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Archive for the ‘scoperte’ Category

Il falangio è una pianta ornamentale bella e utile: oltre a migliorare l’estetica dei nostri appartamenti, il falangio purifica l’aria di casa eliminando sostanze nocive dagli ambienti chiusi.

Le proprietà depurative del falangio

Il falangio è una pianta ornamentale molto diffusa nei nostri appartamenti poiché apprezzata per il bel fogliame e perché molto semplice da coltivare sia negli ambienti interni sia in quelli esterni.

Oltre a essere una pianta resistente e dal bel portamento, il falangio ha anche il pregio di depurare l’aria degli ambienti domestici.
Come tutte le piante, ovviamente anche il falangio rimuove anidride carbonica e produce ossigeno durante la fotosintesi clorofilliana e già questo migliora la qualità dell’aria di casa. Il falangio è, però, anche in grado di rimuovere altre sostanze dall’ambiente e rientra tra le piante più efficaci nel purificare l’aria.

L’azione depurante del falangio è stata confermata da uno studio condotto dalla NASA diversi anni fa: secondo lo studio, il falangio è in grado di rimuovere dagli ambienti domestici sostanze nocive come il monossido di carbonio e lo xilene. I dati sono stati poi convalidati anche da studi più recenti, come quello condotto dalla State University di New York.

Lo xilene è una miscela di composti chimici usato nella lavorazione di molti materiali, tra cui cuoio, gomme e vernici. Lo xilene è una sostanza tossica per il nostro organismo e può essere presente nelle nostre abitazioni, anche se in piccole quantità.

Il monossido di carbonio viene prodotto in seguito alla combustione di tabacco, metano, benzina e carbone, quindi possiamo ritrovarlo nell’aria in seguito alla cottura dei cibi se utilizziamo una cucina a gas. Il monossido di carbonio ha una grande affinità per l’emoglobina del sangue, quindi anche piccole quantità respirate determinano un minor apporto di ossigeno al nostro organismo.

Collocare una pianta di falangio nelle nostre case può essere d’aiuto per eliminare queste sostanze nocive dagli ambienti chiusi e purificare l’aria.

Caratteristiche e coltivazione del falangio

Il falangio o nastrino (Chlorophytum comosum) è una pianta ornamentale molto comune, facile da coltivare e semplice da riprodurre.

La pianta del falangio è un’erbacea sempreverde e perenne caratterizzata da foglie sottili, lunghe e striate di verde e bianco. Il nastrino o falangio può essere coltivato in appartamento e ha poche esigenze colturali.

Durante i mesi invernali il falangio può essere collocato in casa o in un luogo riparato purché luminoso mentre dalla primavera all’autunno è possibile sistemare la pianta all’esterno. Nelle aree molto calde o durante l’estate, è preferibile proteggere il falangio dai raggi diretti del sole.

Quando innaffiare il falangio

Per quanto riguarda le esigenze d’acqua, il falangio può essere annaffiato due o tre volte al mese durante i mesi freddi. Alla ripresa vegetativa e nei periodi più caldi il bisogno di acqua aumenta e nei mesi di luglio e agosto la pianta andrà annaffiata almeno due volte a settimana. Il falangio non gradisce i ristagni d’acqua, quindi non è necessario l’utilizzo del sottovaso.

Riproduzione del falangio

Il falangio cresce molto in fretta ed è consigliabile il rinvaso ogni anno in primavera in un contenitore di dimensioni maggiori. Il falangio è chiamato anche pianta ragno poiché crescendo sviluppa dei lunghi fusti sottili e ricadenti che crescono dal centro della rosetta di foglie e terminano con una nuova piantina: questa caratteristica del falangio rende questa pianta molto decorativa e adatta a essere collocata in vasi sospesi. Le piantine nate all’estremità dei nuovi fusti possono essere rinvasate per moltiplicare il falangio.

A partire dalla primavera e per tutto il periodo estivo è bene anche concimare il nastrino almeno due volte al mese, per garantirne lo sviluppo grazie alla presenza di sostanze nutritive. Il terriccio migliore per coltivare il falangio è leggero e ricco di torba.

Il falangio produce piccoli fiori bianchi in primavera, che crescono da un fusto al centro della rosetta di foglie.

Altre piante d’appartamento che depurano l’aria:

  • Dracena
  • Aloe
  • Edera comune

FONTE: Greenme

 

(ENGLISH VERSION)

The phalangium is a beautiful and useful ornamental plant: in addition to improving the aesthetics of our apartments, the phalangium purifies the air in the home by eliminating harmful substances from indoors.

The purifying properties of the phalangium

The phalangium is an ornamental plant widespread in our apartments because it is appreciated for its beautiful foliage and because it is very easy to grow both indoors and outdoors.

In addition to being a hardy plant with good growth habit, the phalangium also has the advantage of purifying the air of domestic environments.
Like all plants, obviously also the phalangium removes carbon dioxide and produces oxygen during chlorophyll photosynthesis and this already improves the quality of the home air. The phalangium is, however, also able to remove other substances from the environment and is among the most effective plants in purifying the air.

The purifying action of the phalangium was confirmed by a study conducted by NASA several years ago: according to the study, the phalangium is able to remove harmful substances such as carbon monoxide and xylene from domestic environments. The data were also validated by more recent studies, such as that conducted by the State University of New York.

Xylene is a mixture of chemical compounds used in the processing of many materials, including leather, rubbers and paints. Xylene is a toxic substance for our body and can be present in our homes, even in small quantities.

Carbon monoxide is produced following the combustion of tobacco, methane, gasoline and coal, so we can find it in the air after cooking food if we use a gas cooker. Carbon monoxide has a great affinity for blood hemoglobin, so even small amounts breathed in cause less oxygen to the body.

Placing a phalangium plant in our homes can help to eliminate these harmful substances from indoors and purify the air.

Characteristics and cultivation of the phalangium

Falangio or ribbon (Chlorophytum comosum) is a very common ornamental plant, easy to grow and easy to reproduce.

The falangio plant is an evergreen and perennial herb with thin, long and green and white striped leaves. The ribbon or phalangium can be grown in an apartment and has few crop needs.

During the winter months the phalangium can be placed indoors or in a sheltered place as long as it is bright, while from spring to autumn it is possible to place the plant outside. In very hot areas or during the summer, it is preferable to protect the phalangium from the direct rays of the sun.

When watering the phalangium

As for water requirements, the phalangium can be watered two or three times a month during the cold months. At the vegetative growth and in the warmer periods the need for water increases and in the months of July and August the plant will have to be watered at least twice a week. The phalangium does not like stagnant water, so it is not necessary to use the saucer.

Phalangium reproduction

The falangio grows very fast and it is advisable to repot every year in spring in a larger container. The phalangium is also called a spider plant because growing it develops long thin and hanging stems that grow from the center of the rosette of leaves and end with a new seedling: this characteristic of the phalangium makes this plant very decorative and suitable to be placed in hanging vases. The seedlings born at the end of the new stems can be repotted to multiply the phalangium.

Starting from spring and throughout the summer it is also advisable to fertilize the ribbon at least twice a month, to ensure its development thanks to the presence of nutrients. The best soil to cultivate the phalangium is light and rich in peat.

The phalangium produces small white flowers in spring, which grow from a stem in the center of the rosette of leaves.

Other indoor plants that purify the air:

  • Dracena
  • Aloe
  • Common ivy

 

SOURCE: Greenme

 

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Siamo soliti pensare che il colore dei nostri occhi sia semplicemente una caratteristica fisica che ci distingue o accomuna ad altre persone. In realtà, secondo una ricerca, avere gli occhi azzurri significa qualcosa di molto particolare.

 

L’affascinante studio, condotto dall’Università di Copenaghen, sostiene che le persone con gli occhi blu condividono un antenato con tutti coloro che hanno la stessa caratteristica, anche se sono distanti migliaia di chilometri.

Il team, che ha lavorato alla ricerca per oltre 10 anni, ha esaminato e confrontato il colore degli occhi delle persone in alcuni paesi, tra cui la Danimarca e la Turchia.

In pratica lo studio ha scoperto che gli occhi azzurri sono causati da una mutazione genetica avvenuta tra i 6 mila e 10mila anni fa. Nel momento in cui questa si è verificata ha portato con sé un grande cambiamento: dall’avere sempre e solo occhi marroni (o limite verdi, colore che sembra sia comparso precedentemente al blu) si è passati alla variante azzurra che riguarda solo l’8% delle persone.

Così ha spiegato il fenomeno il professor Hans Eiberg del Dipartimento di medicina cellulare e molecolare.

“All’inizio avevamo tutti gli occhi marroni ma una mutazione genetica che influenzava il gene OCA2 nei nostri cromosomi ha portato alla creazione di un ‘interruttore’ che letteralmente ‘disattivava’ la capacità di produrre occhi marroni. Tutti gli individui con gli occhi azzurri sono legati allo stesso antenato e hanno tutti ereditato lo stesso interruttore nello stesso punto del loro DNA”.

occhi azzurri

Gli scienziati si sono soffermati in particolare sul fatto che le variazioni del colore degli occhi, dal marrone al verde, sono dovute al grado di melanina presente nell’iride.

Il gene OCA2 codifica per la cosiddetta proteina P, che è coinvolta nella produzione di melanina, il pigmento che dà colore ad occhi, pelle e capelli. In questo caso, però, non spegne completamente il gene, piuttosto limita la sua azione per ridurre la produzione di melanina nell’iride “diluendo” il marrone e trasformandolo in blu.

Se questo gene fosse completamente disattivato o distrutto, infatti, non avremmo alcuna melanina nei nostri capelli, negli occhi o nella pelle e ci troveremmo di fronte ad un caso di albinismo.

Gli scienziati ci tengono a precisare che si tratta di una variazione che non ha un’accezione positiva o negativa e che non aumenta né riduce la possibilità di sopravvivenza di un essere umano.

Si sa però che le persone con gli occhi azzurri hanno delle caratteristiche particolari:

  • ci vedono meglio al buio, hanno maggiore sensibilità alla luce e spesso nelle foto vengono con gli occhi rossi.

La conclusione dello studio è stata dunque che tutti gli individui con gli occhi azzurri sono collegati allo stesso antenato e hanno tutti ereditato lo stesso interruttore esattamente nello stesso punto del loro DNA.

Affascinante come teoria non trovate?

FONTE: Greenme

 

(ENGLISH VERSION)

We usually think that the color of our eyes is simply a physical characteristic that distinguishes us or is common to other people. In fact, according to research, having blue eyes means something very special.

The fascinating study, conducted by the University of Copenhagen, argues that blue-eyed people share an ancestor with all those who have the same trait, even if they are thousands of miles away.

The team, which has worked in research for over 10 years, has examined and compared the color of people’s eyes in some countries, including Denmark and Turkey.

In practice, the study found that blue eyes are caused by a genetic mutation that occurred between 6,000 and 10,000 years ago. In the moment in which this occurred it brought with it a great change: from always having only brown eyes (or green limit, a color that seems to have appeared before the blue) we moved on to the blue variant which concerns only the 8 % of people.

Professor Hans Eiberg of the Department of Cellular and Molecular Medicine explained the phenomenon.

“In the beginning we had all brown eyes but a genetic mutation that influenced the OCA2 gene in our chromosomes led to the creation of a” switch “that literally” turned off “the ability to produce brown eyes. All blue-eyed individuals are related to the same ancestor and have all inherited the same switch at the same point in their DNA. “
blue eyes
Scientists have focused in particular on the fact that changes in eye color, from brown to green, are due to the degree of melanin present in the iris.

The OCA2 gene encodes the so-called protein P, which is involved in the production of melanin, the pigment that gives color to eyes, skin and hair. In this case, however, it does not completely turn off the gene, rather it limits its action to reduce the production of melanin in the iris by “diluting” the brown and turning it into blue.

If this gene were completely deactivated or destroyed, in fact, we would not have any melanin in our hair, eyes or skin and we would face a case of albinism.

Scientists are keen to point out that this is a variation that has no positive or negative meaning and that does not increase or reduce the possibility of survival of a human being.

It is known, however, that people with blue eyes have particular characteristics: they see us better in the dark, have greater sensitivity to light and often in the photos come with red eyes.

The conclusion of the study was therefore that all blue-eyed individuals are connected to the same ancestor and have all inherited the same switch at exactly the same point in their DNA.

Fascinating as a theory you don’t find?

 

SOURCE: Greenme

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Un gruppo dell’università della California ha sperimentato sui topi un composto in grado di rendere visibile e attaccabile il cancro. E adesso lo sperimenta sull’uomo. Ruggero: “Abbiamo trovato un nuovo punto debole”.

 

ALCUNI tumori si nascondono così bene che può passare molto tempo prima che il sistema immunitario riesca a vederli. Le cellule tumorali producono, e poi “indossano”, un mantello dell’invisibilità che permette loro di passare inosservate. Non è sempre facile trovare un modo per aggirare la loro mimetizzazione, ma un gruppo di ricercatori dell’università della California, guidato da Davide Ruggero, ha sviluppato un composto che sembra essere in grado di disattivarla. Lo studio è stato pubblicato su Nature medicine.

“Abbiamo capito come le cellule dei tumori producono specifiche proteine importanti per la loro crescita – afferma Ruggero –  una di queste è la proteina PD-L1 che rende le cellule cancerogene invisibili dall’attacco del sistema immunitario”.

Se le cellule cancerose si rivestono di queste proteine non siamo in grado di accorgerci della loro presenza. Sono già stati sviluppati farmaci in grado di danneggiare queste proteine e rendere di nuovo visibili le cellule cancerose che nascondono, permettendo così al sistema immunitario di rendersi conto della loro presenza. Fino ad ora, però, questo trattamento non si è mostrato efficace per alcuni tipi di tumori molto aggressivi, come quello al fegato. I ricercatori hanno quindi deciso di sperimentare un nuovo approccio: invece di attaccare proteine già formate, hanno deciso di bloccarne la produzione.

Osservando come nei topi “le cellule cancerogene producono la proteina PD-L1”, i ricercatori hanno sviluppato un composto in grado di bloccare il processo. Attualmente è in sperimentazione sull’uomo.

Secondo il ricercatore è stato “trovato un nuovo punto debole del cancro, per uccidere le sue cellule”. Lo studio è stato condotto sul tumore del fegato, che è la seconda causa di decessi per cancro nel mondo, ma lo stesso approccio, secondo Ruggero, può essere efficace anche contro altri tumori, come “linfoma, cancro del colon, polmone”.

 

FONTE: Salute della Repubblica

 

(ENGLISH VERSION)

A group from the University of California has experimented on mice with a compound that makes cancer visible and attackable. And now he experiences it on man. Ruggero: “We have found a new weak point”.

SOME tumors hide so well that it can be a long time before the immune system can see them. Cancer cells produce, and then “wear”, an invisibility cloak that allows them to go unnoticed. It is not always easy to find a way around their camouflage, but a group of researchers at the University of California, led by Davide Ruggero, has developed a compound that seems to be able to disable it. The study was published in Nature medicine.

“We understand how tumor cells produce specific proteins that are important for their growth – says Ruggero – one of these is the PD-L1 protein that makes cancer cells invisible from the attack of the immune system”. If the cancer cells are coated with these proteins we are not able to notice their presence. Drugs capable of damaging these proteins have already been developed and the cancerous cells they hide again visible, allowing the immune system to become aware of their presence. Until now, however, this treatment has not been shown to be effective for some types of very aggressive tumors, such as the liver. The researchers then decided to experiment with a new approach: instead of attacking already formed proteins, they decided to block their production.

Looking at how “cancer cells produce PD-L1 protein” in mice, researchers have developed a compound that blocks the process. He is currently experimenting with humans. According to the researcher it was “found a new weak spot of cancer, to kill his cells”. The study was conducted on liver cancer, which is the second leading cause of cancer deaths in the world, but the same approach, according to Ruggero, can also be effective against other cancers, such as “lymphoma, colon cancer, lung”.

 

SOURCE: Salute della Repubblica

 

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Topi anziani sono stati ringiovaniti e la loro vita è stata allungata del 30% riprogrammando le loro cellule.

 

La stessa tecnica ha dimostrato di funzionare anche su cellule umane in provetta. È la prima volta che si dimostra che il processo di invecchiamento non ha un’unica direzione e che non è irreversibile. Pubblicato sulla rivista Cell, il risultato si deve al gruppo coordinato da Juan Carlos Izpisua Belmonte, dell’Istituto Salk per gli Studi Biologici a La Jolla, in California.

‘Dimostriamo – ha detto Belmonte – che il processo di invecchiamento potrebbe essere invertito.” 

Riprogrammazione parziale

Nell’esperimento i ricercatori hanno utilizzato una versione ‘ridotta’ della tecnica introdotta nel 2006 dal giapponese Shinya Yamanaka per far tornare ‘bambine’ le cellule adulte e basata su un cocktail di 4 geni, chiamati Oct-3/4, Sox2, c-Myc, e Klf4. Le cellule così ottenute sono pluripotenti, ossia capaci di seguire diverse direzioni nello sviluppo, e vengono cchiamate Cellule staminali plupotenti indotte (Ips). Finora adottata solo su cellule, questa tecnica prevede che le cellule adulte siano immerse nel cocktail di geni per circa tre settimane. Per applicarla su animali vivi il gruppo di Belmonte ha deciso di prendere una ‘scorciatoia’, abbreviando i tempi da tre settimane a soli quattro giorni.

I rischi

L’obiettivo non era infatti riportare le cellule dei topi anziani ad essere nuovamente bambine, ma farle ringiovanire appena un po’: quanto basta per garantire una buona salute. Un’impresa non facile, considerando che uno dei rischi maggiori di questa stimolazione delle cellule in animali vivi è la formazione di tumori. Per questo motivo il gruppo californiano ha integrato il cocktail di geni con un antibiotico a largo spettro, nella giusta quantità per impedire la formazione di tumori senza altri effetti collaterali.

I test sulle cellule …

Il primo passo è stato sperimentare la tecnica su colture di cellule umane e di topo e tutte sono ‘ringiovanite’, nel senso che le disfunzioni molecolari associate all’età si sono ridotte. Incoraggiati da questo risultato, i ricercatori hanno applicato la stessa tecnica in topi vivi, utilizzati come modello dell’invecchiamento precoce. Gli animali erano stati infatti modificati in modo da avere una malattia genetica rara chiamata progeria.

… e quelli sui topi anziani

Nei topi anziani è stato iniettato quindi il cocktail di geni in modo da far regredire le cellule nel tempo, ma in modo parziale, più l’antibiotico. I ricercatori hanno osservato così che negli animali sono migliorate le condizioni di cuore e sistema vascolare, così come quelle di pancreas e muscoli. Non sono comparsi tumori e in generale la loro vita si è allungata del 30%, ossia da una media di 18 mesi a 24 mesi.

Ancora molto tempo per i test sull’uomo

Nonostante il successo, il passo verso un’eventuale sperimentazione di questa tecnica nell’uomo non sarà breve.

I topi non sono esseri umani e sappiamo che sarà molto più complesso ringiovanire una persona”, ha rilevato Belmonte. ”Ma lo studio  – ha concluso – dimostra che – , a differenza di quanto si riteneva finora – l’invecchiamento è un processo ‘plastico’, sul quale si può intervenire”.

FONTE: ANSA, scienza e tecnica

 

(ENGLISH VERSION)

Older mice were rejuvenated and their lives were lengthened by 30% reprogramming their cells. The same technique has been shown to work also on human cells in a test tube. It is the first time that it has been shown that the aging process has no single direction and that it is not irreversible. Published in the Cell magazine, the result is due to the group coordinated by Juan Carlos Izpisua Belmonte, of the Salk Institute for Biological Studies in La Jolla, California. ” We prove – said Belmonte – that the aging process could be reversed ”.

Partial reprogramming
In the experiment, the researchers used a ‘reduced’ version of the technique introduced in 2006 by the Japanese Shinya Yamanaka to return adult cells ‘girls’ and based on a cocktail of 4 genes, called Oct-3/4, Sox2, c- Myc, and Klf4. The cells thus obtained are pluripotent, i.e. capable of following different directions in development, and are induced plupotent stem cells (Ips). So far adopted only on cells, this technique requires adult cells to be immersed in the gene cocktail for about three weeks. To apply it on live animals, the Belmonte group decided to take a ‘short cut’, shortening the time from three weeks to just four days.

The risks
In fact, the goal was not to bring back the cells of elderly mice to be girls again, but to make them rejuvenate just a little: just enough to guarantee good health. A not easy undertaking, considering that one of the greatest risks of this stimulation of cells in live animals is the formation of tumors. For this reason, the Californian group has integrated the gene cocktail with a broad-spectrum antibiotic, in the right quantity to prevent the formation of tumors without other side effects.

Tests on cells …
The first step was to test the technique on cultures of human and mouse cells and all of them are ‘rejuvenated’, in the sense that the molecular dysfunctions associated with age have been reduced. Encouraged by this result, the researchers applied the same technique in live mice, used as a model of premature aging. The animals had indeed been modified to have a rare genetic disease called progeria.

… and those on elderly mice
In the elderly mice, the gene cocktail was injected in order to regress the cells over time, but partially, plus the antibiotic. The researchers observed that in animals the conditions of heart and vascular system, as well as those of pancreas and muscles, have improved. Tumors did not appear and in general their life has lengthened by 30%, ie from an average of 18 months to 24 months.

Still a long time for human tests
Despite the success, the step towards an eventual experimentation of this technique in humans will not be short. ” Rats are not human beings and we know that it will be much more complex to rejuvenate a person, ” Belmonte noted. ” But the study – he concluded – shows that – unlike what was previously thought – aging is a ‘plastic’ process, on which we can intervene “.

SOURCE: ANSA, science and technology

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L’ intestino umano è rivestito da oltre 100 milioni di cellule nervose: è praticamente un cervello a sé stante. E in effetti, l’intestino parla al cervello, rilasciando ormoni nel flusso sanguigno che, nel corso di circa 10 minuti, ci dicono “quanto sia affamato o che non avremmo dovuto mangiare un’intera pizza”. Ma un nuovo studio rivela che l’intestino ha una connessione molto più diretta con il cervello attraverso un circuito neurale che gli consente di trasmettere segnali in pochi secondi. 

Queste scoperte potrebbero portare a nuovi trattamenti per l’obesità, i disturbi alimentari e persino la depressione e l’autismo, tutti fattori collegati a un intestino malfunzionante.

Lo studio rivela

“una nuova serie di percorsi che utilizzano le cellule intestinali per comunicare rapidamente con … il tronco cerebrale”, afferma Daniel Drucker, uno scienziato clinico che studia i disordini intestinali presso il Lunenfeld-Tanenbaum Research Institute di Toronto, in Canada, che non era coinvolto nel lavoro. Sebbene restino molte domande prima che le implicazioni cliniche diventino chiare, dice il ricercatore: “Questo è un nuovo fantastico pezzo del puzzle”.

Nel 2010, il neuroscienziato Diego Bohórquez della Duke University di Durham, nella Carolina del Nord, ha fatto una scoperta sorprendente guardando attraverso il suo microscopio elettronico. Le cellule enteroendocrine, che fissano il rivestimento dell’intestino e producono ormoni che stimolano la digestione e sopprimono la fame, hanno protrusioni che assomigliano alle sinapsi utilizzate dai neuroni per comunicare tra loro. Bohórquez sapeva che le cellule enteroendocrine potevano inviare messaggi ormonali al sistema nervoso centrale, ma si chiedeva anche se potevano “parlare” al cervello usando segnali elettrici, come fanno i neuroni. Se è così, le cellule endocrine dovrebbero inviare i segnali attraverso il nervo vago, che viaggia dall’intestino al tronco cerebrale.

I ricercatori hanno iniettato un virus della rabbia fluorescente, che è stato trasmesso attraverso sinapsi neuronali, nei topi e hanno aspettato che le cellule enteroendocrine e i loro partner si accendessero. ” Questi partner si sono rivelati essere neuroni vagali, riferiscono i ricercatori su Science.

In una capsula di Petri, le cellule enteroendocrine raggiungevano i neuroni vagali e formavano connessioni sinaptiche l’una con l’altra. Le cellule emettevano persino glutammato, un neurotrasmettitore coinvolto nell’odore e nel gusto, che i neuroni vagali raccoglievano nell’arco di 100 millisecondi, più velocemente di un battito di ciglia.

“La velocità delle connessioni sinaptiche delle cellule enteroendocrine è molto più veloce di quanto gli ormoni possano viaggiare dall’intestino al cervello attraverso il flusso sanguigno”, dice Bohórquez.  “La lentezza degli ormoni può essere responsabile dei fallimenti di molti soppressori dell’appetito. Il passo successivo è studiare se questa segnalazione gut-brain fornisce al cervello informazioni importanti sui nutrienti e sul valore calorico del cibo che mangiamo”.

Un altro studio, pubblicato sulla rivista Cell, rivela come le cellule sensoriali dell’intestino ci possano beneficiare ulteriormente. I ricercatori hanno utilizzato i laser per stimolare i neuroni sensoriali che innervano l’intestino nei topi, producendo sensazioni gratificanti che i roditori hanno lavorato duramente per ripetere. La stimolazione laser ha anche aumentato i livelli di un neurotrasmettitore stimolante l’umore chiamato dopamina nel cervello dei roditori.

“Combinate, le due ricerche aiutano a spiegare perché stimolare il nervo vago con la corrente elettrica può trattare una grave depressione nelle persone”, dice Ivan de Araujo, un neuroscienziato della Icahn School of Medicine del Monte Sinai a New York, che ha guidato lo studio. I risultati possono anche spiegare perché, a livello base, mangiare ci fa sentire bene.

 Anche se questi neuroni sono al di fuori del cervello, si adattano perfettamente alla definizione di neuroni di ricompensa “che guidano la motivazione e aumentano il piacere”, dice il ricercatore.

Fonte: Science

 

(ENGLISH VERSION)

The human gut is lined with more than 100 million nerve cells—it’s practically a brain unto itself. And indeed, the gut actually talks to the brain, releasing hormones into the bloodstream that, over the course of about 10 minutes, tell us how hungry it is, or that we shouldn’t have eaten an entire pizza. But a new study reveals the gut has a much more direct connection to the brain through a neural circuit that allows it to transmit signals in mere seconds. The findings could lead to new treatments for obesity, eating disorders, and even depression and autism—all of which have been linked to a malfunctioning gut.

The study reveals “a new set of pathways that use gut cells to rapidly communicate with … the brain stem,” says Daniel Drucker, a clinician-scientist who studies gut disorders at the Lunenfeld-Tanenbaum Research Institute in Toronto, Canada, who was not involved with the work. Although many questions remain before the clinical implications become clear, he says, “This is a cool new piece of the puzzle.”

In 2010, neuroscientist Diego Bohórquez of Duke University in Durham, North Carolina, made a startling discovery while looking through his electron microscope. Enteroendocrine cells, which stud the lining of the gut and produce hormones that spur digestion and suppress hunger, had footlike protrusions that resemble the synapses neurons use to communicate with each other. Bohórquez knew the enteroendocrine cells could send hormonal messages to the central nervous system, but he also wondered whether they could “talk” to the brain using electrical signals, the way that neurons do. If so, they would have to send the signals through the vagus nerve, which travels from the gut to the brain stem.

He and colleagues injected a fluorescent rabies virus, which is transmitted through neuronal synapses, into the colons of mice and waited for the enteroendocrine cells and their partners to light up. Those partners turned out to be to vagal neurons, the researchers report today in Science.

In a petri dish, enteroendocrine cells reached out to vagal neurons and formed synaptic connections with each other. The cells even gushed out glutamate, a neurotransmitter involved in smell and taste, which the vagal neurons picked up on within 100 milliseconds—faster than an eyeblink.

That’s much faster than hormones can travel from the gut to the brain through the bloodstream, Bohórquez says. Hormones’ sluggishness may be responsible for the failures of many appetite suppressants that target them, he says. The next step is to study whether this gut-brain signaling provides the brain with important information about the nutrients and caloric value of the food we eat, he says.

There are some obvious advantages to superfast gut-brain signaling, such as detecting toxins and poison, but there may be other perks to sensing the contents of our guts in real time, he says. Whatever those are, there’s a good chance the benefits are ancient—gut sensory cells date back to one of the first multicellular organisms, a flat creature called Trichoplax adhaerens, which arose roughly 600 million years ago.

Additional clues about how gut sensory cells benefit us today lie in a separate study, published today in Cell. Researchers used lasers to stimulate the sensory neurons that innervate the gut in mice, which produced rewarding sensations the rodents worked hard to repeat. The laser stimulation also increased levels of a mood-boosting neurotransmitter called dopamine in the rodents’ brains, the researchers found.

Combined, the two papers help explain why stimulating the vagus nerve with electrical current can treat severe depression in people, says Ivan de Araujo, a neuroscientist at the Icahn School of Medicine at Mount Sinai in New York City, who led the Cell study. The results may also explain why, on a basic level, eating makes us feel good. “Even though these neurons are outside the brain, they perfectly fit the definition of reward neurons” that drive motivation and increase pleasure, he says.

 

SOURCE: Science

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