quella di 3 CV ottiene finalmente gli esiti sperati.

Fonte http://www.scienzaeconoscenza.it

Vincenzo Di Spazio, medico, è stato professore incaricato presso la Scuola di Specializzazione in Biotipologia e Metodologia Omeopatica dell’Università di Urbino dal 1994 al 2002. Dal 1996 si occupa di cronobiologia degli psicotraumatismi e su questa base ha elaborato un modello temporale applicato a precise microaree della cute (cronozonidi spinali). Si tratta di particolarissimi punti “trigger”, che segnalano eventi di natura traumatica, e che possono essere stimolati per ottenere un effetto terapeutico (AgeGate Therapy). La scoperta di queste nuove “placche cutanee” si inserisce nel quadro degli studi clinici e sperimentali sulla cute “neurologica”, già estesamente documentati nelle opere del professor Giuseppe Calligaris (1876-1944), geniale e finissimo neuroscienziato italiano, noto per i suoi famosi esperimenti.

 

FONTE: Dionidream (Dr Vincenzo di Spazio MD, Medico)

 

(ENGLISH VERSION)

“… look carefully at the column to know the cause of the disease …”
Hippocrates

The “cutaneous plaques” and their “memory”

Since 1996 I devote myself assiduously to the study and investigation of particular cutaneous points, connected to the memorization of stressful events, and which are located on the lateral sides of the spinous processes of the vertebrae. These are 24 pairs of points (or rather “cutaneous plaques” as Prof. Giuseppe Calligaris specifies), staggered from the first cervical to the fifth lumbar with the exclusion of the sacrococcygous segment. These same points are perfectly superimposable to the so-called Out-of-Meridian points, called HuaTuojiaji, very well known in Traditional Chinese Medicine.

What wonder do these spinal plates hide? The answer lies in the ability of these points to be activated in relation to painful events, ie to record the effects of stressful experiences according to a precise temporal model. It is a revolutionary chronobiological hypothesis, full of consequences on the clinical level. Our first reflection is the following: if the existence of these spinal plaques, which register traumatic signals, is plausible, this leads us to think that there are neural maps of our autobiographical memory beyond the limits of the cranial borders. In other words we can imagine that at least spino-medullary nerve structures can to some extent codify the recording of events with traumatic connotations. Let’s not forget that the spinomidullar structures (the spinal cord, to be clear) represent, on the phylogenetic plane, the most archaic neural architectures in an absolute sense, compatible in this sense with a less sophisticated form of “Memory”, but more stable, because stratified in millions of years of biological evolution.

The language, with which this particular form of memory is expressed, is obviously a “non-verbal” language, expressed through the mechanisms of reflexes and sensitivity. We can therefore define the spinomidullar structures as the elective seat of the “archicortical memory”, as opposed to the “paleocortical memory” of the limbic system and with the “neocortical” one of the cerebral cortex.

Our “memories”

From a neurophysiological point of view, the spinal cord together with the encephalic trunk represents a fundamental way of communication of the stimuli and information between the periphery (skin, viscera, locomotor apparatus, etc.) and the center (upper intracranial nerve centers) and allows the correct unwinding of our automatic and instinctual activities. In other words, it presides over the normal functioning of our vegetative life (control of respiration, heart rate, sleep-wake rhythm, etc.). MacLean called this “reptile brain” (reptilian brain) this portion of our nervous system, because it is substantially similar to that of reptiles, differentiating it from higher intracranial structures such as the limbic system, the so-called “emotional brain” (mammalian brain) other mammals and birds, and the most evolved portion, the neocortex.

The reptilian memory and the memory of traumas

Returning to the central theme of this article, the investigations I have carried out to date on the so-called “reptile brain” have revealed the possible existence of precise neural maps, which act in relation to stressful events on the basis of a temporal matrix. In other words, these are extracranial neural maps linked to our autobiographical memory.

What happens in the course of our existence is thus registered not only in the cerebral areas, but also in the spinomidullar areas. But what events does our “reptilian” memory take charge of? Of those related to the carefree and happy days of our youth or those of a happy event like the first love, the birth of a child, an important scholastic promotion, a work success? No, the “reptilian” memory records in depth those events, which we perceived as threatening for our integrity, activating processes of an inhibitory type. The reptilian brain takes over, because its archaic evolutionary code only requires him to preserve the individual and therefore the species.

The deep stratification of information linked to events characterized as “pain”, “danger”, “threat”, “separation”, “distance” or “loss”, allows us to remember in a non-conscious way a previous exposure, to avoid it. The innocent ingestion of attractive red berries can be translated for the million-year-old hominid into a deadly experience. The fortuitous survival of this event has the specific purpose of activating an avoidance reaction, whenever it comes into contact with the deadly red berries. Remembering the event on several levels, conscious and not, statistically increases not only the possibility of avoiding that particular type of experience, but ultimately the survival of that hominid, of his clan and of his descendants.

Ultimately our reptilian brain contains a special alarm memory, which is readily re-ignited when the body perceives a real or presumed re-exposure to the traumatic event. The accidental reestablishment of red berries similar in shape and color, but not toxic, will tend to reproduce in the hominid a similar symptomatology (even if on a reduced scale) to that suffered at first contact. Reproduction of symptoms similar to the first exposure are triggered automatically by the so-called reptile brain alarm memory and are likely to safeguard the physical integrity of the individual, short-circuiting the intentional decision-making of our cerebral cortex (deciding whether to ingest or less red berries).

Diversification of the traumatic process

During our long evolution and the progressive sophistication of our higher brain circuits, we have gradually strengthened the ability to elaborate abstract thoughts. The sources of possible threats have also become virtualized, going from toxic exposure to red mouths, to the traumatic exposure of a school rejection, a creeping mobbing in the workplace, an unjustified dismissal, a divorce and other events. We are also continuously exposed to an endless series of emotional microtraumatisms, which cross the threshold of consciousness and of which we are apparently not aware. The alarm memory of our reptilian brain records not only the effects of avoidable events such as the accidental ingestion of poisonous berries, but also the outcomes of inevitable experiences such as mourning.

The irreversibility of a trauma, like the definitive separation from one’s own family, can cause suffering not only in the spirit but also in the body. It is able to activate processes of a pathological nature, which threaten the integrity of the individual. At the present state of research it is difficult to understand why even these memories potentially dangerous for our personal survival are stratified in the spinomidollar circuits of our alarm memory, if instead its precise aim is to guarantee the defense of our integrity. In the specific case of grieving traumas, which are so frequent in the lives of our ancestors due to their reduced survival expectations, they may have unconsciously strengthened the use of procreation, not only to satisfy the instinctual reproductive modalities that bind us to other mammals and not only for opportunistic replacement of deceased family members necessary for the maintenance of the clan. But the purpose of procreation in mammals so evolved (perhaps) as human beings, could also be to antidote the terrible pain of detachment from our relatives and thus ensure the preservation of our memories through descent.

Spinal points and eras of life

The purpose of this long introduction is to understand if there is the possibility of interacting positively with the devices of our reptilian memory, to balance the toxic effects of the traumatic experiences, to which we are exposed in the course of our existence. As I explained at the beginning, we have the possibility of communicating in a substantially direct way with the devices of our reptilian memory, by accessing the cutaneous projection points.

The hypothesis is hypothesized, confirmed on a clinical level, that each spinal point corresponds to a precise period of life according to a repeated cycle of 60 years starting from the first cervical one. In the craniocaudal sense the numbering decreases by one vertebra per year registry (with the exception of the cervical tract) to reach the fifth lumbar, which corresponds to the period of 30 years. Then a turn of buoy is carried out in ascending order to close the cycle at the 60th year of life on the cervical first.

A trauma (mourning, separation, physical trauma, etc.) in a certain period of our existence is stratified on a specific area, which remains painful even after many years. These spinal points therefore possess the marvelous ability to record the Time of our life, just as the concentric rings of the section of a trunk document the entire biological cycle of a tree. Clinical tests have shown that these time points can be identified based on the tenderness of individual vertebrae with acupressure. They can also be excited by spinal tapping with the neurological gavel and thus producing nerve reflexes at a distance (sensations of heat and cold, cutaneous orripilation, limb paresthesias, visceral repercussions, etc.) in the somatic districts affected by the effects of an emotional or physical trauma.

The body response is totally independent of possible cortical arrangements, because it is generated in a direct way by the excitation of precise reflex areas of the spinomidullar structures. The visceral reflex felt in the gastric area by the patient after stimulation of the second lumbar (27th year of life), corresponding to the death of the father due to gastric carcinoma, is a completely new reflex with respect to the known metameric segmentation (the spinal roots of the 2nd lumbar in fact, they do not innate the stomach).

What new and mysterious reflection has it activated? Is it perhaps a casual subjective feeling? The reflection generated by “reptilian” devices corresponds to a precise extracranial neural map, which contains temporal data (the 27th year of life) and visceral information (the stomach) as the result of a traumatic experience. The tests on spinal points cleverly allow to short-circuit dangerous intromissions of cortical structures and circuits, capable of generating deviant responses. In fact, the patient could explain to me in absolute good faith that he totally overcame the trauma for his father’s death.

The diagnostic test, obtained by excitation of the spinal circuits, is full of consequences on the clinical level in general, but also on the specific one of the therapy. These unique biological ports of temporal access on the column allow us to intervene on the effects of these disturbing memories, in order to restore balance. How? Simply focusing our therapeutic action on these skin areas. Acupuncture, local acupressure (Shiatzu on the points of Hua Tuo), the application of magnets (observing the appropriate precautions), chromopuncture, micromassage with essential oils and Bach flowers (spinal floripuncture according to Di Spazio) can be performed ). Regardless of the modalities of intervention, I have called this method AgeGate Therapy, to underline its close connection with the dimension of Time.

At the end of this article, I would like to quote a beautiful sentence by prof. Giuseppe Calligaris, distinguished neuroscientist, who guided me in this difficult but exciting adventure and who affirms in one of his countless writings “… our body is a faithful mirror of our spirit, and this of that …”.

Spinal plates and therapeutic experiences

An example from the clinic allows a better understanding of the therapeutic function of these singular spinal points.
D.L. is a young woman of 32, who has long complained about the appearance of painful relapsing cystitis. Over the years it has often been necessary to resort to antibiotic therapies to eradicate bladder infections. Urine tests showed the subsequent appearance of various microorganisms (coliforms, mycoplasma pneumoniae, etc.), conditioning increasingly aggressive antibiotic therapies. The personal anamnesis carried out on the first visit did not reveal data of particular importance, except the classic exanthematic diseases of childhood and a 14-year appendectomy. On this occasion the 3 CV acupuncture point was treated for its ability to energetically rebalance the Bladder meridian. At the second control D.L. reports a slight and temporary improvement of symptoms, but always an unpleasant sensation of bladder weight.

He also announced that he had noted the dreams of the first five nights (request made at the first visit) and shows the leaflet to read it. Two dreams relate to experiences of everyday life, while the third recalls scenes of school life with classmates from the early years of high school. Asked if he remembers some stressful event of that period, the patient remains uncertain in providing an answer. For a few seconds his face appears to be frozen, even if he inadvertently mentions an imperceptible downward contraction of the corners of his mouth.

Shortly after the face is red, the word breaks, and D.L. explodes in an overwhelming cry, shaken by repeated sobs. He finally calms down and confesses that he has had an abortion around the age of 16. The subsequent survey on the spine shows an intense puncture pain at the acupressure on the fourth dorsal, which in adherence to the chronobiological model corresponds exactly to the 17th year of age. The excitation of the spinal point with the neurological gavel perceptively accentuates the sense of “weight” on the bladder. The therapeutic stimulation of the point on the fourth dorsal associated with that of 3 CV finally gets the desired results.

Source:  http://www.scienzaeconoscenza.it

Vincenzo Di Spazio, a doctor, was a professor in the School of Specialization in Biotypology and Homeopathic Methodology of the University of Urbino from 1994 to 2002. Since 1996 he has worked on the chronobiology of psychotraumatism and on this basis has elaborated a temporal model applied to precise microareas of the skin (spinal chronozonides). These are very special “trigger” points, which signal events of a traumatic nature, and which can be stimulated to obtain a therapeutic effect (AgeGate Therapy). The discovery of these new “skin plaques” is part of clinical and experimental studies on “neurological” skin, already extensively documented in the works of Professor Giuseppe Calligaris (1876-1944), a brilliant and very fine Italian neuroscientist, known for his famous experiments.

 

SOURCE: Dionidream (Dr Vincenzo di Spazio MD, Medico) 

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Ecco 10 motivi per i quali dovreste iniziare a inserire il succo di sedano nella vostra vita

1. Risolve il reflusso acido cronico

Reflusso acido significa che stanno accadendo 3 cose:

  • bassa produzione di acido cloridrico,
  • batteri improduttivi come streptococco ed e. Coli e
  • fegato indebolito.

Il succo di sedano aiuta a migliorare questi.

2. Combatte la malattia autoimmune

Gli agenti patogeni sono la vera causa dell’infiammazione erroneamente considerata autoimmune. Sali di sodio non scoperti nel succo di sedano possono abbattere e scovare questi agenti patogeni.

3. Aiuta a rigenerare le ghiandole surrenali

I cluster di sali di sodio non ancora scoperti nel succo di sedano aiutano a mantenere le ghiandole surrenali stabili e funzionanti.

4. Contiene sali di ammasso di sodio non scoperti che invertono la malattia

Sali di sodio non scoperti del succo di sedano agiscono insieme come antisettico. Quando entrano in contatto con virus e batteri, creatori di problemi responsabili di malattie croniche, i sali iniziano a distruggere le membrane cellulari degli agenti patogeni, distruggendoli infine.

5. Neutralizza e scarica le tossine dal fegato

I sali di sodio del succo di sedano si legano alle neurotossine, alle dermatossine e altri rifiuti virali, così come ai piantagrane, e li estrae dal fegato.

6. Aiuta a sradicare i batteri dello streptococco

Strep è responsabile di molte condizioni, come acne, UTI, SIBO, infezioni del lievito e altro. Il succo di sedano aiuta a distruggere lo streptococco.

7. Uccide i virus Epstein-Barr e Shingles

I globuli bianchi del sistema immunitario personalizzato del fegato aggiungono i sali cluster ai loro rivestimenti cellulari, rendendoli tossici per i virus.

8. Abbassa il calore del fegato intossicato

Il succo di sedano spurga un fegato pigro mentre riduce il calore del fegato.

9. Potente arma contro SIBO e gonfiore

Il succo di sedano è un potente sostituto per l’acido dello stomaco in modo che i succhi gastrici possano uccidere lo streptococco, che causa il SIBO. Rompe anche le proteine ​​in decomposizione e i grassi rancidi nello stomaco e nel piccolo tratto intestinale, aiutando a ridurre il gonfiore.

10. Ripara l’acido cloridrico e la produzione di bile nel fegato

Succo di sedano rafforza l’acido cloridrico e la produzione di bile e rafforza il fegato, che consente quindi una migliore produzione di bile.

FONTE. Medical Medium

 

(ENGLISH VERSION)

1. Critical for chronic acid reflux
Acid reflux means 3 things are happening: low hydrochloric acid production, unproductive bacteria such as strep and e. Coli & a weakened liver. Celery juice helps improve these.

2. Fights autoimmune disease
Pathogens are the true cause of the inflammation that’s mistakenly considered autoimmune. Celery juice’s undiscovered sodium cluster salts can break down & flush out these pathogens.

3. Helps restore adrenals
The undiscovered sodium cluster salts in celery juice help keep your adrenals stable & functioning.

4. Contains undiscovered sodium cluster salts that reverse illness
Celery juice’s undiscovered sodium cluster salts act together as an antiseptic. When they make contact with viruses & bacteria—troublemakers responsible for chronic illness—the salts begin to break down the pathogens’ cell membranes, eventually destroying them.

5. Neutralizes & flushes toxins out of the liver
Celery juice’s sodium cluster salts bind onto neurotoxins, dermatoxins, & other viral waste, as well as troublemakers, & draw them out of the liver.

6. Helps eradicate strep bacteria
Strep is responsible for many conditions, like acne, UTIs, SIBO, yeast infections, & more. Celery juice helps destroy strep.

7. Kills Epstein-Barr & Shingles viruses
The white blood cells of the liver’s personalized immune system add the cluster salts to their cell membrane coatings, making them toxic to viruses.

8. Brings down toxic liver heat
Celery juice purges a sluggish liver while bringing down liver heat.

9. Powerful weapon against SIBO & bloating
Celery juice is a powerful stomach acid replenisher so that gastric juices can kill strep, which causes SIBO. It also breaks down rotting protein & rancid fats in the stomach & small intestinal tract, helping bloating.

10. Repairs hydrochloric acid & liver bile production
Celery juice strengthens hydrochloric acid & bile production & strengthens the liver, which then allows for better bile production.

 

SOURCE: medical medium

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Un gruppo dell’università della California ha sperimentato sui topi un composto in grado di rendere visibile e attaccabile il cancro. E adesso lo sperimenta sull’uomo. Ruggero: “Abbiamo trovato un nuovo punto debole”.

 

ALCUNI tumori si nascondono così bene che può passare molto tempo prima che il sistema immunitario riesca a vederli. Le cellule tumorali producono, e poi “indossano”, un mantello dell’invisibilità che permette loro di passare inosservate. Non è sempre facile trovare un modo per aggirare la loro mimetizzazione, ma un gruppo di ricercatori dell’università della California, guidato da Davide Ruggero, ha sviluppato un composto che sembra essere in grado di disattivarla. Lo studio è stato pubblicato su Nature medicine.

“Abbiamo capito come le cellule dei tumori producono specifiche proteine importanti per la loro crescita – afferma Ruggero –  una di queste è la proteina PD-L1 che rende le cellule cancerogene invisibili dall’attacco del sistema immunitario”.

Se le cellule cancerose si rivestono di queste proteine non siamo in grado di accorgerci della loro presenza. Sono già stati sviluppati farmaci in grado di danneggiare queste proteine e rendere di nuovo visibili le cellule cancerose che nascondono, permettendo così al sistema immunitario di rendersi conto della loro presenza. Fino ad ora, però, questo trattamento non si è mostrato efficace per alcuni tipi di tumori molto aggressivi, come quello al fegato. I ricercatori hanno quindi deciso di sperimentare un nuovo approccio: invece di attaccare proteine già formate, hanno deciso di bloccarne la produzione.

Osservando come nei topi “le cellule cancerogene producono la proteina PD-L1”, i ricercatori hanno sviluppato un composto in grado di bloccare il processo. Attualmente è in sperimentazione sull’uomo.

Secondo il ricercatore è stato “trovato un nuovo punto debole del cancro, per uccidere le sue cellule”. Lo studio è stato condotto sul tumore del fegato, che è la seconda causa di decessi per cancro nel mondo, ma lo stesso approccio, secondo Ruggero, può essere efficace anche contro altri tumori, come “linfoma, cancro del colon, polmone”.

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

A group from the University of California has experimented on mice with a compound that makes cancer visible and attackable. And now he experiences it on man. Ruggero: “We have found a new weak point”.

SOME tumors hide so well that it can be a long time before the immune system can see them. Cancer cells produce, and then “wear”, an invisibility cloak that allows them to go unnoticed. It is not always easy to find a way around their camouflage, but a group of researchers at the University of California, led by Davide Ruggero, has developed a compound that seems to be able to disable it. The study was published in Nature medicine.

“We understand how tumor cells produce specific proteins that are important for their growth – says Ruggero – one of these is the PD-L1 protein that makes cancer cells invisible from the attack of the immune system”. If the cancer cells are coated with these proteins we are not able to notice their presence. Drugs capable of damaging these proteins have already been developed and the cancerous cells they hide again visible, allowing the immune system to become aware of their presence. Until now, however, this treatment has not been shown to be effective for some types of very aggressive tumors, such as the liver. The researchers then decided to experiment with a new approach: instead of attacking already formed proteins, they decided to block their production.

Looking at how “cancer cells produce PD-L1 protein” in mice, researchers have developed a compound that blocks the process. He is currently experimenting with humans. According to the researcher it was “found a new weak spot of cancer, to kill his cells”. The study was conducted on liver cancer, which is the second leading cause of cancer deaths in the world, but the same approach, according to Ruggero, can also be effective against other cancers, such as “lymphoma, colon cancer, lung”.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

 

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Per guardare lo schermo dei dispositivi elettronici assumiamo posture che affaticano il collo e causano dolori muscolari. Uno studio americano lancia l’allarme. E offre soluzioni.

 

PRIMA di continuare a leggere questo articolo, raddrizza la schiena. Non è un mistero, la postura che ci sembra naturale per guardare lo schermo di un computer o uno smartphone, affatica i muscoli e causa dolori dappertutto. Dal collo fino alle caviglie. La colpa è forse di testi troppo piccoli o riflessi sullo schermo, ma stare con la spina dorsale incurvata in avanti e il collo allungato con la testa fuori dall’asse della colonna vertebrale, riduce la mobilità, ostacola la concentrazione e potrebbe danneggiare la spina dorsale. E lo conferma una ricerca condotta dall’università di San Francisco, pubblicata su Biofeedback.

• IL PESO DELLA TESTA

Una posizione sbagliata sforza muscoli e ossa, che non sono in grado di sopportare tutto il peso a cui li sottoponiamo. Oltre ad affaticare la struttura, spesso è causa di dolori che a prima vista sembrerebbero inspiegabili.

“In una postura eretta i muscoli della schiena sopportano facilmente tutto il peso della testa – spiega Erik Peper, professore di Salute olistica dell’università di San Francisco – ma, se sporgiamo la testa in avanti, il collo si comporta come un’asta che deve sollevare un oggetto pesante posizionato a una delle estremità. In questa posizione, il peso della testa è come se fosse aumentato. Può arrivare a pesare fino a quattro volte il suo peso reale. Non è strano che questo causi dolore a schiena e spalle e sforzi i muscoli”.

• I DUE TEST

Nello studio, che ha coinvolto 87 studenti, sono stati monitorati gli effetti della postura sulla mobilità del collo. Ai soggetti è stato chiesto, innanzitutto, di sedersi con la testa ben posizionata in asse con il collo e di valutare quanto riuscissero a guardarsi intorno muovendo solo il capo. Successivamente veniva richiesto di ripetere il movimento ma, questa volta, assumendo una postura meno controllata, sprofondati nella sedia, con il collo contratto e la testa sporgente in avanti, come se dovessero concentrarsi su uno schermo. La maggior parte dei soggetti è rimasta stupita di quanto, in questa posizione, i movimenti del collo fossero limitati.
In un secondo test, è stato chiesto a 125 ragazzi di incassare la testa nelle spalle e tenere la posizione per 30 secondi. In questo caso, quasi tutti i volontari riportavano qualche tipo di fastidio allo scadere dei 30 secondi: un dolore alla testa, agli occhi o al collo.

• COME CORREGGERE LA POSTURA

Dunque, se soffriamo di mal di schiena, mal di testa o dolori ai muscoli del collo, la prima cosa da fare è controllare la postura e, eventualmente, correggerla. È sufficiente mantenere la testa dritta, centrata sulle spalle.

“Possiamo correggere facilmente una postura sbagliata. – commenta Peper – per renderci conto di quanto sia innaturale questa posizione possiamo provare a esagerarla, a spingere la testa ancora più in avanti e incassare ancora di più il collo. In questo modo anche i sintomi saranno esagerati e ci renderemo immediatamente conto che qualcosa non va”.

Se questo non dovesse bastare, possiamo modificare anche il piano di lavoro. Può aiutare sollevare lo schermo e posizionarlo alla stessa altezza degli occhi. Inoltre si possono aumentare le dimensioni del carattere del testo per poter leggere anche da lontano senza sforzo.

Attenzione però: il problema non è solo con i computer, quindi anche chi non li utilizza per molte ore al giorno o come strumento di lavoro deve prestare attenzione. Anche per guardare gli schermi di smartphone e tablet rischiamo di adottare posizioni innaturali e il risultato è lo stesso.

 

FONTE: Salute Della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

To look at the screen of electronic devices we assume postures that strain the neck and cause muscle pain. An American study sounds the alarm. And offers solutions.

BEFORE continuing to read this article, straighten your back. It is not a mystery, the posture that seems natural to look at the screen of a computer or a smartphone, fatigues the muscles and causes pain everywhere. From the neck to the ankles. The fault is perhaps of texts that are too small or reflected on the screen, but stay with the spine curved forward and the neck elongated with the head out of the axis of the spine, reduces mobility, hinders concentration and may damage the spine . This is confirmed by research conducted by the University of San Francisco, published on Biofeedback.

• THE HEAD OF THE HEAD

A wrong position strains muscles and bones, which are unable to bear all the weight to which we subject them. In addition to straining the structure, it often causes pain that at first sight would seem inexplicable. “In an upright posture the back muscles easily bear all the weight of the head – explains Erik Peper, professor of holistic health at the University of San Francisco – but if we put our head forward, the neck behaves like a rod that must lift a heavy object placed at one end. In this position, the weight of the head is as if it had increased. It can weigh up to four times its real weight. It is not strange that this causes pain in the back and shoulders and strains the muscles “.

• THE TWO TESTS

In the study, which involved 87 students, the effects of posture on neck mobility were monitored. The subjects were asked, first of all, to sit with the head well positioned on the axis of the neck and to evaluate how much they could look around, moving only the head. Later he was asked to repeat the movement but, this time, assuming a less controlled posture, sunk into the chair, with the contract contracted and the head protruding forward, as if they had to concentrate on a screen. Most of the subjects were amazed at how limited the neck movements were in this position.
In a second test, 125 boys were asked to put their heads in their shoulders and hold the position for 30 seconds. In this case, almost all the volunteers reported some kind of annoyance at the end of 30 seconds: a pain in the head, eyes or neck.

• HOW TO CORRECT THE POSTURE

Therefore, if we suffer from back pain, headaches or neck muscles, the first thing to do is check the posture and, if necessary, correct it. It is sufficient to keep the head straight, centered on the shoulders. “We can easily correct a wrong posture. – Peper comments – to realize how unnatural this position is, we can try to exaggerate it, push our heads further forward and collect the neck even more. In this way, even the symptoms will be exaggerated and we will immediately realize that something is wrong “.
If this is not enough, we can also change the work plan. It can help lift the screen and position it at the same height of the eyes. Furthermore, the size of the text can be increased to read even from a distance without effort.
But be careful: the problem is not only with computers, so even those who do not use them for many hours a day or as a work tool must pay attention. Even to look at the screens of smartphones and tablets we risk adopting unnatural positions and the result is the same.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

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Nel mondo la miopia è in crescita. Una soluzione efficace è l’ortocheratologia: lenti che correggono la cornea durante il sonno e che frenano il peggioramento della miopia stessa. Scopriamo come funziona.

 

La miopia è il disturbo refrattivo più comune e, da diversi anni, la sua diffusione è un trend in continua crescita. A ribadirlo anche uno studio pubblicato quest’anno sul British Medical Journal, secondo cui, entro il 2050, si passerà dagli attuali 1,4 miliardi di miopi a ben 5 miliardi. Una cifra enorme, che alcuni ricercatori associano alla tendenza a passare sempre più tempo al chiuso e di fronte a schermi fin da piccolissimi. Quest’abitudine, infatti, restringendo il campo visivo, va a stimolare il muscolo ciliare, che consente di mettere a fuoco molto da vicino sul piano retinico, rendendo così più probabile l’insorgere della miopia.

donna occhiali miopia

La miopia è il difetto visivo più diffuso al mondo e in continuo aumento © JC Gellidon Unsplash

Ortocheratologia, cos’è e come funziona

In questo quadro diventa interessante approfondire, oltre che le cause, le soluzioni attualmente a disposizione di chi soffre di questo difetto visivo. Oltre all’uso dei classici occhiali da vista e delle lenti a contatto o del più invasivo intervento al laser, esiste anche una tecnica molto efficace, che però ancora in pochi conoscono: l’ortocheratologia.

“Si tratta di una procedura applicativa di lenti a contatto rigide, da indossare durante la notte e utile per la riduzione o eliminazione (seppur temporanea) di un difetto visivo entro certi limiti, da valutare caso per caso”,

ci spiega Diego Gennaro, ottico optometrista dell’ottica Balzarotti di Abbiategrasso (Mi), che è stata tra le prime a introdurre in Italia questa pratica oltre dieci anni fa,

La cornea viene temporaneamente modificata nella sua forma, grazie ad un buon grado di plasticità. È proprio l’appiattimento corneale che garantisce una visione buona per l’intera la giornata, durante la quale non serviranno più né occhiali nè lenti a contatto. Solo dopo 25-30 ore si avrà una percezione della diminuzione della vista”.

In altre parole: durante il sonno la lente corregge la cornea, che al mattino avrà raggiunto la giusta curvatura, permettendo così una visione nitida per tutto il giorno seguente. La modifica sarà però solo temporanea e, a poco a poco, la cornea tornerà ad assumere la sua curvatura iniziale.

mappa corneale

Mappa corneale pre trattamento ortocheratologico, realizzata con topografo su un occhio con miopia di – 2,5 diottrie © Andrea Bertelli

Ortocheratologia, i vantaggi

I vantaggi che si possono ottenere grazie all’uso di queste lenti sono molteplici e particolarmente apprezzati da diverse categorie di persone, come precisato dall’esperto:

“Le lenti ortocheratologiche, al costo delle comuni usa e getta, possono essere impiegate per ottimizzare le performance di piloti, agenti delle forze armate e sportivi professionisti”.

Non solo. Esse possono rappresentare una valida alternativa anche per tutti coloro che mal sopportano le classiche lenti diurne (per una maggiore sensibilità agli agenti esterni magari) o che anche solo da un punto di vista estetico o pratico non amano indossare gli occhiali da vista. Pensiamo a quale vantaggio ciò possa rappresentare nella vita di tutti i giorni e in circostanze specifiche, come per chi pratica il nuoto o altre attività sportive.

mappa cornea ortocheratologia

Mappa corneale post trattamento ortocheratologico. L’effetto ottenuto con le lenti è l’appiattimento della zona centrale, per andare a compensare il difetto visivo della miopia © Andrea Bertelli

Il rallentamento della miopia

L’eliminazione degli occhiali e delle lenti giornaliere rappresenta solo uno dei vantaggi dell’ortocheratologia. Il concetto e lo scopo con il quale essa è stata concepita, quasi sessant’anni fa, rappresenta infatti l’aspetto più interessante di questa tecnica.

“Le prime lenti ortocheratologiche nacquero per limitare l’evoluzione della miopia negli adolescenti, spiega l’esperto, “Solo in un secondo momento si è apprezzato il netto miglioramento dello stile di vita che essa consentiva di raggiungere, grazie all’eliminazione degli ausili ottici diurni.

A introdurre questa tecnica furono inizialmente due optometristi, pionieri nel campo delle lenti a contatto, il dottor Newton K. Wesley e il suo socio George Jessen, che negli anni ’50 immaginarono e iniziarono a elaborare una tecnica di rimodellamento corneale, reso possibile da lenti a contatto rigide.

occhiali miopia

L’occhio della persona miope mette a fuoco le immagini davanti alla retina, alterandone la visione © Pixabay

Evoluzione dell’ortocheratologia

Col tempo il trattamento ortocheratologico si è evoluto e negli anni Settanta furono introdotte lenti rigide, che consentivano una maggiore permeabilità all’ossigeno (fondamentale per mantenere l’occhio sano). Questo rendeva la pratica più sicura e confortevole, ma fu solo nel 1989 che Richard Wlodyga disegnò la prima lente a geometria inversa in grado di correggere la miopia da -1 a -1.75 diottrie. Da allora la strada percorsa è stata tanta: “Oggi chiunque abbia un difetto visivo, anche astigmatici e ipermetropi, e voglia cercare di contenere eventuali e naturali peggioramenti, può utilizzare le lenti ortocheratologiche. Per i miopi c’è un limite massimo di 6/7 diottrie”.

La capacità di frenare l’evoluzione della miopia è un beneficio da tenere in seria considerazione, se si pensa che “Gli adolescenti miopi spesso diventano adulti molto più miopi”, come spiegato dall’optometrista e confermato da recenti studi scientifici, “La miopia in fase di sviluppo, dai nove ai vent’anni circa, ha, quasi sempre, un’evoluzione più o meno marcata. Oggi non c’è niente che impedisca l’insorgere di questo difetto o che lo fermi, ma con l’ortocheratologia è possibile far sì che una miopia destinata ad aumentare peggiori il meno possibile.” A confortare questa tesi è stato il lavoro di ricerca intitolato

“Effetto dell’ortocheratologia sulla progressione della miopia: risultati di dodici anni di uno studio di coorte retrospettivo”, pubblicato su BMC Ophtalmology nel dicembre 2017.

Questo studio retrospettivo ha analizzato una popolazione di 66 pazienti di età compresa tra sette e sedici anni, per un periodo di trattamento di circa dodici anni e ha dimostrato che

“Dal confronto con il gruppo di controllo, il gruppo portatore di lenti a contatto per ortocheratologia ha avuto una tendenza significativamente inferiore (p <0,001) di peggioramento del vizio refrattivo durante i periodi di follow-up”.

Occhiali da vista miopia

Recenti studi hanno confermato che l’’ortocheratologia contribuisce a rallentare la progressione di una miopia destinata ad aumentare © Bud Helisson Unsplash

Utilizzo delle lenti ortocheratologiche

Come detto, le lenti ortocheratologiche vengono fatte “su misura”, in seguito ad alcuni esami specifici (come la topografia corneale), che l’ottico optmetrista eseguirà nel suo studio. Quando ogni occhio avrà la sua lente correttiva specifica il paziente inizierà un periodo di prova graduale, per abituarsi alla nuova tecnica, come spiega l’optometrista: “Oltre a restituire l’acuità visiva, l’ortocheratologia dà una diversa qualità visiva di luci, contorni e contrasti ai quali ogni cervello si abitua con tempi diversi. Tecnicamente con le lenti noi creiamo delle aberrazioni, che consistono in un aumento del contrasto tra luce e buio e che portano a diventare leggermente fotosensibli”. Ovviamente anche la rigidità della lente può richiedere tempo e pazienza per abituare l’occhio, con tutti i vantaggi che poi ne conseguiranno.

Le lenti non hanno particolari controindicazioni”, prosegue l’esperto, “ma richiedono una normale conservazione con prodotti specifici e la massima igiene. Hanno una durata di circa 18 mesi e garantiscono una permeabilità all’ossigeno assai alta, così da permettere ossigenazione alla cornea durante l’utilizzo notturno”.

topografo ortocheratologia

Per progettare le lenti ortocheratologiche su misura l’ottico optometrista deve eseguire una topografia corneale, attraverso un apposito macchinario, detto topografo. © Andrea Bertelli

Viene da chiedersi come mai questa tecnica sia ancora così poco diffusa in Italia: “In campo medico viene promosso prevalentemente l’intervento laser e, inoltre, proporre l’ortocheratologia significa per l’ottico fare un investimento di macchinari e campioni, che non tutti sono disposti a fare”, spiega l’optometrista, a cui abbiamo chiesto anche un feedback sulla sua esperienza diretta: “Noi dal 2008 a oggi siamo passati da un gruppetto iniziale di 6 persone alle attuali 120, che praticano con successo l’ortocheratologia. Ovviamente non possiamo sapere quanto una persona sarebbe peggiorata senza l’uso di queste lenti, ma è un dato di fatto che, negli ultimi sei anni, nel 95 per cento, circa, dei casi il peggioramento della miopia non è stato superiore alle 0,50 diottrie”. Per ultimo è interessante capire anche quale sia il vantaggio dell’ortocheratologia rispetto all’intervento di chirurgia refrattiva al laser, che è comunque consigliato dopo i diciotto anni, quando la miopia in genere si stabilizza:

“Il vantaggio è che questa è una tecnica reversibile, mentre il laser non lo è. Nel caso insorgano problematiche, con le lenti si può sempre sospendere o intervenire, mentre se la cornea subisce un danno durante l’intervento l’unica soluzione diventa il trapianto. Inoltre può succedere che la miopia si ripresenti anche dopo l’intervento”.

Fatte tutte le valutazioni del caso e consultato il proprio specialista di fiducia, si potrà dunque scegliere la soluzione migliore per sé e per i propri occhi.

FONTE: Lifegate

 

(ENGLISH VERSION)

Myopia is growing in the world. An effective solution is orthokeratology: lenses that correct the cornea during sleep and which slow down the deterioration of myopia itself. Let’s find out how it works.
Myopia is the most common refractive disorder and, since several years, its diffusion is a growing trend. This was also confirmed by a study published this year in the British Medical Journal, according to which, by 2050, it will be increased from the current 1.4 billion short-sighted to 5 billion. An enormous number, which some researchers associate with the tendency to spend more and more time indoors and in front of screens since very small. This habit, in fact, by narrowing the visual field, goes to stimulate the ciliary muscle, which allows to focus very closely on the retinal plane, thus making the occurrence of myopia more likely.

woman myopia glasses
Myopia is the world’s most widespread and constantly increasing visual defect © JC Gellidon Unsplash
Orthokeratology, what it is and how it works
In this context it becomes interesting to investigate, in addition to the causes, the solutions currently available to those suffering from this visual defect. In addition to the use of classic eyeglasses and contact lenses or the more invasive laser surgery, there is also a very effective technique, which however few people know: orthokeratology.

“This is an application procedure for rigid contact lenses, to be worn at night and useful for the reduction or elimination (albeit temporary) of a visual defect within certain limits, to be assessed on a case by case basis”, explains Diego Gennaro, optician optometrist optician Balzarotti Abbiategrasso (Mi), who was among the first to introduce this practice in Italy over ten years ago, “The cornea is temporarily changed in its shape, thanks to a good degree of plasticity. It is precisely the corneal flattening that ensures a good vision for the whole day, during which you will no longer need glasses or contact lenses. Only after 25-30 hours there will be a perception of diminished vision “. In other words: during sleep the lens corrects the cornea, which in the morning will have reached the right curvature, allowing a sharp vision to shake for the whole following day. However, the change will only be temporary and, little by little, the cornea will return to its initial curvature.

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Corneal map before orthokeratology, made with topographer on one eye with myopia – 2.5 diopters © Andrea Bertelli
Orthokeratology, the advantages
The advantages that can be obtained thanks to the use of these lenses are many and particularly appreciated by different categories of people, as specified by the expert: “Orthokeratology lenses, at the cost of disposable municipalities, can be used to optimize performance of pilots, agents of the armed forces and professional sportsmen “. Not only. They can also be a valid alternative for all those who can not tolerate the classic daytime lenses (for a greater sensitivity to external agents maybe) or that even from an aesthetic or practical point of view do not like to wear eyeglasses. Let’s think about what advantage this can represent in everyday life and in specific circumstances, such as for those who practice swimming or other sports.

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Corneal map after orthokeratology treatment. The effect obtained with the lenses is the flattening of the central area, to compensate for the visual defect of myopia © Andrea Bertelli
The slowdown of myopia
The elimination of glasses and daily lenses is only one of the advantages of orthokeratology. The concept and the purpose with which it was conceived, almost sixty years ago, represents the most interesting aspect of this technique. “The first orthokeratology lenses were born to limit the evolution of myopia in adolescents”, explains the expert, “Only later did we appreciate the clear improvement in lifestyle that it allowed to achieve, thanks to the elimination of the aids day opticians. “Two of these optometrists, pioneers in contact lenses, Dr. Newton K. Wesley and his partner George Jessen, who in the 1950s imagined and began to develop a corneal remodeling technique, first introduced this technique. made possible by rigid contact lenses.

myopia glasses
The eye of the myopic person focuses the images in front of the retina, altering the vision © Pixabay
Evolution of orthokeratology

Over time, orthokeratology treatment has evolved and in the seventies were introduced rigid lenses, which allowed a greater permeability to oxygen (essential to keep the eye healthy). This made the practice safer and more comfortable, but it was not until 1989 that Richard Wlodyga designed the first reverse-geometry lens that corrected myopia from -1 to -1.75 dioptres. Since then, the road traveled has been so many: “Today anyone with a visual defect, even astigmatism and hypermetropia, and want to try to contain any natural deterioration, can use orthokeratology lenses. For myopic there is a maximum limit of 6/7 dioptres “.

The ability to curb the evolution of myopia is a benefit to be taken seriously if one considers that “Myopic adolescents often become much more myopic adults”, as explained by the optometrist and confirmed by recent scientific studies, “Myopia in development phase, from about nine to twenty years, has, almost always, a more or less marked evolution. Today there is nothing to prevent the emergence of this defect or stop it, but with orthokeratology it is possible to make a myopia destined to increase as little as possible. ” entitled “Effect of orthokeratology on the progression of myopia: twelve-year results of a retrospective cohort study”, published on BMC Ophtalmology in December 2017. This retrospective study analyzed a population of 66 patients aged between seven and sixteen, for a treatment period of about twelve years and showed that “By comparison with the control group, the contact lens group for orthokeratology had a significantly lower trend (p <0.001) of worsening of the refractive defect during the periods follow-up “.

Recent studies have confirmed that orthokeratology helps to slow down the progression of a myopia that is going to increase © Bud Helisson Unsplash

Use of orthokeratology lenses

As said, the orthokeratology lenses are made “to measure”, following some specific tests (such as corneal topography), which the optometric optical will perform in his study. When each eye has its own specific corrective lens, the patient will begin a gradual trial period, to get used to the new technique, as the optometrist explains: “In addition to restoring visual acuity, orthokeratology gives a different visual quality of lights, contours and contrasts to which every brain becomes accustomed with different times. Technically with the lenses we create aberrations, which consist in an increase in the contrast between light and dark and that lead to become slightly photosensibli “. Obviously also the rigidity of the lens can require time and patience to get used to the eye, with all the advantages that will follow.

“The lenses have no particular contraindications”, continues the expert, “but they require normal storage with specific products and maximum hygiene. They last for about 18 months and guarantee a very high oxygen permeability, so as to allow oxygenation of the cornea during nighttime use “.

To design the orthochonatologic lenses made to measure, the optometrist optician must perform a corneal topography, using a suitable machine, called a topographer. © Andrea Bertelli

One wonders why this technique is still so widespread in Italy: “In the medical field is mainly promoted laser surgery and, moreover, proposing orthokeratology means for the optician to make an investment of machinery and samples, which not all they are willing to do “, explains the optometrist, to whom we have also asked for feedback on his direct experience:” From 2008 to today we have moved from an initial group of 6 to the current 120 who successfully practice orthokeratology. Obviously we can not know how much a person would have worsened without the use of these lenses, but it is a fact that, in the last six years, in about 95 percent, of cases, the worsening of myopia has not been above 0, 50 diopters “. Finally, it is also interesting to understand the advantage of orthokeratology compared to laser refractive surgery, which is still recommended after eighteen years, when myopia generally stabilizes: “The advantage is that this is a reversible technique. , while the laser is not. If problems arise, with the lenses you can always suspend or intervene, while if the cornea suffers damage during surgery the only solution becomes the transplant. Moreover it can happen that myopia recurs even after the operation “.

Having made all the appropriate assessments and consulted with your own specialist, you can therefore choose the best solution for yourself and your eyes.

 

SOURCE: Lifegate

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Sono patologie comuni durante i mesi invernali con sintomi molto simili tra loro. Disturbi profondamente diversi nelle loro possibili conseguenze e serve imparare a distinguerli.

 

INFLUENZA e raffreddore non sono la stessa malattia. Ma non è solo colpa nostra se ci confondiamo: i sintomi si somigliano davvero molto e tendono a presentarsi entrambe nello stesso periodo dell’anno. In questi mesi più freddi, può essere utile fare il punto della situazione con qualche informazione in più, per riuscire a distinguerle.

• LE DIFFERENZE

Quali sono quindi i modi per non confonderci? Innanzitutto il raffreddore è sostanzialmente meno grave dell’influenza. Febbre molto lieve, quasi assente, naso intasato, starnuti e mal di gola sono sintomi comuni per il così detto colpo di freddo,  meno diffusa la tosse.

Chi si è preso l‘influenza, invece, è più probabile che abbia febbre alta, dolori articolari e si senta sempre affaticato. Di solito, accanto a questi sintomi, si soffrirà anche di mal di testa e tosse. Ci sono grandi differenze anche per quanto riguarda i tempi dello sviluppo della malattia. Il raffreddore si evolve in modo molto graduale, mentre l’influenza esplode all’improvviso da un giorno all’altro.

• L’INFLUENZA

Entrambe le malattie sono causate da virus che infettano l’organismo. Quello dell’influenza è altamente contagioso ed evolve molto rapidamente, anche nell’arco di pochi mesi. Per questo è necessario sviluppare una nuova forma di vaccino ogni anno. Un individuo sano può guarire dall’influenza nell’arco di una settimana, ma nonostante possa sembrare una malattia di cui non preoccuparsi eccessivamente, si deve fare attenzione alle possibili complicazioni a cui può dare origine.

Il virus infatti indebolisce il sistema immunitario e può lasciare spazio a ulteriori infezioni batteriche più gravi come, ad esempio, la polmonite. Questa eventualità deve preoccupare soprattutto le persone più a rischio, come gli anziani o individui affetti da disturbi cronici, che potrebbero sviluppare complicazioni gravi.

• IL RAFFREDDORE

Il raffreddore invece è una delle malattie più diffuse al mondo e ne esistono oltre 200 ceppi diversi. I soggetti maggiormente a rischio sono i bambini piccoli che possono ammalarsi anche 7 o 8 volte in un solo anno. Generalmente la malattia completa il suo corso nell’arco di una decina di giorni ma, anche in questo caso, l’organismo potrebbe essere sensibilizzato e contrarre altre malattie di origine batterica che potrebbero prolungare l’infezione oltre le due settimane.

• COME EVITARE I CONTAGI 

Nonostante i sintomi del raffreddore non siano troppo gravi, il naso che cola e la testa ovattata non sono esattamente la condizione migliore per andare a lavoro. Per ridurre il rischio di contrarre l’infezione e recupare più in fretta ci sono alcune accortezze da seguire.

Innanzitutto prendersi cura di se stessi, non trascurarsi e cercare di evitare comportamenti che potrebbero mettere il sistema immunitario ulteriormente sotto sforzo e aumentare il rischio di contrarre ulteriori infezioni respiratorie. Ad esempio riposarsi per tutto il tempo necessario e non tagliare le ore di sonno.

Poi non dimenticare di lavarsi le mani, il lavaggio con acqua e sapone elimina la maggior parte di virus e batteri, compresi quelli responsabili del raffreddore.

Infine, per evitare di ammalarsi bisogna evitare il più possibile il contatto con individui infetti. Come già anticipato i più colpiti in assoluto sono i bambini che tendono a diffondere la malattia anche agli adulti intorno a loro.

Se invece siamo noi ad essere ammalati forse è meglio valutare la necessità di prendersi qualche giorno di assenza dal lavoro, per evitare di contagiare i colleghi in massa. 

 

FONTE: Salute della Repubblica (Diana Tartaglia)

 

(ENGLISH VERSION)

They are common diseases during the winter months with very similar symptoms. Disturbances that are profoundly different in their possible consequences and need to learn to distinguish them.

INFLUENZA and cold are not the same disease. But it is not just our fault if we get confused: the symptoms are very similar and tend to present both at the same time of year. In these colder months, it may be useful to take stock of the situation with some more information, to be able to distinguish them.

• THE DIFFERENCES

What are the ways to avoid confusion? First of all, the cold is substantially less severe than the flu. Very mild fever, almost absent, clogged nose, sneezing and sore throat are common symptoms for the so-called cold stroke, less widespread cough. Those who have taken the flu, however, are more likely to have high fever, joint pain and always feel tired. Usually, along with these symptoms, you will also suffer from headaches and coughs. There are also great differences regarding the timing of the development of the disease. The cold evolves very gradually, while the flu explodes suddenly from one day to the next.

• THE FLU

Both diseases are caused by viruses that infect the body. Influenza is highly contagious and evolves very rapidly, even within a few months. For this it is necessary to develop a new form of vaccine every year. A healthy individual can heal from the flu within a week, but although it may seem like a disease that does not worry excessively, attention must be paid to the possible complications it may give rise to. In fact, the virus weakens the immune system and can leave room for further more serious bacterial infections, such as pneumonia. This eventuality must especially concern those most at risk, such as the elderly or individuals suffering from chronic disorders, which could develop serious complications.

• COLD

The cold is instead one of the most widespread diseases in the world and there are over 200 different strains. The most at risk are young children who can get sick even 7 or 8 times in just one year. Generally, the disease completes its course over a period of ten days, but even in this case, the body could be sensitized and contract other diseases of bacterial origin that could prolong the infection over two weeks.

• HOW TO AVOID CONTACTS

Although the symptoms of the cold are not too severe, the runny nose and the muffled head are not exactly the best condition for going to work. To reduce the risk of contracting the infection and recover more quickly there are some precautions to follow.

First of all take care of yourself, do not neglect and try to avoid behaviors that could put the immune system under stress and increase the risk of contracting further respiratory infections. For example, rest for as long as necessary and do not cut the hours of sleep.
Then do not forget to wash your hands, washing with soap and water eliminates most of the viruses and bacteria, including those responsible for colds.
Finally, to avoid getting sick, contact with infected individuals should be avoided as much as possible. As already mentioned, the most affected are the children who tend to spread the disease to adults around them. If instead we are sick, perhaps it is better to assess the need to take a few days off work, to avoid infecting colleagues in mass.

 

SOURCE: Salute della Repubblica (Diana Tartaglia)

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Seneca sosteneva che “chi aiuta gli altri aiuta se stesso“. Questa piccola verità è stata dimostrata dai ricercatori dell’Università della California, che ci hanno raccontato la loro scoperta in un articolo dal titolo “Kindness counts“, la gentilezza conta.

Gli studiosi hanno seguito un gruppo di bambini tra i 9 e gli 11 anni, dopo aver chiesto loro di compiere tre atti gentili ogni settimana, per un mese. Risultato? I bambini che hanno praticato la gentilezza sono stati accettati dai compagni in misura significativamente superiore agli altri e hanno rivelato un maggior benessere. Il risultato può apparire scontato, ma il lavoro dei ricercatori ha dimostrato (da un punto di vista psicometrico e sociografico) che la gentilezza conta!

Questo accade perché la gentilezza non è debolezza, ma un dono. Essere gentili non significa mettere da parte il coraggio e la tenacia, ma semplicemente donare un poco del proprio tempo e delle proprie energie agli altri.

COACHING CREATIVO: LA SFIDA DEI TRE ATTI GENTILI

La gentilezza è uno sport che tutti possono praticare. Anzi, vogliamo proporti una sfida: per un mese, prova a compiere tre atti gentili ogni giorno. Se temi di perdere il conto, naturalmente, potrai prendere nota su un taccuino o sullo smartphone dei tuoi piccoli gesti gentili. L’importante è essere costanti. Tra un mese, dovresti cominciare ad avvertire l’effetto benefico di questa abitudine.

Ti lasciamo con una nota: non cadere nell’errore che aiutando gli altri si riceverà aiuto. Il fine della sfida e della gentilezza non è uno “scambio di favori”. Questo avviene in molti casi, ma non sempre. Il vero benessere non deriva dall’aiuto che si dovrebbe ricevere in cambio, ma dall’atto di donare se stessi agli altri. Le azioni gentili ci fanno sentire grandi e, giorno dopo giorno, ci trasformano in persone autorevoli, assertive e luminose.

BIBLIOGRAFIA

  • Layous K, Nelson SK, Oberle E, Schonert-Reichl KA, Lyubomirsky S (2012) Kindness Counts: Prompting Prosocial Behavior in Preadolescents Boosts Peer Acceptance and Well-Being. PLoS ONE 7(12): e51380. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0051380

FONTE: Portale Bambini

 

(ENGLISH VERSION)

Seneca claimed that “those who help others help themselves”. This little truth has been demonstrated by researchers at the University of California, who told us about their discovery in an article entitled “Kindness counts”, kindness counts.

The scholars followed a group of children between 9 and 11 years of age, after asking them to perform three kind acts each week for a month. Result? Children who have practiced at the kindness challenge have been accepted by their peers significantly more than others and have shown greater well-being. The result may seem obvious, but the work of researchers has shown (from a psychometric and sociographic point of view) that kindness counts!

This happens because kindness is not weakness, but a gift. Being kind does not mean putting aside courage and tenacity, but simply giving a little of one’s time and energy to others.

CREATIVE COACHING: THE CHALLENGE OF THE THREE KINDING ACTES

Kindness is a sport that everyone can practice. On the contrary, we want to propose a challenge: for a month, try to perform three kind acts every day. If you are afraid of losing the bill, of course, you can make a note on a notebook or on the smartphone of your small, gentle gestures. The important thing is to be constant. In a month, you should begin to feel the beneficial effect of this habit.

We leave you with a note: do not fall into the error that helping others makes you get help. The end of the challenge and of kindness is not an “exchange of favors”. This happens in many cases, but not always. True well-being does not come from the help that one should receive in return, but from the act of giving oneself to others. Gentle actions make us feel great and, day after day, transform us into authoritative, assertive and luminous people.

BIBLIOGRAPHY

Layous K, Nelson SK, Oberle E, Schonert-Reichl KA, Lyubomirsky S (2012) Kindness Counts: Prompting Prosocial Behavior in Preadolescents Boosts Peer Acceptance and Well-Being. PLoS ONE 7 (12): e51380. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0051380

 

SOURCE: Portale Bambini

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