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Il minerale avrebbe anche effetti anti-suicidio. A confermarlo una meta-analisi sul British Journal of Psychiatry. I ricercatori: “Aggiungiamolo all’acqua del rubinetto per testarne i benefici su comunità svantaggiate e più propense a disturbi psichici”.

 

Non serve andare alle Lithia Springs, a pochi chilometri dalla città di Atlanta negli Stati Uniti, laddove sorge una fonte termale con acqua ad elevate concentrazioni di litio. Una bevanda sacra, che i nativi americani utilizzavano come tonico e calmante. A distanza di secoli infatti, gli studiosi del King’s College di Londra e della Brighton and Sussex Medical School (BSMS), hanno stabilito un legame diretto tra elevate concentrazioni di litio nell’acqua pubblica potabile e migliori condizioni di salute mentale (e soprattutto tassi di suicidio significativamente ridotti). Per godere delle proprietà terapeutiche del litio insomma, basta aprire il rubinetto.

Un elemento “magico”

Senza il litio probabilmente non potreste leggere questo articolo. Da alcuni decenni, l’impiego più noto del prezioso metallo alcalino – tra i primi elementi generati appena dopo il Big Bang – è nei componenti degli smartphone e nelle batterie. Ma non è l’unico. Il litio è ormai largamente utilizzato in campo medico come trattamento per curare episodi maniacali e depressivi e per stabilizzare l’umore. Le sue proprietà anti aggressive e antipanico studiate già nel 1949 dallo psichiatra austriaco John Cade, possono contribuire a ridurre impulsività, comportamenti violenti e abuso cronico di sostanze. E non è tutto: studi più recenti l’hanno collegato a una ridotta incidenza della malattia di Alzheimer e altri tipi di demenza. Le doti medicamentose del litio sono molte e agiscono su ambiti della salute psicofisica anche molto diversi tra loro, tanto da essere soprannominato in letteratura scientifica Magic Ion, ione magico.

Lo studio in 1287 città del mondo

Ora un team di neuroscienziati britannici ha certificato anche il suo effetto anti suicidio. La pubblicazione è una meta-analisi che raccoglie 30 anni di ricerche sul tema condotte in 1287 città, per un corpo statistico che non ha precedenti.

“Ad aree geografiche con elevate concentrazioni di litio nell’acqua pubblica potabile, corrispondono tassi di suicidio significativamente minori”, scrivono i ricercatori.

Austria, Grecia, Lituania, Regno Unito, Giappone, Stati Uniti e Italia i Paesi coinvolti.

“I livelli di litio nelle acque analizzate – spiega Allan Young, direttore del Dipartimento di Psicologia Clinica al King’s College di Londra e tra i principali autori dello studio – sono più ridotti di quelli utilizzati nelle prescrizioni mediche, ma l’assunzione è molto più lunga e comincia potenzialmente dalla nascita”.

Secondo l’esperto, sarebbe proprio questa posologia a bassissime dosi ad assicurare effetti benefici sulle funzioni celebrali così marcati.

Ma come arriva il litio ai nostri acquedotti? Grazie all’azione del tempo e degli agenti atmosferici. Tracce del metallo sono presenti pressoché in ogni tipo di roccia o minerale, ed entrano nel ciclo dell’acqua attraverso la degradazione del suolo mosso dai fenomeni meteorologici. Ne beviamo (e mangiamo) tutti i giorni: si trova in diversa quantità anche in verdura, cereali e spezie.

“Quest’analisi dimostra come sia labile il confine tra trattamento farmacologico ed interventi nutrizionali – nota Carmine Pariante, del Royal College of Psychiatrist – e quanto ancora poco sappiamo delle proprietà benefiche di un elemento così presente nella nostra dieta”.

Il prossimo passo sarà testarne l’efficacia su larga scala per alleviare disturbi mentali e ridurre il rischio suicidio negli individui più fragili.

Aggiungere litio all’acqua del rubinetto

Il suicidio è un fenomeno globale di cui poco si parla, ma che sta montando in varie parti del mondo. Sono 800 mila le vittime ogni anno; una persona ogni 40 secondi che volontariamente sceglie di terminare la sua esistenza. È la seconda causa di morte per giovani dai 15 ai 24 anni. E certo il momento non aiuta.

“Come ci aspettavamo, con il COVID-19 abbiamo assistito a un netto aumento dell’incidenza delle malattie mentali e a un ulteriore aggravarsi dei soggetti già gravi”, osserva il professor Anjum Memon, direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Salute Pubblica alla Brighton and Sussex Medical School, lead-author dello studio.

E prosegue:

“Cercare nuove terapie per migliorare la salute mentale e diminuire l’incidenza di ansia, depressione e suicidio non è mai stato così importante”.

Questo lavoro va proprio in quella direzione, ma c’è ancora molto da fare. L’idea degli autori sarebbe quella di aggiungere “artificialmente” litio all’acqua potabile, per poi condurre trial controllati randomizzati su comunità con dimostrata prevalenza di malattie psichiche, comportamenti violenti, abuso di sostanze e frequenti suicidi.

“L’integrazione dell’acqua pubblica con parti di litio (ancora da quantificare la dose più efficace n.d.a.), potrebbe provare definitivamente la riduzione dell’incidenza di questi disturbi e migliorare la vita delle comunità a costo ridotto”, conclude.

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENSGLIH VERSION)

The mineral would also have anti-suicide effects. This was confirmed by a meta-analysis in the British Journal of Psychiatry. Researchers: “Let’s add it to tap water to test its benefits on disadvantaged communities that are more prone to psychic disorders.”

 

There is no need to go to Lithia Springs, a few kilometers from the city of Atlanta in the United States, where there is a thermal spring with water with high concentrations of lithium. A sacred drink, which Native Americans used as a tonic and calming. In fact, after centuries, scholars from King’s College London and Brighton and Sussex Medical School (BSMS) have established a direct link between high concentrations of lithium in public drinking water and better mental health conditions (and above all rates of significantly reduced suicide). In short, to enjoy the therapeutic properties of lithium, just open the tap.

A “magical” element

Without lithium you probably wouldn’t be able to read this article. For several decades, the best known use of the precious alkali metal – among the first elements generated just after the Big Bang – has been in smartphone components and batteries. But it is not the only one. Lithium is now widely used in the medical field as a treatment to treat manic and depressive episodes and to stabilize mood. Its anti-aggressive and anti-panic properties, already studied in 1949 by the Austrian psychiatrist John Cade, can help reduce impulsivity, violent behavior and chronic substance abuse. And that’s not all: More recent studies have linked it to a reduced incidence of Alzheimer’s disease and other types of dementia. The medicinal qualities of lithium are many and act on areas of psychophysical health that are also very different from each other, so much so that it is nicknamed in scientific literature “Magic Ion”, magical ion.

The studio in 1287 cities around the world

Now a British neuroscientist team has certified its suicide effect as well. The publication is a meta-analysis that collects 30 years of research on the subject conducted in 1287 cities, for an unprecedented statistical body. “Geographical areas with high concentrations of lithium in public drinking water correspond to significantly lower suicide rates,” the researchers write. Austria, Greece, Lithuania, United Kingdom, Japan, United States and Italy are the countries involved. “The lithium levels in the analyzed waters – explains Allan Young, director of the Department of Clinical Psychology at King’s College London and one of the main authors of the study – are lower than those used in medical prescriptions, but the intake is much longer and potentially starts from birth “. According to the expert, it would be this very low dose dosage to ensure such marked beneficial effects on brain functions. But how does lithium get to our aqueducts? Thanks to the action of time and atmospheric agents. Traces of the metal are present in almost every type of rock or mineral, and enter the water cycle through the degradation of the soil moved by meteorological phenomena. We drink (and eat) it every day: it is also found in different quantities in vegetables, cereals and spices. “This analysis demonstrates how blurred the boundary between pharmacological treatment and nutritional interventions is – notes Carmine Pariante, of the Royal College of Psychiatrist – and how little we still know about the beneficial properties of an element so present in our diet”. The next step will be to test its effectiveness on a large scale in alleviating mental disorders and reducing the risk of suicide in the most fragile individuals.

Add lithium to tap water

Suicide is a global phenomenon that is rarely talked about, but which is mounting in various parts of the world. There are 800,000 victims every year; a person every 40 seconds who voluntarily chooses to end their existence. It is the second leading cause of death for young people aged 15 to 24. And certainly the moment does not help. “As we expected, with COVID-19 we have seen a sharp increase in the incidence of mental illness and a further worsening of those already serious,” notes Professor Anjum Memon, director of the Department of Epidemiology and Public Health at Brighton and Sussex. Medical School, lead author of the study. He continues: “Seeking new therapies to improve mental health and decrease the incidence of anxiety, depression and suicide has never been more important.” This work goes precisely in that direction, but there is still a lot to do. The authors’ idea would be to add “artificially” lithium to drinking water, and then conduct randomized controlled trials on communities with a proven prevalence of mental illness, violent behavior, substance abuse and frequent suicides. “The integration of public water with lithium parts (the most effective dose still to be quantified, n.d.a.), could definitively prove the reduction of the incidence of these disorders and improve the life of communities at a reduced cost”, he concludes.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

 

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Le differenze anatomiche tra uomini e donne sono associate alla diversa espressione nelle aree cerebrali dei geni dei cromosomi sessuali. Ed è la prima prova solida di questo legame.

“La ricerca potrà aiutarci a capire come favorire un apprendimento più calibrato per i due sessi”.

 

“GLI UOMINI vengono da Marte, le donne da Venere”, recita il titolo di un noto best seller. Che, al di là degli stereotipi di genere, potrebbe non avere torto. Uomini e donne, infatti, sono anatomicamente diversi anche a livello cerebrale, dato che alcune strutture del cervello hanno dimensioni differenti nei due sessi. A mostrarlo oggi è uno studio del National Institute of Mental Health statunitense, che svela come alle differenze anatomiche corrispondano differenze genetiche nei cromosomi sessuali. Studiare i geni e la loro espressione a livello cerebrale è essenziale anche per comprendere meglio perché comportamenti, abilità cognitive nonché il rischio di malattie psichiatriche possano essere diversi fra uomini e donne. I risultati della ricerca sono pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Da tempo le neuroscienze si interrogano sulla diversità anatomica nei due sessi, anche nel cervello, dovuta sia alla genetica sia all’ambiente, dunque all’educazione e alle esperienze. Alcune pubblicazioni, ancora limitate e su animali, attribuiscono queste differenze al ruolo degli ormoni sessuali e in parte anche ai geni nei cromosomi sessuali. Per approfondire questi aspetti, oggi i ricercatori hanno analizzato più di 2.000 esami di risonanza magnetica cerebrale insieme a varie altre indagini. In particolare, hanno coinvolto circa 1.000 volontari di età fra i 22 e i 35 anni e hanno poi suddiviso il campione in varie combinazioni per osservare se i risultati si mantenevano validi a livello statistico.

Gli scienziati hanno poi comparato i risultati con quelli di un altro campione indipendente e con i dati precedenti di migliaia di studi di neuroimaging. Successivamente hanno esaminato anche le informazioni ottenute dall’analisi di tessuti cerebrali di più di 1.300 donatori deceduti.

“Una delle novità di questa ricerca”, commentaGiorgio Vallortigara, professore di neuroscienze all’Università di Trento, non coinvolto nel lavoro “è la sua solidità, dato che si basa su un campione molto ampio e su vari approcci metodologici”.

Cervello, le differenze anatomiche

Dai risultati di risonanza magnetica, poi convalidati da quelli delle altre indagini, emerge che in media le donne hanno un volume maggiore nella corteccia prefrontale mediale e laterale, orbitofrontale, temporale superiore e nella corteccia parietale posteriore. Si tratta di aree coinvolte in vari processi emozionali e cognitivi, ad esempio nel prendere decisioni e nell’inibizione degli impulsi. Mentre gli uomini presentano dimensioni relativamente maggiori in diverse aree legate agli stimoli visivi e alla loro elaborazione, anche a livello emotivo: fra queste la corteccia visiva primaria,  la circovoluzione temporale inferiore, il giro occipitotemporale, il polo temporale e le regioni occipitali.
“Ma ancora non sappiamo e non possiamo dire”, sottolinea Vallortigara, “in che modo le differenze nell’anatomia cerebrale, provate già da tempo, siano associate a differenti capacità cognitive e risposte emozionali”.
Lo studio è interessante perché conferma in maniera robusta queste differenze, collegate a diversi processi emotivi e cognitivi, sia nella donna sia nell’uomo, prosegue l’esperto.
“Approfondire l’argomento potrà aiutare, in futuro, a comprendere gli effetti di queste differenze anche sui diversi comportamenti fra i due sessi”, chiarisce Vallortigara. “Ed eventualmente a mettere a punto strategie differenti, ad esempio per un apprendimento diversificato fra i due sessi, che tengano conto di queste differenze emotive e cognitive”.

La responsabilità dei geni

Ma non è tutto. Dall’analisi dei tessuti cerebrali dei donatori gli scienziati hanno osservato che le aree che mostrano le differenze anatomiche sono le stesse in cui l’espressione dei geni dei cromosomi sessuali è maggiore o minore. Ogni individuo ha 23 coppie di cromosomi, di cui 22 non includono informazioni genetiche relative alla caratterizzazione sessuale e la coppia restante di cromosomi sessuali, che invece contengono queste informazioni.

“Per la prima volta”, commenta l’esperto, “lo studio identifica una corrispondenza su volontari umani fra l’anatomia diversa e l’espressione, nelle varie aree cerebrali dei geni di questi cromosomi”.

In generale, spiegano gli autori dello studio, questa corrispondenza puntuale osservata con un elevato livello di riproducibilità sembra indicare che la diversa anatomia non sia primariamente dovuta agli effetti dell’ambiente esterno, come le esperienze o l’educazione, che comunque gioca una parte importante.
“La ricerca conferma il ruolo della genetica”, conclude Vallortigara, “nel determinare le differenze cerebrali fra donne e uomini”.
FONTE: Scienze di Repubblica ( Di Viola Rita)
(ENGLISH VERSION)

Anatomical differences between men and women are associated with the different expression in the brain areas of the sex chromosome genes. And it is the first solid proof of this link. “Research will help us understand how to foster more balanced learning for the two sexes.”

“MEN come from Mars, women from Venus”, says the title of a well-known best seller. That, beyond gender stereotypes, may not be wrong. In fact, men and women are anatomically different also in the brain, given that some structures of the brain have different sizes in the two sexes. To show it today is a study by the US National Institute of Mental Health, which reveals how anatomical differences correspond to genetic differences in sex chromosomes. Studying genes and their expression in the brain is also essential to better understand why behaviors, cognitive abilities and the risk of psychiatric diseases may be different between men and women. The research results are published in Proceedings of the National Academy of Sciences.

For some time neuroscience has been questioning the anatomical diversity in the two sexes, also in the brain, due to both genetics and the environment, therefore education and experiences. Some publications, still limited and on animals, attribute these differences to the role of sex hormones and in part also to the genes in the sex chromosomes. To delve deeper into these aspects, researchers today analyzed more than 2,000 brain magnetic resonance imaging exams along with various other investigations. In particular, they involved around 1,000 volunteers aged between 22 and 35 and then divided the sample into various combinations to observe if the results remained valid statistically. The scientists then compared the results with those of another independent sample and with previous data from thousands of neuroimaging studies. Subsequently they also examined the information obtained from the analysis of brain tissues of more than 1,300 deceased donors. “One of the novelties of this research”, comments Giorgio Vallortigara, professor of neuroscience at the University of Trento, not involved in the work “is its solidity, given that it is based on a very large sample and on various methodological approaches”.

Brain, anatomical differences

From the magnetic resonance imaging results, then validated by those of the other investigations, it emerges that on average women have a greater volume in the medial and lateral prefrontal cortex, orbitofrontal, superior temporal and in the posterior parietal cortex. These are areas involved in various emotional and cognitive processes, for example in making decisions and inhibiting impulses. While men have relatively larger dimensions in different areas related to visual stimuli and their processing, also on an emotional level: among these the primary visual cortex, the lower temporal convolution, the occipitotemporal gyrus, the temporal pole and the occipital regions.

“But we still don’t know and we can’t say”, underlines Vallortigara, “how the differences in brain anatomy, tried for some time, are associated with different cognitive abilities and emotional responses”. The study is interesting because it robustly confirms these differences, connected to different emotional and cognitive processes, both in women and men, continues the expert. “Going deeper into the topic will help, in the future, to understand the effects of these differences also on the different behaviors between the two sexes”, explains Vallortigara. “And possibly to develop different strategies, for example for a diversified learning between the two sexes, which take into account these emotional and cognitive differences”.
The responsibility of the genes

But that is not all. From the analysis of donor brain tissues, the scientists observed that the areas showing anatomical differences are the same where the expression of the sex chromosome genes is greater or lesser. Each individual has 23 pairs of chromosomes, of which 22 do not include genetic information related to sexual characterization and the remaining pair of sex chromosomes, which instead contain this information. “For the first time,” the expert comments, “the study identifies a correspondence on human volunteers between the different anatomy and the expression, in the various brain areas of the genes of these chromosomes”.

In general, the study authors explain, this punctual correspondence observed with a high level of reproducibility seems to indicate that the different anatomy is not primarily due to the effects of the external environment, such as experiences or education, which however plays an important part . “Research confirms the role of genetics,” concludes Vallortigara, “in determining brain differences between women and men.”

 

SOURCE: Scienze di Repubblica ( Di Viola Rita)

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Ridurre le calorie non serve solo a prevenire il cancro, ma funziona anche in chi è già malato potenziando gli effetti della terapia ormonale. Lo studio italiano su Nature, intervista al coordinatore.

 

Gli effetti del digiuno nel prevenire i tumori li studiamo da anni. Oggi scopriamo che ridurre le calorie aiuta anche chi malato lo è già. I risultati sono preliminari, riguardano un piccolo numero di donne con il cancro al seno e i ricercatori (quasi tutti italiani) raccomandano di evitare il fai da te. Ma la ricerca pubblicata oggi da Nature, quanto di più prestigioso ci sia nell’editoria scientifica, apre un sentiero che, se confermato, potrebbe aiutarci nella lotta contro la malattia.

“Parliamo di 5 giorni al mese di semi-digiuno” spiega Alessio Nencioni, geriatra e oncologo dell’università di Genova e del policlinico San Martino, coordinatore dello studio, sostenuto da Fondazione Airc. “Il primo giorno con 1.100 calorie, i quattro successivi con 600 o 700”.

Ovvero l’equivalente di un pasto magro per le intere 24 ore. La sperimentazione ha riguardato 36 donne per sei mesi, in parte a Genova e in parte all’Int (Istituto Nazionale dei Tumori) di Milano. Avevano tutte un tumore al seno trattato con la terapia ormonale, indicata per tre quarti delle pazienti con questa malattia e seguita al momento da 400 mila persone in Italia.

Tumore al seno: cure più efficaci con il semi-digiuno

Alessio Nencioni

I fattori di crescita

“I cicli di semi-digiuno riducono vari fattori di crescita nell’organismo – spiega Nencioni – i fattori di crescita sono ad esempio l’insulina o la leptina, proteine che circolano nel sangue e inducono le cellule a proliferare”.

Normalmente non producono danni, ma di fronte alle cellule tumorali si comportano come benzina sul fuoco.

“Applicato ai topi, il digiuno ha reso la terapia ormonale più efficace”. Ha ridotto anche i casi di resistenza: il fenomeno che avviene quando un farmaco, per ragioni sconosciute, inizia a non funzionare più.

“L’effetto andrà ora misurato su gruppi di pazienti più ampi, perché 36 volontarie non sono sufficienti per trarre conclusioni certe – è cauto Nencioni – ma stiamo cercando di organizzare i nuovi test in tempi rapidi”.

Obesità fattore di rischio

Gli esperimenti sul digiuno applicati ai malati di tumore sono ancora rari: appena una manciata in pochi anni. Un precedente olandese di un mese fa, pubblicato da Nature Communications su donne con il cancro al seno sottoposte a chemioterapia, mostra risultati simili a quelli italiani di oggi. Ma di diete estreme – testate più sulle cavie animali che sugli uomini in realtà – si parla in medicina da più di vent’anni. E i risultati nel prevenire tumori, diabete e malattie cardiovascolari sono abbastanza assodati.

“Il meccanismo di azione è simile, sia nelle persone sane che in quelle con tumore – spiega Nencioni – l’insulina è essenziale per tenere sotto controllo gli zuccheri nel sangue, ma ha anche la funzione di stimolare la proliferazione dei tessuti. La leptina invece è un ormone prodotto dal tessuto adiposo, cioè dal grasso. E sappiamo che l’obesità è un fattore di rischio per il cancro”.

Zuppe e frutta a guscio

L’alimentazione seguita dalle pazienti del San Martino e dell’INT nei giorni di semi-digiuno era a base soprattutto di brodi, zuppe vegetali e frutta a guscio. Al San Martino è stata somministrata una dieta commerciale sviluppata da Valter Longo, biologo e nutrizionista dell’Ifom (Istituto Firc di Oncologia Molecolare) di Milano, firmatario anche lui di questo studio. All’Int di Milano, invece, prescrivevano un regime dietetico ipocalorico disegnato da loro e che le pazienti eseguivano autonomamente, pur sotto attento monitoraggio.

“Virtualmente esclusi gli zuccheri, poche proteine – aggiunge Nencioni – erano previsti integratori di vitamine e ioni. Era mantenuta poi una buona percentuale di grassi, soprattutto di origine vegetale. Tra una fase di digiuno e l’altra, prescrivevamo un regime alimentare personalizzato (un po’ più ricco in calorie e proteine del normale) per permettere all’organismo di “recuperare” dal digiuno  e fornivamo indicazioni su come fare esercizi per rafforzare la muscolatura. Nel complesso, le donne hanno trovato il regime accettabile. Alcune si sentivano deboli, altre invece riferivano di provare un benessere superiore al normale e un senso di maggiore energia. C’era in ogni caso soddisfazione nel contribuire alla cura con il proprio comportamento e stile di vita”.

La perdita di peso

Tra le grandi incognite del digiuno per combattere il cancro, però, c’è il rischio di una perdita di peso eccessiva. E’ una delle tendenze nei malati di cancro e il motivo per cui i ricercatori sconsigliano nella maniera più netta il fai da te.

“Per la sperimentazione siamo stati molto attenti a scegliere pazienti senza problemi di malnutrizione e ci rendiamo conto di quanta attenzione dovremo riservare a questo fattore” prosegue Nencioni. Ma sia pure con cautela, gli studi proseguiranno, includendo più pazienti e confrontando le terapie ormonali date “da sole” con le stesse terapie abbinate al semi-digiuno, per vedere in maniera più chiara che vantaggi dia quest’ultimo. “E’ improbabile che il semi-digiuno funzioni per tutti i tipi di cancro. Ma riteniamo che i benefici non siano limitati al tumore della mammella”.

Aperto il sentiero, i test proseguiranno.

“E’ troppo presto per trarre conclusioni – riassume Nencioni – ma è una strada che va esplorata seriamente”.

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

Reducing calories is not only used to prevent cancer, but also works in those who are already sick by enhancing the effects of hormone therapy. The Italian study on Nature, interview with the coordinator.

We have been studying the effects of fasting on preventing tumors for years. Today we discover that reducing calories also helps those who are already sick. The results are preliminary, they concern a small number of women with breast cancer and the researchers (almost all Italians) recommend avoiding do it yourself. But the research published today by Nature, the most prestigious in scientific publishing, opens up a path that, if confirmed, could help us in the fight against disease. “We talk about 5 days a month of semi-fasting” explains Alessio Nencioni, geriatrician and oncologist of the University of Genoa and of the San Martino polyclinic, coordinator of the study, supported by Airc Foundation. “The first day with 1,100 calories, the next four with 600 or 700”. That is the equivalent of a lean meal for the whole 24 hours. The trial involved 36 women for six months, partly in Genoa and partly at the Int (National Cancer Institute) in Milan. They all had breast cancer treated with hormone therapy, indicated for three quarters of patients with this disease and currently followed by 400 thousand people in Italy.

Alessio Nencioni

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The growth factors

“Semi-fasting cycles reduce various growth factors in the body – explains Nencioni – the growth factors are for example insulin or leptin, proteins that circulate in the blood and cause cells to proliferate”. Normally they do not cause damage, but in front of cancer cells they act like gasoline on fire. “Applied to mice, fasting has made hormone therapy more effective.” It has also reduced cases of resistance: the phenomenon that occurs when a drug, for unknown reasons, no longer works. “The effect will now be measured on larger patient groups, because 36 volunteers are not enough to draw firm conclusions – Nencioni is cautious – but we are trying to organize the new tests quickly”.

Obesity risk factor

Fasting experiments applied to cancer patients are still rare: just a handful in a few years. A Dutch precedent a month ago, published by Nature Communications on women with breast cancer undergoing chemotherapy, shows results similar to those of Italy today. But extreme diets – tested more on animal guinea pigs than on humans in reality – have been talked about in medicine for more than twenty years. And the results in preventing cancer, diabetes and cardiovascular disease are fairly well established. “The mechanism of action is similar, both in healthy people and in those with cancer – explains Nencioni – insulin is essential to keep blood sugars under control, but it also has the function of stimulating the proliferation of tissues. Leptin, on the other hand, is a hormone produced by adipose tissue, that is, by fat. And we know that obesity is a risk factor for cancer. “

Soups and nuts

The diet followed by the San Martino and INT patients in the days of semi-fasting was mainly based on broths, vegetable soups and nuts. San Martino was given a commercial diet developed by Valter Longo, biologist and nutritionist of the IFOM (Firc Institute of Molecular Oncology) in Milan, also a signatory of this study. At the Int of Milan, on the other hand, they prescribed a low-calorie diet plan designed by them and that the patients carried out autonomously, although under careful monitoring. “Virtually excluding sugars, few proteins – adds Nencioni – vitamin and ion supplements were provided. A good percentage of fats was maintained, especially of vegetable origin. Between one fasting phase and another, we prescribed a personalized diet (a little richer in calories and proteins than normal) to allow the body to “recover” from fasting and we provided indications on how to do exercises to strengthen the muscles. . Overall, the women found the regimen acceptable. Some felt weak, while others reported experiencing better-than-normal well-being and a sense of increased energy. In any case, there was satisfaction in contributing to the treatment with one’s own behavior and lifestyle. “

Weight loss

Among the great unknowns of fasting to fight cancer, however, there is the risk of excessive weight loss. It is one of the trends in cancer patients and the reason why researchers do not recommend DIY in the clearest way. “For the experimentation we were very careful to choose patients without malnutrition problems and we realize how much attention we will have to pay to this factor” continues Nencioni. But albeit with caution, studies will continue, including more patients and comparing hormonal therapies given “on their own” with the same therapies combined with semi-fasting, to see more clearly what the benefits give the latter. “Semi-fasting is unlikely to work for all types of cancer. But we believe that the benefits are not limited to breast cancer. ” Once the path is open, the tests will continue. “It is too early to draw conclusions – summarizes Nencioni – but it is a road that must be seriously explored”.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

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Dopo la Cina e gli USA, anche dall’Inghilterra arrivano conferme sull’ efficacia della Vitamina C contro il Covid-19, in quanto viene inclusa in una lista di approcci terapeutici chiave per fronteggiare il COVID-19.

 

È una sperimentazione che parte dal 2016, ed include tutte le forme di polmonite comune. In questo senso il COVID-19 è stato incluso in questo studio, dal momento che si sviluppa per mezzo di una polmonite ( anche se sappiamo che crea anche il problema dei trombi, affrontato efficacemente con la somministrazione di eparina ).

La notizia di questa settimana dall’Inghilterra, è che sono stati approvati cinque nuovi approcci terapeutici:

  • Approccio antivirale farmacologico;
  • Approccio immunomodulante, sempre farmacologico quindi con farmaci come il Tocilizumab;
  • Plasma iperimmune, sapete com’è andata in Italia;
  • Anticoagulante, quindi con Eparina;
  • Infine Vitamina C, di cui si dice: Si valuta l’infusione endovena ad alta dose per pazienti con polmonite severa inclusa quella causata da COVID-19”.

Visto che i media italiani hanno sempre urlato alla “bufala” quando sono apparse notizie sulla Vitamina C come potenziale trattamento per il coronavirus, rinnoviamo l’invito ad approfondire le questioni, e non trattare una molecola fondamentale per il benessere dell’organismo umano in maniera troppo banale. Ora attendiamo fiduciosi che anche questo studio possa dare i suoi esiti positivi.

Il protocollo cinese di Vitamina C alto dosaggio

Come sappiamo, l’epidemia di coronavirus è nata a Wuhan, in Cina, e si è diffusa in molti altri continenti e paesi, in particolare in Italia, causando panico tra la popolazione.

Il governo di Shanghai, in Cina, ha annunciato la sua raccomandazione ufficiale: il coronavirus – Covid19 dovrebbe essere trattato con elevate quantità di vitamina C, per via endovenosa. Le raccomandazioni sul dosaggio variano in base alla gravità della malattia, da 50 a 200 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno.

L’esperto di terapia endovenosa Atsuo Yanagisawa, MD, PhD, ( direttore del Centro educativo internazionale per la medicina integrativa a Tokyo, in Giappone, dal 2008 e presidente del giapponese College of Intravenous Therapy di Tokyo ) spiega che

“questo specifico metodo di somministrazione è importante, perché l’effetto della vitamina C è almeno dieci volte più potente per via endovenosa che se assunto per via orale”.

Continua dicendo che La vitamina C per via endovenosa è un antivirale sicuro, efficace e ad ampio spettro“.

Richard Z. Cheng, MD, PhD, è un medico specialista cinese-americano, ed ha lavorato a stretto contatto con le autorità mediche e governative in tutta la Cina.

Vitamina C in via orale per la prevenzione dal Coronavirus

Il dottor Cheng è attualmente a Shanghai e ha contribuito a facilitare almeno tre studi clinici cinesi sulla vitamina C per via endovenosa che sono attualmente in corso, ha incoraggiato i cinesi a implementare le terapie con la vitamina C con alti dosaagi anche per via orale. Inoltre entrambi i medici su citati hanno raccomandato l’uso di vitamina C come prevenzione anche per il coronavirus.

Vi è stata una dichiarazione fatta ufficialmente dall’ospedale dell’Università di Xi’an Jiaotong che dice quanto segue:

“Nel pomeriggio del 20 febbraio 2020, altri 4 pazienti con nuova polmonite coronavirale grave si sono ripresi dal reparto ovest C10 del Tongji Hospital. Negli ultimi giorni 8 pazienti sono stati dimessi dall’ospedale … sono state integrate dosi elevate di vitamina C buoni risultati nelle applicazioni cliniche. Riteniamo che per i pazienti con polmonite grave e pazienti critici, il trattamento con vitamina C dovrebbe essere iniziato il più presto possibile dopo il ricovero. Effetto antiossidante, riduzione delle risposte infiammatorie e miglioramento della funzione endoteliale … Numerosi studi hanno dimostrato che la dose di vitamina C ha molto a che fare con l’effetto del trattamento. [H] la dose in grammi di vitamina C non può che migliorare gli effetti dell’antivirale, ma soprattutto, può prevenire e curare lesioni polmonari acute (ALI) e difficoltà respiratoria acuta (ARDS). “

“L’uso della Vitamina C negli ospedali di New York è lodevole, ma il dosaggio è troppo basso.” Questo il succo di questo secondo video, dove il Dott.Cheng ci tiene a fare delle precisazioni:

” Sono stato informato che FB Fact Check afferma che “Shanghai non ha raccomandato ufficialmente IVC ad alte dosi per il trattamento di Covid-19” Consentitemi di chiarire che non solo Shanghai, ma anche Guangzhou, nella provincia del Guangdong, un’altra grande città della Cina, hanno approvato pubblicamente IVC ad alte dosi per il trattamento di Covid-19. Coloro che effettuano il controllo dei fatti, si prega di stare più attenti. “

Medicine in Drug Discovery, di Elsevier, un’importante casa editrice scientifica, ha pubblicato il mio articolo di IVC precoce e ad alte dosi nel trattamento e nella prevenzione di Covid-19.

La conferma internazionale alla terapia sul campo cinese

PDF di LANCET su Trattamento per distress respiratorio acuto grave da Covid-19 Salvataggio con Vitamina C:

  • Fowler AA
  • Truwit JD
  • Hite RD
  • et al.

Effetto dell’infusione di vitamina C sull’insufficienza d’organo e sui biomarcatori di infiammazione e danno vascolare in pazienti con sepsi e insufficienza respiratoria acuta grave: la sperimentazione clinica randomizzata CITRIS-ALI.JAMA. 2019; 322 : 1261-1270

Partita la sperimentazione a Palermo con AA

Con Estrema gratitudine comunichiamo che la sperimentazione in Italia con alte dosi di Vitamina C è partita.

Uno studio longitudinale incrociato sarà condotto presso lOspedale Nazionale di Rilevanza Arnas Civico-di Cristina-Benfratelli di Palermo. Questo studio includerà tutti i pazienti ricoverati consecutivamente con test di tampone positivo su SARS-CoV-2 e polmonite interstiziale o con polmonite interstiziale con indicazione di intubazione.

Al momento dell’ammissione, saranno raccolti dati: informazioni personali e anamnestiche, risultati clinici e di laboratorio come genere, età, etnia, comorbidità, farmaci, azoto ureico nel sangue, creatinina, elettroliti, conta delle cellule del sangue, clearance dei lattati, PCR, PCT , Punteggio SOFA, funzionalità epatica, coagulazione, analisi dei gas nel sangue, pressione arteriosa sistolica e diastolica, Sp02, glicemia, indice di massa corporea (BMI). La durata della degenza ospedaliera verrà registrata. Previo consenso informato scritto, Verranno somministrati 10 grammi di vitamina C in 250 ml di soluzione salina da infondere alla velocità di 60 gocce / minuto.

ECCO IL LINK DELLO STUDIO SU CLINICALTRIALS.GOV

Altre informazioni sulla Vitamina c

Ricordiamo che la Vitamina C Liposomiale ha la caratteristica di essere molto più disponibile degli altri tipi di acido ascorbico.

Le fonti per questo articolo sono state tratte da http://orthomolecular.org/resources/omns/v16n11.shtml e questa fonte

 

FONTE: AmbienteBio

 

(ENGLISH VERSION)

After China and the USA, confirmations on the effectiveness of Vitamin C against Covid-19 are also arriving from England, as it is included in a list of key therapeutic approaches to cope with COVID-19.

It is an experiment that starts from 2016, and includes all forms of common pneumonia. In this sense, COVID-19 has been included in this study, since it develops through pneumonia (although we know that it also creates the problem of thrombi, effectively addressed with the administration of heparin).

The news this week from England is that five new therapeutic approaches have been approved:

Antiviral pharmacological approach;
Immunomodulating approach, always pharmacological, therefore with drugs such as Tocilizumab;
Hyperimmune plasma, you know how it went in Italy;
Anticoagulant, then with Heparin;
Finally Vitamin C, of ​​which it is said: “The high-dose intravenous infusion is evaluated for patients with severe pneumonia including that caused by COVID-19.”
Since the Italian media have always screamed at the “hoax” when news of Vitamin C appeared as a potential treatment for the coronavirus, we renew the invitation to investigate the issues, and not to treat a fundamental molecule for the well-being of the human body in a too trivial. Now we are confident that this study will also give positive results.

The Chinese protocol of Vitamin C high dosage

As we know, the coronavirus epidemic originated in Wuhan, China, and has spread to many other continents and countries, particularly in Italy, causing panic among the population.

The government of Shanghai, China, has announced its official recommendation: coronavirus – Covid19 should be treated with high amounts of vitamin C, intravenously. Dosage recommendations vary based on the severity of the disease, from 50 to 200 milligrams per kilogram of body weight per day.

Intravenous therapy expert Atsuo Yanagisawa, MD, PhD, (director of the International Educational Center for Integrative Medicine in Tokyo, Japan, since 2008 and president of the Japanese College of Intravenous Therapy in Tokyo) explains that “this specific method of administration it’s important, because the effect of vitamin C is at least ten times more potent intravenously than if taken orally. “

Vitamin C deficiency? Symptoms, causes and how to intervene with correct nutrition

He goes on to say that “Intravenous vitamin C is a safe, effective and broad-spectrum antiviral.”

Richard Z. Cheng, MD, PhD, is a Chinese-American medical specialist, and has worked closely with medical and government authorities across China.

Oral vitamin C for Coronavirus prevention

Dr. Cheng is currently in Shanghai and has helped facilitate at least three Chinese clinical trials of intravenous vitamin C that are currently underway, encouraged the Chinese to implement vitamin C therapies with high dosaagi also orally. In addition, both of the doctors mentioned above have recommended the use of vitamin C as a prevention also for coronavirus.

Acerola: powerful natural vitamin C supplement

There was a statement officially made by the Xi’an Jiaotong University hospital that says the following:

“On the afternoon of February 20, 2020, 4 more patients with new severe coronaviral pneumonia recovered from the west C10 ward of Tongji Hospital. In the last few days 8 patients have been discharged from the hospital … high doses of vitamin C have been integrated, good results in clinical applications. We believe that for patients with severe pneumonia and critically ill patients, vitamin C treatment should be started as soon as possible after hospitalization. Antioxidant effect, reduction of inflammatory responses and improvement of endothelial function … Numerous studies have shown that the dose of vitamin C has a lot to do with the effect of the treatment. [H] the dose in grams of vitamin C can only improve the effects of the antiviral, but above all, it can prevent and treat acute lung lesions (ALI) and acute respiratory difficulty (ARDS). “

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“The use of Vitamin C in New York hospitals is commendable, but the dosage is too low.” This is the juice of this second video, where Dr. Cheng is keen to make some clarifications:

“I have been informed that FB Fact Check says that” Shanghai has not officially recommended high-dose IVC for the treatment of Covid-19 “. Let me clarify that not only Shanghai, but also Guangzhou, in the province of Guangdong, another major city. of China, have publicly approved high-dose IVCs for the treatment of Covid-19. Those who check the facts, please be more careful. “

Medicine in Drug Discovery, by Elsevier, an important scientific publishing house, published my article on early and high-dose IVC in the treatment and prevention of Covid-19.

Link to the scientific article on Science Direct

International confirmation of Chinese field therapy

PDF of LANCET on Treatment for severe acute respiratory distress from Covid-19 – Rescue with Vitamin C:

Fowler AA
Truwit JD
Hite RD
et al.
Effect of vitamin C infusion on organ failure and on biomarkers of inflammation and vascular damage in patients with sepsis and severe acute respiratory failure: the randomized clinical trial CITRIS-ALI.JAMA. 2019; 322: 1261-1270

The experimentation started in Palermo with AA

With extreme gratitude we communicate that the experimentation in Italy with high doses of Vitamin C has started.

A longitudinal cross-sectional study will be conducted at the Arnas Civico-di Cristina-Benfratelli National Hospital of Palermo. This study will include all patients hospitalized consecutively with positive SARS-CoV-2 swab test and interstitial pneumonia or with interstitial pneumonia with indication of intubation.

At the time of admission, data will be collected: personal and anamnestic information, clinical and laboratory results such as gender, age, ethnicity, comorbidity, drugs, blood urea nitrogen, creatinine, electrolytes, blood cell count, lactate clearance, PCR, PCT, SOFA score, liver function, coagulation, blood gas analysis, systolic and diastolic blood pressure, Sp02, blood sugar, body mass index (BMI). The length of hospital stay will be recorded. With written informed consent, 10 grams of vitamin C will be administered in 250 ml of saline solution to be infused at the rate of 60 drops / minute.

HERE IS THE LINK OF THE STUDY ON CLINICALTRIALS.GOV

Other information about Vitamin c

Remember that Liposomal Vitamin C has the characteristic of being much more available than other types of ascorbic acid.

The sources for this article were taken from http://orthomolecular.org/resources/omns/v16n11.shtml e this source

 

SOURCE: AmbienteBio

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Il consumo di olio di oliva è stato già associato a una riduzione del rischio per alcuni dei big killer moderni, come infarto, ictus, diabete e tumori.

 

Adesso il più tipico ingrediente della dieta mediterranea si appunta un’altra medaglia: un suo componente protegge anche il cervello, riducendo forse il rischio di demenze senili.

Lo ha scoperto il neurobiologo Felice Tirone, con i colleghi del’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr, addizionando alla dieta di alcuni ratti anziani l’idrossidante di cui è ricco l’olio di oliva.

“Nell’ipocampo, area cerebrale fondamentale per la memoria, nascono continuamente nuovi neuroni da cellule staminali” spiega Tirone.

“Questa capacità con l’invecchiamento diminuisce, creando negli anziani problemi a fissare i ricordi recenti. Nei ratti che hanno assunto idrossitirolo per un mese si è constatata una maggiore proliferazione di staminali nell’ippocampo, una maggiore sopravvivenza dei neuroni da esse derivati e un loro maggiore uso nei circuiti cerebrali formati per fissare i nuovi ricordi. Un effetto più intenso negli animali anziani che nei giovani”

Questo composto sembra anche aiutare le cellule nervose a ripulirsi dalle scorie, contribuendo quindi a mantenere il cervello efficiente.

“e l’efficacia è maggiore” dice Tirone “se l’idrossitirosolo proviene dall’olio extravergine che non da integratori”

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

Consumption of olive oil has already been associated with a reduction in risk for some of the modern big killers, such as heart attack, stroke, diabetes and cancer.

Now the most typical ingredient of the Mediterranean diet takes another medal: one of its components also protects the brain, perhaps reducing the risk of senile dementia.

The neurobiologist Felice Tirone discovered it, with colleagues from the Institute of biochemistry and cell biology of the Cnr, adding to the diet of some elderly rats the hydroxide rich in olive oil.

“In the hypocampus, a fundamental brain area for memory, new neurons are constantly being born from stem cells,” explains Tirone.

“This ability with aging decreases, creating problems in fixing elderly memories in the elderly. In rats that have taken hydroxytyrol for a month there has been a greater proliferation of stems in the hippocampus, a greater survival of the neurons derived from them and a their greater use in the brain circuits formed to fix new memories. A more intense effect in older animals than in young “

This compound also appears to help nerve cells clean up from waste, thereby helping to keep the brain efficient.

“and the effectiveness is greater” says Tirone “if the hydroxytyrosol comes from extra virgin olive oil than from supplements”

 

SOURCE: Salute della Repubblica

 

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Uno studio ha rivelato che la misteriosa scomparsa di alcuni cromosomi Y nel 44% degli individui di sesso maschile, quando raggiungono i 70 anni, può aumentare il rischio di ammalarsi di cancro.

 

I cromosomi sono strutture cellulari composte da DNA e proteine. La sua funzione principale è la trasmissione di materiale genetico da una cellula all’altra. Delle 23 coppie di cromosomi che esistono nel corpo umano, XY appartiene solo agli uomini, mentre le donne hanno la coppia di cromosomi XX.

Lo studio pubblicato su Nature , che includeva 205.011 uomini di età diverse, stima che il 20% abbia perso i cromosomi Y dal sangue con il passare del tempo. Diversamente dal 43,6% degli uomini di 70 anni con lo stesso problema.

Le conclusioni dello studio su DNA e cromosomi

Con questi risultati, i ricercatori deducono che questo comportamento dell’organismo è un segno che il DNA degli uomini che perdono il cromosoma Y è instabile e consente alle mutazioni di diversi tipi di accumularsi esponendoli a contrarre alcuni tipi di cancro .

“Partiamo dal presupposto che la perdita del cromosoma Y è una manifestazione di una più ampia instabilità genomica” che è associata al cancro in molti tipi di cellule, ha affermato John Perry, biologo dell’Università di Cambridge e uno degli autori dello studio.

I ricercatori concludono che sia la perdita di cromosomi, che il cancro, sono radicati negli errori del DNA ed è possibile che entrambi siano correlati. Oltre ai vari fattori comuni che portano al rischio di insorgenza di queste malattie, vi sarebbe così una correlazione con il patrimonio genetico.

 

FONTE: Ambientebio (Gino Favola)

 

(ENGLISH VERSION)

A study has revealed that the mysterious disappearance of some Y chromosomes in 44% of male individuals, when they reach the age of 70, can increase the risk of getting cancer.

Chromosomes are cellular structures composed of DNA and proteins. Its main function is the transmission of genetic material from one cell to another. Of the 23 pairs of chromosomes that exist in the human body, XY belongs only to men, while women have the pair of chromosomes XX.

The study published in Nature, which included 205,011 men of different ages, estimates that 20% have lost Y chromosomes from the blood over time. Unlike 43.6% of 70-year-old men with the same problem.

The conclusions of the study on DNA and chromosomes

With these results, the researchers deduce that this behavior of the organism is a sign that the DN to men who lose the Y chromosome is unstable and allows mutations of different types to accumulate exposing them to contract certain types of cancer.

“We assume that the loss of the Y chromosome is a manifestation of a wider genomic instability” that is associated with cancer in many cell types, said John Perry, a biologist at the University of Cambridge and one of the authors of the study.

The researchers conclude that both chromosome loss and cancer are rooted in DNA errors and it is possible that both are related. In addition to the various common factors that lead to the risk of the onset of these diseases, there would thus be a correlation with the genetic heritage.

 

SOURCE: Ambientebio (Gino Favola)

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A sostenerlo uno studio sulla Terza età. L’importanza delle relazioni sociali per invecchiare bene.

 

CHI SI CIRCONDA di tanti amici, persone affettuose e fidate, va incontro negli anni a un declino cognitivo più lento.

È quello che suggerisce uno studio pubblicato su PlosOne condotto su un campione di ultraottantenni dotati di una memoria episodica simile a quella di adulti più giovani di 20-30 anni, i cosiddetti SuperAgers.

“Non si tratta  di avere una vita simile a una festa – ha dettoEmily Rogalski, professore associato alla Cognitive Neurology and Alzheimer’s Disease Center della Northwestern University e co-autore della pubblicazione – tuttavia questo studio rafforza la teoria secondo la quale una rete di relazioni sociali forte si associa a un più lento declino cognitivo”.

RELAZIONI POSITIVE FANNO LA DIFFERENZA.

I partecipanti all’indagine sono stati sottoposti al Ryff Psychological Well-Being Scale, un questionario diffusamente utilizzato dagli psicologi che consiste di 42 item e serve a misurare il benessere psicologico valutando 6 aspetti: relazioni interpersonali positive, autonomia, controllo ambientale, autoaccettazione, crescita personale, scopo nella vita.

Ebbene, i SuperAgers, gli ultraottantenni con performance cognitive particolarmente sviluppate, hanno ottenuto un punteggio complessivo medio di 40 alla voce relazioni interpersonali positive. Lì dove il gruppo di controllo, coetanei non altrettanto performanti, si è fermato a 36. “Una differenza significativa”, per chi ha firmato il lavoro su Plos One .

I FATTORI MODIFICABILI.

Lo studio segna un ulteriore passo avanti nell’individuazione dei fattori che influenzano la decadenza cognitiva e la perdita di memoria legata all’invecchiamento. E in particolare – e qui probabilmente sta il suo interesse – dei fattori modificabili, quelli cioè sui quali è possibile agire. In effetti, almeno in una certa misura, possiamo scegliere di avere amici, di farci nuovi amici, o di coltivare quelli che abbiamo incontrato nel corso della vita.

VITA SOCIALE E SANA.

La relazione tra decadenza cognitiva e intensità delle reti sociali è stata già indagata, e numerose volte, con diversi studi pubblicati che hanno confermato il link socialità e malattia di Alzheimer o decadimento cognitivo lieve (MCI, Mild Cognitive Impairment in inglese). Questo non significa
“che se hai una forte rete di amicizie, non ti ammalerai di Alzheimer”, ha comunque tenuto a chiarire  Rogalski, “ma che se esiste una lista di scelte sane che si possono fare, come seguire una corretta alimentazione o non fumare, il mantenimento di una socialità forte può essere importante, e stare in quell’elenco”.
FONTE: Salute della Repubblica
(ENGLISH VERSION)

A study on the Third Age supports him. The importance of social relationships to age well.

WHO IS ABOUT many friends, affectionate and trustworthy people, faces a slower cognitive decline over the years. This is what a study published in PlosOne suggests, conducted on a sample of over-80s with an episodic memory similar to that of adults younger than 20-30 years, the so-called SuperAgers. “It’s not about having a party-like life – said Emily Rogalski, associate professor at the Cognitive Neurology and Alzheimer’s Disease Center at Northwestern University and co-author of the publication – however this study reinforces the theory that a network of social relations strong is associated with a slower cognitive decline ”.

POSITIVE REPORTS MAKE THE DIFFERENCE. Participants in the survey were subjected to the Ryff Psychological Well-Being Scale, a questionnaire widely used by psychologists which consists of 42 items and serves to measure psychological well-being by evaluating 6 aspects: positive interpersonal relationships, autonomy, environmental control, self-acceptance, growth personal, purpose in life. Well, the SuperAgers, the over-80s with particularly developed cognitive performances, obtained an average overall score of 40 under the heading positive interpersonal relationships. There where the control group, peers not equally performing, stopped at 36. “A significant difference”, for those who signed the work on Plos One.

MODIFIABLE FACTORS. The study marks a further step forward in identifying the factors that influence cognitive decay and memory loss related to aging. And in particular – and here is probably his interest – of modifiable factors, those on which it is possible to act. In fact, at least to some extent, we can choose to have friends, make new friends, or cultivate those we have encountered over the course of life.

SOCIAL AND HEALTHY LIFE. The relationship between cognitive decay and intensity of social networks has already been investigated, and numerous times, with several published studies that have confirmed the link sociality and Alzheimer’s disease or mild cognitive impairment (MCI, Mild Cognitive Impairment in English). This does not mean “that if you have a strong network of friendships, you will not get Alzheimer’s disease,” Rogalski said, “but if there is a list of healthy choices that can be made, how to follow a proper diet or not smoke , maintaining a strong sociality can be important, and be on that list “.

SOURCE: Salute della Repubblica 

 

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Lasciano cicatrici indelebili, segni che si tramandano per generazioni. I traumi possono essere ereditari, le paure passare da padre in figlio. E segnare vite. Queste trasmissioni genetiche sono state studiate sui topi ma probabilmente hanno effetto anche sull’uomo.

Il processo per il quale i traumi possono essere tramandati fino alla terza generazione. Il segreto di questa ereditarietà si nasconde nei microRna, molecole genetiche che regolano il funzionamento di cellule, organi e tessuti.

Il trauma altera questi ‘registi molecolari’, e il difetto viene passato alla progenie attraverso i gameti. A svelare un meccanismo finora misterioso è uno studio dell’università di Zurigo, pubblicato su ‘Nature Neuroscience’.

Coordinati da Isabelle Mansuy, i ricercatori del Brain Research Institute sono riusciti a identificare alcuni componenti chiave di questo processo, piccole frazioni di materiale genetico chiamato microRna. Si tratta di brevi sequenze, i veicoli con cui vengono trasmesse le istruzioni per costruire le proteine ma conservano anche la memoria di eventi traumatici.

“Ci sono malattie come il disordine bipolare che si tramandano in famiglia nonostante non siano riconducibili a un particolare gene”, ricorda Mansuy, docente all’Istituto federale di tecnologia (Eth) e dell’ateneo di Zurigo.

Lo studio, i traumi si ereditano. Da genitori a figli e nipoti, fino alla terza generazione

Isabelle Mansuy, docente all’Istituto federale di tecnologia (Eth) e dell’ateneo di Zurigo

Gli studiosi hanno osservato che i topi traumatizzati modificavano il loro comportamento. Per esempio perdevano la naturale avversione agli spazi aperti e alla luce, e mostravano segni di depressione. Caratteristiche che tramite lo sperma venivano trasferite alla prole, anche se gli esemplari della progenie non subivano stress o traumi. Anche il metabolismo dei cuccioli di topo stressato cambiava: i livelli di insulina e di zuccheri nel sangue, ad esempio, erano inferiori rispetto a quelli dei topolini nati da genitori non traumatizzati.

“Siamo stati in grado di dimostrare per la prima volta – riassume Mansuy – che le esperienze traumatiche influenzano il metabolismo a lungo termine, che i cambiamenti indotti sono ereditari” e che gli effetti del trauma ereditato sul metabolismo e i comportamenti psicologici persistono fino alla terza generazione.

“Lo squilibrio dei microRna nello sperma si è dimostrato un fattore chiave per il passaggio degli effetti del trauma da genitore a figlio”.

Anche se molte questioni restano aperte e dovranno essere chiarite in studi successivi, puntualizzano gli autori, la conclusione è che

“i condizionamenti ambientali lasciano tracce nel cervello, negli organi e nei gameti, e attraverso i gameti queste tracce vengono trasmesse alla generazione successiva”.

L’èquipe zurighese sta cercando adesso di verificare se anche nell’uomo i ‘colpevoli’ siano i microRna.

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

They leave indelible scars, signs that are handed down for generations. Traumas can be hereditary, fears pass from father to son. And mark lives. These genetic transmissions have been studied in mice but are likely to also affect humans.

The process by which traumas can be passed down to the third generation. The secret of this inheritance is hidden in microRNAs, genetic molecules that regulate the functioning of cells, organs and tissues. The trauma alters these ‘molecular directors’, and the defect is passed to the progeny through the gametes. A study by the University of Zurich, published in ‘Nature Neuroscience’, reveals a mysterious mechanism so far.

Coordinated by Isabelle Mansuy, researchers at the Brain Research Institute were able to identify some key components of this process, small fractions of genetic material called microRna. These are short sequences, the vehicles with which the instructions to build proteins are transmitted but also preserve the memory of traumatic events. “There are diseases such as bipolar disorder that are passed down in the family even though they cannot be traced back to a particular gene,” recalls Mansuy, a professor at the Federal Institute of Technology (Eth) and of the University of Zurich.

Lo studio, i traumi si ereditano. Da genitori a figli e nipoti, fino alla terza generazione
Isabelle Mansuy, professor at the Federal Institute of Technology (Eth) and of the University of Zurich

To identify the mechanism, adult mice that had been exposed to traumatic conditions in the first years of life with other, non-traumatized mice were compared. The researchers studied the number and type of microRna in traumatized rodents and found that traumatic stress alters excessively or by low the amount of numerous microRNAs in the blood, brain and spermatic fluid. Modifications that affect the functioning of cells regulated by these mini-molecules.

Scholars have observed that traumatized mice modified their behavior. For example, they lost their natural aversion to open spaces and light, and showed signs of depression. Characteristics that through the sperm were transferred to the offspring, even if the specimens of the progeny were not subjected to stress or trauma. Even the metabolism of stressed mouse pups changed: insulin and blood sugar levels, for example, were lower than those of mice born to non-traumatized parents.

“We were able to demonstrate for the first time – sums up Mansuy – that traumatic experiences influence long-term metabolism, that induced changes are hereditary” and that the effects of inherited trauma on metabolism and psychological behavior persist until the third generation . “The imbalance of microRNAs in sperm has proved to be a key factor in passing the effects of parent-to-child trauma.”

Although many questions remain open and need to be clarified in subsequent studies, the authors point out, the conclusion is that “environmental conditioning leaves traces in the brain, organs and gametes, and through the gametes these traces are transmitted to the next generation”. The Zurich team is now trying to verify whether even in humans the ‘culprits’ are microRNAs.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

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In Colombia la donna protagonista dello studio presentava un alto grado di patologia amiloide cerebrale, un segno distintivo della malattia . Tuttavia non aveva i sintomi associati alla malattia.

 

Il gene anti Alzheimer è stato isolato nel DNA di una donna colombiana. E’ la ‘mutazione’ chiamata APOE3ch che per almeno tre decenni ha protetto la donna a rischio Alzheimer, a causa di una predisposizione genetica alla malattia molto diffusa in Colombia e che porta ad ammalarsi intorno ai 40 anni.

Si tratta di una rara modifica genetica grazie alla quale anche se nel cervello della donna vi era accumulo della sostanza tossica beta-amiloide legata all’Alzheimer, il suo cervello è risultato in grado di resistere ai danni indotti da questa sostanza e i sintomi della malattia sono comparsi solo tardivamente.

E’ il caso di studio riferito sulla rivista Nature Medicine da Yakeel Quiroz del Massachusetts General Hospital di Boston.

“Questo singolo caso apre le porte a nuovi trattamenti che, piuttosto che agire sulla causa stessa della malattia, conferiscano resistenza alla demenza”, dichiara Quiroz.

La donna è stata individuata tra oltre 6 mila colombiani ad alto rischio di Alzheimer proprio per una predisposizione genetica.

In Colombia è molto diffusa una mutazione chiamata E280A a carico del gene Prenesilina 1. Questa mutazione conferisce un rischio di Alzheimer precoce con esordio dei sintomi già a 40 anni. Gli esperti hanno però scoperto la donna che, pur avendo questa mutazione svantaggiosa, non ha manifestato i sintomi della malattia se non da ultrasettantenne.

Il team di Yakeel Quiroz del Massachusetts General Hospital di Boston (Usa) e Joseph Arboleda-Velasquez dell’Harvard Medical School di Boston hanno capito che la donna è stata protetta da qualche altro fattore. Indagando nel suo DNA gli scienziati hanno scoperto infatti la mutazione APOE3ch, anche detta ChristChurch dalla città neozelandese dove fu isolata la prima volta. La donna aveva due copie della mutazione protettiva nel suo DNA e il suo cervello risultava protetto da neurodegenerazione e da accumulo di ammassi neurofibrillari tossici (implicati nell’Alzheimer).

“Questo studio rivela un meccanismo naturale di protezione contro l’Alzheimer – commenta Michele Vendruscolo dell’Università di Cambridge. Si tratta di un processo molecolare capace di frenare la malattia impedendo l’accumulo di ammassi neurofibrillari anche in presenza di depositi significativi di placche di beta-amiloide. Se il risultato sarà confermato, sarà rilevante traslare tale meccanismo in ambito farmacologico”, conclude.

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

degree of cerebral amyloid pathology, a hallmark of the disease. However he did not have the symptoms associated with the disease.

 

The anti-Alzheimer’s gene has been isolated in the DNA of a Colombian woman. It is the ‘mutation’ called APOE3ch which for at least three decades has protected the woman at risk of Alzheimer’s, due to a genetic predisposition to the disease very common in Colombia and which leads to getting sick around the age of 40.

It is a rare genetic modification thanks to which even if in the brain of the woman there was accumulation of the beta-amyloid toxic substance linked to Alzheimer’s, her brain was able to resist the damages induced by this substance and the symptoms of the disease are appeared only late.

This is the case study reported in the journal Nature Medicine by Yakeel Quiroz of Massachusetts General Hospital in Boston. “This single case opens the door to new treatments that, rather than acting on the cause of the disease, confer resistance to dementia,” says Quiroz.

The woman was identified among over 6 thousand Colombians at high risk of Alzheimer’s because of a genetic predisposition. In Colombia there is a widespread mutation called E280A against the Prenesilina 1 gene. This mutation confers an early Alzheimer’s risk with onset of symptoms already at 40 years. However, the experts discovered the woman who, despite having this disadvantageous mutation, did not show the symptoms of the disease unless she was over seventy.

The team of Yakeel Quiroz of Massachusetts General Hospital in Boston (USA) and Joseph Arboleda-Velasquez of the Harvard Medical School in Boston understood that the woman was protected by some other factor. Investigating his DNA, the scientists discovered the APOE3ch mutation, also known as ChristChurch from the New Zealand city where it was first isolated. The woman had two copies of the protective mutation in her DNA and her brain was protected from neurodegeneration and accumulation of toxic neurofibrillary clusters (implicated in Alzheimer’s).

“This study reveals a natural mechanism of protection against Alzheimer’s disease – comments Michele Vendruscolo of the University of Cambridge. It is a molecular process capable of curbing the disease by preventing the accumulation of neurofibrillary clusters even in the presence of significant deposits of plaques of beta-amyloid. If the result is confirmed, it will be relevant to translate this mechanism into a pharmacological environment, “he concludes.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

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Una molecola presente nelle crucifere riesce a riattivare meccanismi di protezione che nei tessuti tumorali sono bloccati. Come rivela una nuova ricerca, appena pubblicata su Science

 

METTERE a tappeto il cancro risvegliando PTEN, uno dei principali “guardiani” delle cellule che normalmente protegge il corpo dai tumori ma che, in molti casi, può non funzione a dovere, diventando lui stesso il cavallo di Troia per diverse malattie oncologiche. Come? Sfruttando l’azione dell’indolo-3-carbinolo (I3C), un composto naturale che si trova in alcune verdure presenti sulle nostre tavole, come broccoli, cavoli, cavolfiori e cavolini di Bruxelles.

La scoperta, pubblicata su Science, viene dagli Usa ma parla italiano: il primo autore dello studio è infatti Pier Paolo Pandolfi, genetista italiano che dirige il Cancer Center e del Cancer Research Institute del Beth Israel Deaconess Medical Center (Bidmc) della Harvard Medical School di Boston (Usa).

Per arrivare a queste conclusioni il team di ricerca si è servito di diversi campioni di cellule umane e modelli animali – topi – grazie ai quali è riuscito a identificare gli attori in gioco in questo processo molecolare:

“Abbiamo trovato il modo di riattivare PTEN, il Titano della soppressione tumorale, andando a bloccare la molecola WWP1, cioè l’interruttore che tiene PTEN spento, con il composto presente nei broccoli”, spiega Pandolfi.

Un’arma contro più tipi di tumore

Si tratta di una strategia promettente che consentirebbe di ampliare le opzioni preventive e terapeutiche contro il cancro:

“L’inattivazione di PTEN è molto frequente e poter risvegliare farmacologicamente questa molecola è un’arma importantissima a nostro favore”,

aggiunge il genetista. Infatti, anche se lo studio si è focalizzato su campioni di tumore alla prostata, l’approccio proposto dai ricercatori

“dovrebbe funzionare in molti tipi di tumore di grande impatto, incluso quello alla mammella”, e del fegato, perché in questi tipi di tumori l’oncogene WWP1 è molto abbondante. “In sintesi PTEN è il Titano buono, mentre WWP1 è l’oncogene cattivo, anzi direi cattivissimo”,

puntualizza Pandolfi. Si tratta infatti di un enzima, già noto per il suo ruolo nello sviluppo del cancro, e che, come spiega l’esperto, tiene spento il guardiano delle cellule.

La molecola anticancro è green

Durante lo studio, i ricercatori hanno poi condotto delle analisi biochimiche e delle simulazioni al computer grazie alle quali sono riusciti a individuare la molecola presente nelle verdure – l’indolo-3-carbinolo –, quella cioè in grado di risvegliare i sistemi di controllo contro la crescita e la proliferazione incontrollata delle cellule nei quali è coinvolto l’oncosoppressore PTEN, ponendo quindi le basi per la messa a punto di una nuova strategia anti-cancro. Che, come preannuncia questo studio, funziona: il trattamento basato su questa molecola, e testato su alcuni modelli animali, ha consentito la riduzione del tumore sia in termini di peso sia di dimensioni. In poche parole, il composto contenuto nelle verdure potrebbe diventare un buon alleato nella lotta contro il cancro, grazie alla sua capacità di contrastare gli effetti dannosi dell’oncogene WWP1.

Mangiare broccoli potrebbe dunque tenerci lontani dal cancro? Di sicuro, conclude l’esperto,

“questa scoperta enfatizza l’importanza di introdurre nella dieta alimenti vegetali, come le verdure crucifere”,

appunto broccoli, cavoli, cavolfiori.

“E rappresenta un’altra dimostrazione che una dieta ad alto contenuto di vegetali e fibre fa bene”.

Attenzione però a non cedere alla tentazione di tenersi lontano dalla malattia oncologica con un piatto di verdure: per trarne il potenziale beneficio anti-cancro, avremmo bisogno di generose dosi. Affinché il composto naturale sia efficace

“si dovrebbero mangiare chilogrammi di broccoli, circa 7. Per questo – conclude Pandolfi – al momento il composto in purezza è l’unica alternativa se si volessero sviluppare sperimentazioni cliniche”.

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

 

 

(ENGLISH VERSION)

A molecule present in cruciferous cells is able to reactivate protective mechanisms that are blocked in tumor tissues. As new research reveals, just published in Science

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