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Posts Tagged ‘PSICOLOGIA’

Se in tanti momenti della giornata ti assale la voglia di cibi salati dannosi per la linea, c’è un causa psicologica: se la sai eviti di cadere in tentazione

 

Alla domanda se preferisci i cibi salati o quelli dolci, rispondi senza dubbi: i cibi salati. Può succedere a metà mattina o nel pomeriggio, ma anche di sera, quando ti sdrai sul divano per rilassarti o poco prima di andare a letto: all’improvviso ti assale il desiderio incontenibile di spizzicare qualcosa dei cibi salati. Così vai alla ricerca di pizzette o patatine, ma ti vanno bene anche le arachidi, i cracker, un pezzo di formaggio. Il loro sapore deciso e appetitoso, la consistenza corposa e croccante, la presenza di grassi e sale ti regalano un appagamento breve ma intenso. A tutto svantaggio della linea…

Leggi anche: alt al sale per due giorni e perdi fino a due chili!

Un bisogno di affermazione represso…

Se la voglia di dolce cela una ricerca di piacere negato e un desiderio ancora infantile di accudimento, la voglia di cibi salati maschera spesso un bisogno di affermazione di sé, di impronta più “maschile”: secondo la medicina cinese, infatti, il bisogno di sale corrisponde a una carenza di Yang, l’energia “solare” che insieme allo Yin (la forza del femminile), governa l’alternanza del giorno e della notte, oltre che delle stagioni. Lo Yang è il sale ed esprime calore, movimento e vitalità. Se hai bisogno di sale, se il tuo corpo ti spinge alla ricerca di cibi sapidi, allora, molto probabilmente non riesci a far valere in maniera adeguata la tua parte maschile, forte e decisa: magari nei rapporti con gli altri – con il partner, in famiglia o sul lavoro – hai paura di sostenere le tue ragioni, non combatti abbastanza per difendere le tue idee, getti facilmente la spugna, rinunci, ti metti in disparte. Eppure, dentro di te, quel fuoco che non riesci a esprimere e che spesso addirittura reprimi, alla fine torna a manifestarsi con prepotenza sotto forma di voglia di sale e quindi di cibi salati: una fame che per gli antichi era simbolo di nutrimento e di vita, visto che il salato è il sapore che caratterizza il sangue e anche il liquido seminale.

Se la voglia di cibi salati arriva fuori pasto

Se la voglia di cibi salati ti assale lontano dai pasti, potresti avere la necessità di riempire un vuoto con qualcosa che ti dia un appagamento veloce; inoltre, spesso i cibi salati hanno una consistenza croccante, e l’atto di sgranocchiarli con voracità può mascherare la rabbia di non riuscire a esprimerti per ciò che davvero sei.

Così non cadi in tentazione

Se subisci il fascino di patatine e cracker, fai questo esercizio: non appena senti arrivare la fame di cibi salati, fermati, chiudi gli occhi e concentrati su ciò che provi. Visualizza i cibi saporiti di cui se golosa e cerca di capire se in questo momento hai bisogno di diventare più grintosa, più dura e maschile, e se gli snack salati sono davvero l’unico “strumento” per placare il tuo bisogno di determinazione.

Accogli la fame senza assecondarla, lascia che la sua forza ti pervada senza mangiare nulla, poi lentamente riapri gli occhi e torna alle tue attività.

Tieni a portata di mano il “pronto soccorso”

Vuoi tamponare il desiderio di cibi salati senza assumere troppi grassi e calorie, coasì dannosi per la silhouette? In una ciotola mescola un cucchiaio di argilla verde ventilata, due cucchiaini di gomasio (il mix di sale grezzo e semi di sesamo che trovi in erboristeria o nei negozi bio) e 4 compresse di alga spirulina che avrai ridotto in polvere in un mortaio.

Mescola bene e versa il composto in una scatolina con coperchio a chiusura ermetica, da portare sempre con te; mastica qualche pizzico del mix ogni volta che vorresti abbuffarti di pizzette o patatine.

 

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

If in so many moments of the day you feel the desire for salty foods that are damaging your shape,  there is a psychological cause: if you can avoid being tempted

 

When asked if you prefer salty or sweet foods, you should definitely answer the salty foods. It can happen mid-morning or in the afternoon, but also in the evening, when you lie down on the couch to relax or just before you go to bed: suddenly you get the insatiable desire to spice something salty foods. So you go find pizzas or chips, but you also like peanuts, crackers, a piece of cheese. Their decisive and appetizing flavor, crisp, crispy consistency, the presence of fat and salt give you a brief but intense fulfillment. At all disadvantage of the shape …

A need for repressed affirmation …

If the desire for sweet hides a search for denying pleasure and a still childish desire to cuddle, the desire for salty foods often masks a need for self-affirmation, with a more “male” impression: according to Chinese medicine, in fact, the need to Salt corresponds to a shortage of Yang, the “solar” energy that along with Yin (female strength) governs the alternation of day and night as well as seasons. Yang is the salt and expresses warmth, movement and vitality. If you need salt, if your body is pushing you for the search for sour foods, then most likely you will not be able to properly claim your male, strong and determined part: maybe in relationships with others – with your partner, Family or work – you are afraid to support your reasons, do not fight enough to defend your ideas, simply throw your sponge, give up, put you apart. Yet within you, that fire that you can not express and often even suppress, in the end, returns to arrogance in the form of a desire for salt and therefore salty foods: a hunger that for the ancients was a symbol of nourishment and Life, since the salad is the taste that characterizes the blood and also the seminal fluid.

If the desire for salty foods comes out of the meal

If the desire for salty foods aches you away from meals, you may need to fill a void with something that will give you a quick fulfillment; Also, salty foods often have a crunchy texture, and the act of munching them with voraciousness can mask the anger of not being able to express you for who you really are.

So do not fall into temptation

If you take on the charm of chips and crackers, do this exercise: as soon as you hear the hunger of salty foods arrive, stop, close your eyes and focus on what you feel. See the tasty foods that you gourmand looking for if you need to become grubby, harder and masculine at this moment, and if salty snacks are really the only “tool” to appease your need for determination.

Get hungry without supporting it, let your strength pervade you without eating anything, then slowly re-open your eyes and return to your business.
Keep the “first aid” at your fingertips

Do you want to tame the desire for salty foods without taking too much fat and calories, so damaging to the silhouette? In a bowl mix a spoonful of green clay, two teaspoons of gomasio (the raw salt mix and sesame seeds found in herbalist or bio shops) and 4 tablets of spirulina algae that will be powdered into a mortar. Mix well and pour the compound into a box with a hermetic lid, always with you; Mix some pinch of the mix every time you want to binge with pizza or chips.

 

SOURCE: Riza

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Vissute in modo routinario e con l’atteggiamento sbagliato, le vacanze possono diventare un incubo: ecco gli sbagli da evitare per godersi le ferie.

Qual è il giorno più stressante dell’anno? Strano da dirsi ma quello della partenza per le vacanze. Ma c’è di più: in questa paradossale classifica di infelicità, tra i primi posti, c’è anche il giorno del ritorno dalle ferie. Come si spiega? Perché le vacanze diventano troppo spesso il periodo più snervante dell’anno? La colpa è di quello che portiamo con noi in viaggio: una mentalità rigida che nemmeno il cambio di panorama riesce a scalfire.Partiamo con in testa un preciso dovere: riposare, rilassarci, divertirci. Ma come si può conciliare la vacanza con un imperativo? Il viaggio è, al contrario, il tempo del potere, non certo del dovere…

Liberati dai ruoli di sempre

Adeguarsi per il quieto vivere è il modo più diretto per scontentare tutti ed è quello che è successo ad Anna, abituata ad andare in vacanza con i figli, i parenti e gli amici e a cucinare per tutti. Non volendo deluderli, passava le giornate a serbare rancore, risultando poi indisponente. Quest’anno però si è rifiutata di prendere in mano le pentole. Risultato? Non si è mai divertita tanto e gli altri non l’hanno mai trovata così allegra e simpatica. Questo perché la vacanza è il momento migliore per “scappare” dai rapporti pesanti e dall’immagine di sé tutta doveri e ruoli. Portare in vacanza le stesse dinamiche che si vivono a casa, significa non partire affatto, come dimostra anche la storia di Ines e Paolo. Pure alle Maldive hanno trascorso sette giorni a litigare, rinfacciandosi le reciproche mancanze, proprio come in citta, ma insistere e ostinarsi non serve: solo cedendo e lasciando correre, si spezzano le corde che ti imbrigliano e puoi davvero spiccare il volo!

In vacanza non importi niente

La vacanza non è il tempo per fermare la vita e non fare niente, non è questo il riposo che ci serve. Semmai quello per smuoverla, lasciando emergere le inclinazioni e i talenti che possono aiutarci a essere felici. Lo ha sperimentato Caterina, che in ferie ha scoperto una passione smodata per il tennis. Tornata a casa ha continuato l’attività perdendo 10 chili in poco tempo, dopo che per anni aveva accumulato stress e delusioni con diete inutili. Il perché di questo cambiamento? Il cervello non “stacca mai”: quando pensi che non agisca, in realtà si immerge nei sogni e nelle immagini. La verità non è che hai usato troppe energie, ma troppo poche! Al contrario, non bisogna neanche trasformare la vacanza in un progetto di lavoro, come ha fatto Camilla. “Devo organizzare, far fruttare il tempo, divertirmi, incontrare le persone giuste” erano i suoi unici pensieri finché il corpo l’ha tradita con una tendinite. È importante fare azioni senza altro fine che ricavarne piacere e ritroverai il gusto della vita e il piacere delle ferie.

 

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

Rarely and with the wrong attitude, holidays can become a nightmare: here are the mistakes to avoid to enjoy your vacation.

What is the most stressful day of the year? Strange to say but that of departure for the holidays. But there is more: in this paradoxical ranking of unhappiness, among the first places, there is also the day of returning from vacation. How do you explain it? Why do the holidays become too often the most annoying period of the year? The blame is what we carry with us: a rigid mentality that even the change of scenery can not scratch. We have a specific duty in our minds: rest, relax, have fun. But how can we reconcile the holiday with an imperative? The journey is, on the contrary, the time of power, certainly not of duty …

Free from the routine roles

Adapting to quiet living is the most direct way to dissatisfaction with everyone and that is what happened to Anna, used to go on holiday with her children, relatives and friends and cook for everyone. Not wanting to disappoint them, she spent the days in stubbornness, becoming indifferent. But this year she refused to take the pots in her hand. Result? She never had much fun and the others have never found her so cheerful and sympathetic. This is because the holiday is the best time to “get away” from the heavy relationships and from the image of self duties and roles.

Bringing the same dynamics that you live at home on holiday means you do not leave at all, as is also the story of Ines and Paul. Just in the Maldives they have spent seven days arguing, coping with each other’s flaws, just as in the city, but insisting and obstinate it does not work: just surrendering and running, break the ropes that gurdy you and you can really fly!

On holiday you do not count much

Holiday is not the time to stop life and do nothing, not the rest we need. Whatever it is to move it, letting out the inclinations and talents that can help us to be happy. It has been experienced by Catherine, who on holiday has discovered a passion for tennis. Back at home she continued her activity by losing 10 pounds in a short time after having accumulated stress and disappointments with unnecessary diets for years. Why is this change? The brain does not “never break”: when you think it does not work, it really immerses itself in dreams and images.

The truth is not that you used too much energy, but too few! Conversely, you do not even have to turn your vacation into a work project, as did Camilla.

  • “I have to organize, make time, have fun, meet the right people” were her only thoughts until her body betrayed her with a tendinitis. It is important to do things without the other end that you will enjoy it and you will find the taste of life and the pleasure of holidays.

 

SOURCE: Riza

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In alcuni momenti dell’anno come i periodi di festa e di vacanza, in cui si parte per i viaggi tanto attesi, può subentrare in alcune persone una forte apprensione per i propri cari. Viaggi lunghi in macchina, in aereo, gite di gruppo. Lo stato d’animo apprensivo fa parte spesso di un aspetto caratteriale, ma in alcuni compare o si accentua di fronte ai periodi di distacco. Soprattutto nei genitori che lasciano andare i figli in vacanza da soli o per quelle coppie che decidono di fare dei giorni di vacanza separati.

I pensieri dolorosi dell’apprensione

Quando diventiamo apprensivi veniamo colti da pensieri dolorosi: si affacciano alla mente immagini brutte, tragiche, catastrofiche. Queste immagini procurano dolore, tolgono il fiato. Il respiro talvolta si blocca e quando si sblocca si trasforma nel gesto ansioso di chiamare continuamente la persona interessata se è lontana, di aspettare con le antenne alzate che torni a casa o che telefoni. Oppure, se la persona è lì con noi, la preoccupazione si manifesta con domande e parole assillanti.

I pensieri dolorosi hanno origine nella paura, una paura per la sicurezza dei nostri cari che può diventare ossessiva e togliere energia sia a chi la prova sia al soggetto a cui è rivolta.

Dimenticarsi di sé per pensare agli altri

Quando siamo in apprensione per chi amiamo ci dimentichiamo di noi stessi. La preoccupazione ci sposta lontano da noi e dalle nostre esigenze. Siamo proiettati sull’altro, pensiamo a cosa potrebbe accadere, come si potrebbe sentire se accadesse qualcosa di brutto. Diventiamo ansiosi, pessimisti e si attivano i meccanismi di controllo: cerchiamo di conoscere ogni tappa del cammino dell’altro, sia che si tratti di un viaggio, di un esame scolastico, di un colloquio di lavoro.

L’importanza di osservarsi

Quando arriva questo tipo di ansia e preoccupazione spesso è un’energia più forte di noi, difficile da controllare e fermare. L’osservazione di noi stessi in questo caso può esserci di grande aiuto. Prestare attenzione alle parole che diciamo a chi amiamo, allo stato d’animo che trasmettiamo o immaginare come ci sentiremmo ad essere al posto di chi riceve tutte queste attenzioni può farci prendere coscienza di questo stato d’animo negativo e soprattutto non funzionale. In fondo pre-occuparsi, ovvero occuparsi prima di una cosa che ancora non è accaduta e che molto probabilmente non accadrà, è un grande spreco di energia!

L’aiuto del Fiore di Bach Red Chestnut

Tra i Fiori di Bach ci può aiutare il fiore Red Chestnut. Il Dott. Bach lo descrive così:

  • “Per quelli che non riescono a evitare di stare in ansia per gli altri. Arrivano spesso a non preoccuparsi per sé stessi ma si rendono molto infelici perché spesso provano un’ansia anticipata per qualche avversità che possa colpire coloro che amano.”

Il fiore Red Chestnut ci trasmette fiducia nella vita, pace e ottimismo. Ci permette di essere premurosi verso l’altro in modo armonioso ed equilibrato, lasciando spazio a pensieri positivi e di buona riuscita degli eventi.

Red Chestnut ci stimola ad immaginare il meglio per i nostri cari e ad avere un atteggiamento ottimista.

Mentre utilizziamo il fiore Red Chestnut possiamo abbinare l’affermazione positiva

  • Il mondo è come io lo vedo, poiché amo i miei cari, vedo solo amore e bellezza!

 

FONTE: BenessereCorpoMente

 

(ENGLISH VERSION)

At some moments of the year such as holiday and holiday periods, where you go for the long-awaited journeys, some people may become apprehensive about their loved ones. Long trips by car, by plane, group trips. The apprehensive state of mind is often of a character aspect, but in some it appears or accentuates in the face of postponing periods. Especially in parents who let their children go on vacation alone or for those couples who decide to take separate holiday days.

The painful thoughts of apprehension

When we become apprehensive, we get caught up with painful thoughts: they look to the mind with ugly, tragic, catastrophic images. These images give pain, they take the breath away. Breath sometimes freezes and when it unlocks it turns into anxious gesture to continuously call the concerned person if it is far away, to wait with the raised antennas that he comes home or to that phone call. Or, if the person is there with us, the worry manifests itself with silly questions and words.

Painful thoughts originate in fear, a fear for the safety of our loved ones that can become obsessive and take energy to both the tester and the subject to whom it is addressed.

To forget about yourself  thinking about others

When we are apprehensive about who we love we forget about ourselves. Concern moves us away from us and our needs. We are projected on the other, think about what could happen, how could one feel if something bad happened. We become anxious, pessimistic and activate the control mechanisms: we try to know every step of the way of the other, whether it is a trip, a school exam, a job interview.

The importance of observing

When this type of anxiety and worry comes, it is often a stronger energy than us, difficult to control and stop. Observing ourselves in this case can be of great help. Paying attention to the words we say to those we love, the mood we transmit or imagine as we feel we are in the place of those who receive all these attentions can make us aware of this negative and above all non-functional state of mind. After all, preoccupying, or having to deal with something that has not yet happened and that will most likely not happen, is a waste of energy!

The help of Bach Red Chestnut Flower

Among the Bach Flowers can help us with the Red Chestnut flower. Dr Bach describes it as follows:

  • “For those who can not avoid being anxious to others. They often do not worry about themselves, but they are very unhappy because they often experience an anxiety for some adversity that can affect those they love. “

The Red Chestnut flower gives us confidence in life, peace and optimism. It allows us to be caring for each other in a harmonious and balanced way, leaving room for positive thoughts and good events.

Red Chestnut encourages us to imagine the best for our loved ones and to have an optimistic attitude.

While we use the Red Chestnut flower we can match the positive statement

  • “The world is like I see it, because I love my loved ones, I only see love and beauty!”

 

SOURCE: BenessereCorpoMente

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Da bambini chiediamo e domandiamo in continuazione. Crescendo, però, perdiamo non solo la fertile attitudine a domandare per sapere qualcosa, ma anche l’indispensabile capacità di chiedere per ottenere qualcosa, di materiale o di immateriale: amore, aiuto, attenzione, consigli, sostegno, un aumento di stipendio, un giorno di ferie, nuove opportunità, un libro in prestito, una mano per traslocare.

Spesso, e anche se non è per niente vero, i nostri bisogni ci appaiono così ovvi, espliciti e visibili che chiedere a qualcuno di aiutarci a soddisfarli ci sembra del tutto inutile: se quel qualcuno non si sta già attivando vuol dire che non vuole farlo, no?

In altri casi i nostri bisogni ci sembrano indizi di inadeguatezze che contraddicono la nostra autonomia di adulti, e mortificano la nostra identità sociale. Molto meglio non scoprirsi.

L’arte di chiedere

In termini di relazione, il fatto stesso di chiedere ci mette in una condizione di debolezza nei confronti dell’altro, a cui affidiamo una decisione, sì/no, che ci riguarda. Se l’altro dice di sì, la nostra condizione di debolezza sarà confermata (avremo un debito di gratitudine che prima o poi dovremo saldare). Anche questo sembra un ottimo motivo per non chiedere niente, mai.

Ma chiedere ci espone anche al rischio di ottenere un rifiuto le cui conseguenze, nella nostra percezione, si espandono dall’oggetto specifico della richiesta a noi stessi e al nostro valore come persone. Una ferita che preferiamo evitarci.

Chiedere non è facile, ma quando chiedi stabilisci un contatto con le persone. E loro ti aiutano

Così succede che, quanto più una richiesta per noi è importante, tanto più troviamo molti ottimi motivi per non renderla esplicita. In sostanza, facciamo così fatica a chiedere anche perché ci rispondiamo di no da soli, prima ancora di formularla, la richiesta.

L’arte di chiedere riguarda proprio queste due cose: il percepire la propria vulnerabilità, l’avere fiducia nel proprio valore e nella buona disposizione degli altri. Un esempio estremo, proprio per questo interessante, è offerto dalla musicista Amanda Palmer in una Ted conference di qualche anno fa.

  • “Chiedere non è facile perché rende vulnerabili”, dice. “Ma quando chiedi stabilisci un contatto con le persone. E loro ti aiutano”.

La sua idea di addestramento a chiedere comprende alcuni anni di pratica restando immobile come una statua, tutta dipinta di bianco, in mezzo alla strada; una quantità di notti passate facendo couchsurfing (si tratta di ottenere ospitalità sul divano di qualcuno per dormirci); e più di un milione di euro per un nuovo album raccolti nel 2012 con Kickstarter: il maggior successo di crowdfunding della piattaforma fino ad allora.

Poco per volta

Sia la conferenza di Palmer sia il libro che ne è seguito sono stati oggetto di numerose controversie. Ho il sospetto che queste derivino anche dalla spudorata, imbarazzante energia con cui Palmer sostiene la sua tesi.

Suvvia, pensiamo, chiedere è poco dignitoso! Le persone beneducate non chiedono! E il vero uomo (lo suggeriva una discutibile, e tuttavia notissima, campagna pubblicitaria) “non deve chiedere mai.

Del resto, ce lo cantano perfino i Rolling Stones:

  • You can’t always get what you want(non puoi sempre ottenere ciò che vuoi).

Ma come potremmo fare, se mai decidessimo di provare a chiedere? Se da bambini chiedevamo strillando, da adulti ci conviene farlo ricorrendo ad altre strategie. Psychology Today dà nove suggerimenti di buonsenso. Possono funzionare, specie per chi non è Amanda Palmer. L’ultimo è il più importante di tutti.

In sostanza, si tratta di fare una singola richiesta alla volta, ragionevole e corredata da un’argomentazione strutturata, convincente e breve. Di chiedere con dignità e cortesia, e al momento giusto (cioè quando l’interlocutore ha la possibilità di prestare attenzione alla richiesta).

Si tratta anche di non manipolare l’interlocutore (potrebbe risentirsi) inanellando una catena di richieste sempre più onerose dopo aver ottenuto un primo assenso.

Si tratta, poi, di lasciare all’interlocutore la possibilità di dire no (può avere validi motivi per farlo) senza che questo pregiudichi la relazione. Infine si tratta di non ruminare sulle eventuali risposte negative. Meglio pensare che tutto potrebbe cambiare in circostanze più favorevoli.

Rispetto invece di arroganza

“La maggior parte delle persone non chiede, e questo fatto a volte separa le persone che riescono a fare qualcosa dalle persone che sognano soltanto di farlo: se hai paura di fallire non andrai molto lontano”, ha detto Steve Jobs, raccontando di una telefonata fatta a dodici anni, quando era ancora solo un ragazzino fiducioso, e convinto di meritarsi una dose di attenzione.

Chiedere è, appunto, un gesto di fiducia, di libertà e di coraggio. È un atto che necessita di discernimento: la differenza tra chiedere e pretendere (o esigere) è cruciale, e pretendere è il contrario del chiedere, così come uno schiaffo è il contrario di una carezza. Pretendere, presumendo che l’altro debba (e non possa voler) acconsentire, e farlo senza essere in una posizione di forza, è non solo inefficace ma anche sommamente stupido. Trasforma la possibilità di un sì nella certezza di un no.

Perfino chi è nella posizione di pretendere (vieni domattina alle sette! Metti subito in ordine la tua camera! Archivia questi documenti!) farebbe meglio, invece, a esercitarsi nell’arte più sottile e umana del chiedere. Comunicando, con questa scelta di tratto e di tono, rispetto anziché arroganza. E regalando all’interlocutore la gioia di rispondere con un sì sostanzialmente necessario, ma almeno formalmente libero, e più gratificante perché non rivolto al ruolo, ma alla persona.

FONTE: Internazionale
(ENGLISH VERSION)

As children we ask and ask for it continuously. Growing, however, we lose not only the fertile attitude of asking for something but also the indispensable ability to ask for something, material or immaterial: love, help, attention, advice, support, salary increase, holidays, new opportunities, a loan, a book, a hand to move on.

Often, and even if it is not true, our needs seem so obvious, explicit and visible that asking someone to help us satisfy them seems useless: if that someone is not already activating it means he does not want to do it , don’t you think?

In other cases, our needs seem to us to indicate inadequacies that contradict our autonomy of adults and mortify our social identity. Much better not to find out.

The art of asking

In terms of relationship, the very fact of asking puts us in a state of weakness towards the other, to which we rely on a decision, yes / no, that concerns us. If the other says yes, our condition of weakness will be confirmed (we will have a debt of gratitude that will sooner or later have to be soldered). This also seems to be a good reason for not asking for anything, ever.

But asking also exposes us to the risk of getting a rejection whose consequences, in our perception, expanding from the specific object of the request to ourselves and our value as people. A wound that we prefer to avoid.

Asking is not easy, but when you ask to establish contact with people. And they help you

So it happens that the more a demand for us is important, the more we find many good reasons for not making it explicit. In essence, we are so eager to ask why we do not answer for ourselves, even before we formulate the request.

The art of asking applies precisely to these two things: to perceive its vulnerability, to have confidence in its value and in the good disposition of others. An extreme example, just for this, is offered by musician Amanda Palmer at a Ted conference a few years ago.

  • “Asking is not easy because it makes us vulnerable,” she says. “But when you ask, you establish a contact with the people. And then hey help you. “

Her idea of ​​training to ask includes a few years of practice remaining motionless as a statue, all painted white, in the middle of the street; A lot of spent nights doing couch-surfing (it’s about getting somebody’s couch to sleep); And more than a million euros for a new album picked up in 2012 with Kickstarter: the biggest crowdfunding of the platform so far.

A little bit at a time

Both the Palmer conference and the book that followed were the subject of numerous controversies. I suspect that these also derive from the shameless, embarrassing energy with which Palmer supports her thesis.

Now, let’s think, asking is not worthy! Polite people do not ask for it! And the real man (suggested a questionable, and yet noteworthy, advertising campaign) “should never ask”.

Moreover, even the Rolling Stones sing it:

  • “You can not always get what you want (you can not always get what you want).”

But how could we do, if we ever decided to try to ask? If we were screaming for kids, adults should do it using other strategies. Psychology Today gives nine good sense tips. They can work, especially for those who are not Amanda Palmer. The last is the most important one.

In essence, it is to make a single request at a time, reasonable and accompanied by a structured, convincing and brief argument. To ask with dignity and courtesy, and at the right time (ie when the interlocutor has the opportunity to pay attention to the request).

It is also a matter of not manipulating the interlocutor (he may feel sorry) by ringing in an ever-to-expensive chain of demands after obtaining a first assent.

It is, then, to leave the interviewer the opportunity to say no (he can have good reasons for doing so) without this affecting the relationship. Finally, it is not to rush about any negative answers. Better to think that everything could change in more favorable circumstances.

Respectful instead of arrogance

“Most people do not ask, and this sometimes separates people who can do something from people they only dream about doing: if you’re afraid of failing you will not go far,” said Steve Jobs, telling a phone call Made twelve years old when he was still a confident little boy, and convinced he deserved a dose of attention.

Asking is, in fact, a gesture of trust, freedom and courage. It is an act that needs discernment: the difference between asking and requiring (or demanding) is crucial, and pretending is the opposite of asking, as a slap is the opposite of caress. Pretending, assuming that the other (and not willing to) consent, and doing it without being in a strong position, is not only ineffective but also utterly stupid. Turns the possibility of a yes in the certainty of a no.

Even those who are in the position to claim (come in the morning at seven o’clock! Put your room right in order! Store these documents!) It would be better to practice the subtle and human art of asking. Communicating, with this choice of stroke and tone, respect rather than arrogance. And giving the interlocutor the joy of responding with a yes essentially necessary, but at least formally free, and more rewarding because not addressed to the role, but to the person.

 

FONTE: Internazionale

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Quando accadono eventi traumatici o dolorosi, vengono alla luce parti di noi che non avevamo incontrato: ma è proprio in quei momenti che scopriamo chi siamo…

 

Maria, già mamma di un bimbo di 5 anni, aspetta un bambino. A un controllo morfologico, scopre che al proprio secondogenito manca la mano sinistra. In pochi giorni, lei e il marito sono costretti a prendere una decisione molto difficile:

  • “Abbiamo passato una settimana a ipotizzare la nostra vita e quella dei nostri figli con un problema più grande di noi, che non avevamo scelto e non avremmo saputo gestire. Abbiamo avuto paura, non siamo più riusciti a vedere nostro figlio oltre quella mancanza e abbiamo scelto di interrompere la gravidanza”.

Lei e il marito spiegano ai medici che non mettere al mondo il figlio era – a loro avviso – l’unico modo per tutelarlo, per evitargli la condanna di sentirsi diverso e limitato, eppure, la sensazione di sollievo provata dopo la scelta lascia presto il posto a un senso di perdita, di fallimento e d’infelicità difficili da superare. Il crollo arriva quando Maria rilegge un giorno la cartella clinica relativa all’intervento:

  • “mi sono vergognata nel leggere le nostre motivazioni, non mi ci sono riconosciuta, mi sono sentita un mamma misera e ingrata… io che ho sempre sponsorizzato la vita come dono stupendo e impagabile. Ho sempre gridato ai quattro venti che l’amore è la forza più potente al mondo, che abbatte tutte le barriere … quelle che non sono riuscita ad abbattere io. Mi sono sentita quella che predica bene ma razzola male, una persona meschina…E ora, come si fa a perdonarsi?”

Smetti di soffrire se dici addio alle false identità

Maria si è trovata ad affrontare una delle decisioni più drammatiche dell’esistenza: dare o meno la vita a un figlio con una malformazione importante. E proprio lei, che della vita ha sempre fatto una bandiera, ha scelto di negargliela. Una “presa di coscienza” che oggi la precipita in un abisso di dolore e le impedisce di perdonarsi. Non è nostra intenzione dare giudizi su una decisione così difficile e delicata, ma dalle sue parole si ha l’impressione che sia lei ad aver intuito come le ragioni a sostegno della propria posizione fossero più figlie della paura che di una profonda convinzione.

E forse proprio qui sta il problema: il ruolo che Maria aveva sempre interpretato era, in realtà, una costruzione mentale; la menomazione del figlio glielo ha mostrato in maniera inequivocabile. La sofferenza e l’incredulità di oggi sono quindi figlie di una doppia perdita: quella di un figlio desiderato ma sfortunato e quella di un’immagine di sé che in verità non le appartiene. A entrare in crisi, in questo caso, è un’intera identità; la madre e la donna non sono state all’altezza delle proprie aspettative, una scoperta drammatica ma di cui è bene fare tesoro. Se è vero, infatti, che questo evento ha messo a nudo la fragilità di un’immagine con cui Maria si era a lungo identificata, al tempo stesso, ha fatto emergere un aspetto di sé che è necessario accettare, quella paura di non farcela che l’ha condotta verso la scelta compiuta; la stessa che oggi, suo malgrado, la fa sentire tanto male.

Per perdonarti, accogli i tuoi limiti        

La paura con cui Maria si è trovata a fare i conti non deve essere certo letta come un male all’origine di una colpa, ma come un limite che le appartiene in quanto essere umano: il limite di non aver considerato che concepire un figlio comporta anche dei rischi o di non essersi chiesti come reagire in certi casi, il limite di non essere riusciti ad andare oltre quella mano mancante o quello di aver fatto di un ideale (l’amore sbandierato ai quattro venti) il proprio credo… Si tratta di limiti più che umani e prima Maria accetterà di averne, come tutti, prima riuscirà a perdonarsi. La sua “sfida”, oggi, è proprio questa: rinunciare alle posizioni assolute, come quella dell’amore capace di infrangere qualunque barriera della vita a tutti i costi, e accettare anche le incongruenze e le fragilità. L’essere umano è, per natura, contraddittorio e ambivalente e il suo comportamento lo dimostra in modo chiaro. Condannarsi non serve e, certo, non l’aiuterà a diventare una madre migliore; se invece saprà perdonarsi per non aver aderito a quell’immagine che aveva a lungo caldeggiato (la “paladina” della vita e dell’amore) col tempo arriverà a perdonare a se stessa anche quella scelta tanto difficile.

 

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

When traumatic or painful events occur, there are parts of us that we have not met: but it is in those moments that we find out who we are …

 

Mary, already mom since 5 year , is expecting a second baby. At a morphological check, she discovers that her baby  lacks his second hand. In a few days, she and her husband are forced to make a very difficult decision:

  • “We spent a week in hypothesizing our lives and that of our children with a bigger problem than we had chosen and we could not handle. We were afraid, we could not see our son beyond that lack and we chose to stop pregnancy. ”

She and her husband explain to the physicians that they do not want to have that child – in their view – the only way to protect him, to avoid the condemnation of feeling different and limited, yet the feeling of relief proven after choosing soon leaves placing a sense of loss, failure and unhappiness difficult to overcome.

The collapse comes when Maria re-reads the clinical record for surgery one day:

  • “I am ashamed to read our motives, I have not recognized myself, I felt a miserable and ungrateful mother … I always sponsored my life as a beautiful and unmatchable gift. I’ve always shouted at the four winds that love is the most powerful force in the world, which overthrows all the barriers … those I did not manage to break down. I felt the one that preaches well but badly shakes, a weird person … And now, how can I get pardoned? “

Stop worrying if you say goodbye to false identities

Mary has faced one of the most dramatic decisions of existence: to give life to a child with a major malformation. And she, who has always made a banner of life, chose to deny it. A “conscience” that today falls into a gulf of sorrow and prevents her from forgiving. It is not our intention to make a judgment on such a difficult and delicate decision, but from her words she has the impression that she has come to realize that the reasons for her position were driven  from fear than of deep conviction.

And perhaps here is the problem: the role that Maria had always interpreted was, in fact, a mental construction; The disruption of the son has shown her unequivocally. The suffering and disbelief of today are therefore the daughters of a double loss: that of a desired but unlucky child and that of a self-image which in truth does not belong to them.

Crisis, in this case, is an entire identity; The mother and woman were not up to their expectations, a dramatic discovery, but it is a good thing to treasure. While it is true that this event bore the fragility of an image with which Mary had long been identified, at the same time, she had emerged an aspect of herself that it was necessary to accept, the fear of not making it led her toward the choice; The same as today, despite her, makes her feel so bad.

Forgiving yourself, welcome your limits

The fear with which Mary finds herself to be counted is not to be read as a hurt as a fault, but as a limit that belongs to her as a human being: the limit of not having considered that conceiving a child involves Even the risk or not being asked how to react in certain cases, the limit to not being able to go beyond that missing hand or to have made an ideal (the love of the four winds) its own belief … It is limits more than human and before Mary will accept to have, like everyone else, first to be able to forgive.

Her “challenge” today is precisely this: to renounce to absolute positions, such as love that is capable of breaking any barrier to life at all costs, and accepting inconsistencies and fragility as well.

Human being is, by nature, contradictory and ambivalent, and her behavior clearly demonstrates this. Condemning is not necessary and, of course, it will not help her to become a better mother; If she can forgive herself for not having adhered to that long-held image (the “paladin” of life and love) over time, she will forgive herself the very difficult choice.

 

SOURCE: Riza

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Quando ci arrendiamo alla sua “scomparsa”, senza saperlo ne stiamo preparando la rinascita: l’amore perduto ritornerà in altre forme…

 

C’è una cosa che accomuna la storia di molti uomini e donne: la sensazione di un amore perduto o – similmente, di un amore che non si è trovato, di un amore che si è intravisto un attimo e poi ci è sfuggito, pena della carne e dello spirito e al contempo struggente desiderio dell’Anima. Se forse è tempo perso cercare di definire l’amore, è vero anche che la sua mancanza, il vuoto che crea può diventare “motore” del nostro vivere, il volano che trasmette energia e passione, oltre ogni tristezza e amarezza. per lo stesso principio, quelli che chiamiamo mali dell’Anima, i disagi del vivere, le ristrettezze che fanno soffrire, racchiudono in realtà il senso autentico della vita.

L’amore non è possesso

La nostalgia dell’ amore perduto è in realtà simile a una ricerca interiore, per certi aspetti affine a quella del Santo Graal (ardua ricerca dunque…) ma in questo cammino il rischio è quello di confondere questo desiderio di amore “cosmico” con altro, in primo luogo col possesso. Così, quando si pensa d’averlo trovato scatta la frenesia di possedere, la gelosia e la paura che possa sfuggirci prevalgono e l’amore si eclissa nuovamente. La frustrazione che proviamo in questi casi ci dice che siamo stati vittime di un’illusione, come di un miraggio che si vede solo a una certa ora, in un certo giorno. Arriva la delusione e si pensa: ho scelto la persona sbagliata. A causa di questo equivoco tante unioni finiscono, si logorano, lasciano con l’amaro in bocca, con rivendicazioni e risentimenti che emergono nelle discussioni, nelle reciproche delusioni. L’ Amore perduto genera sofferenza, ribellione, l’insofferenza, l’impazienza. Siamo noi a creare i malesseri e paradossalmente quando cerchiamo di evitarli diamo loro più forza.

L’amore non ha un solo volto

Per non fare confusione e non cadere nel tranello delle illusioni, occorre saper distinguere. Esiste l‘unione di due persone che si piacciono e si amano qui, sulla terra, ogni giorno, dove ci si sposa o si convive, dove si pagano bollette e si dimenticano gli ombrelli in qualche negozio, dove si prepara pranzo e cena, dove si fa l’amore con più o meno passione e dove nascono bambini. Poi esiste un altro tipo di amore, quello che “traspira” dal nostro profondo, dove esiste una tavola con un posto vuoto, dove si racconta una favola di una principessa da salvare o di un principe da conquistare, il tutto dopo grandi difficoltà e peripezie (come nella “foresta dei perigli” del ciclo dei romanzi sulla ricerca del Graal). L’ amore perduto è una ferita che attende di essere sanata, è la completezza cercata da mistici e saggi, è la vittoria sui dolori e sulle angosce che tutti vorrebbero.

Non vive nel quotidiano delle relazioni, ma in altri tempi e in altri luoghi.

Perdonarsi e proseguire la ricerca

Quando parliamo d’amore esistono quindi due piani differenti; vivere armoniosamente la vita implica stare con i piedi nella quotidianità ma saper anche ascoltare cosa suggerisce il sogno, l’immaginazione, i desideri reconditi; l’immagine che appagherebbe in pieno i nostri bisogni è una figura “eterna” che provoca dolcezza e malinconia ma anche ispirazione e risolutezza, sentimenti di cui abbiamo grande bisogno. Infine, quando parliamo di amore perduto dobbiamo soprattutto imparare a perdonare. Ma chi? Noi stessi per primi, “colpevoli” di non riuscire a raggiungere l’ Amore perduto, sognato o rimpianto, incapaci di spegnere la nostalgia che brucia eternamente in ognuno. E perdonarci il fatto che quel che manca continuerà a mancare: non è colpa nostra o del partner, poiché è la nostra Anima a spingerci in questa ricerca, che rende la vita ancor più degna di essere vissuta.

Non soffri per lei (o per lui) ma per te!

Quando soffriamo per l’ amore perduto e la ferita sanguina, ma non è l’altro che non c’è più (o che non c’è mai stato) a farci star male, ma quella nostalgia “eterna”…Chi resiste al fascino di questa ricerca o chi la dimentica apparentemente vive meglio, ma è un illusione: sentire nel cuore il desiderio di trovare quest’amore “cosmico” è in realtà un privilegio, anche se doloroso, anche se comporta fatiche e dispiaceri. Chi cerca è però davvero più ricco, ha più risorse interiori, e nei momenti più bui scoprirà qualcosa di prezioso, quel senso dell’esistenza che, senza che se ne accorgesse, ha reso e rende unica la sua vita.

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

When we surrender to its “disappearance”, without knowing it, we are preparing the rebirth: lost love will return to other forms …

 

There is one thing that unites the story of many men and women: the feeling of a lost love or, similarly, of a love that has not been found, of a love that has been glimpsed for a moment and then escaped, punishment Of the flesh and of the spirit, and at the same time the painful desire of the Soul. If it is time to try to define love, it is also true that its lack, the vacuum it creates can become the “engine” of our life, the flywheel that transmits energy and passion beyond all bitterness and disillusion.  For the same principle, what we call the Evil of the Soul, the discomforts of living, the shortcomings that make it suffer, actually encase the authentic sense of life.

Love is not possessed

The nostalgia of lost love is in fact similar to an inner search, in some respects similar to that of the Holy Grail (arduous search therefore …) but in this journey the risk is to confuse this desire of “cosmic” love with Elsewhere, first with possession. So, when you think that you have found it, the frenzy of possessing, the jealousy and the fear that can escape, prevail, and love is eclipsed again. The frustration we experience in these cases tells us that we have been victims of an illusion, like a mirage that we only see at some time, in a certain day. The disappointment comes and it is thought: I chose the wrong person. Because of this misunderstanding, so many unions end up, they wear out, leave with bitterness in the mouth, with claims and resentments that emerge in discussions, in mutual disappointments. Love destroys suffering, rebellion, intolerance, impatience. We are creating creeps and paradoxically when we try to avoid them give them more strength.

Love does not have a single face

To avoid confusion and not to fall into the trap of illusions, one must be able to distinguish. There is the union of two people who like and love each other here, on the ground, every day, where they get married or live together, where they pay bills and forget their umbrellas in a shop where lunch and dinner are prepared where you make love with more or less passion and where children are born. Then there is another kind of love, the one that “breathes” from our depths, where there is a table with an empty place where one tells a fairy tale of a princess to save or a prince to conquer, all after great difficulties and perceptions (As in the “forest of the pearls” of the novel books on Graal’s quest). The lost love is a wound waiting to be sanctified, it is the completeness sought by mystics and wise, it is the victory over the pains and anguish everyone would want.

He does not live in the daily of relations, but at other times and in other places.

Forgive yourself and continue your research

When we speak of love there are therefore two different planes; Living harmoniously means life with your feet in everyday life but also knowing what the dream, the imagination, the despairing desires suggest; The image that fully fulfills our needs is an “eternal” figure that provokes sweetness and melancholy, but also inspiration and resolve, the feelings we really need. Finally, when we talk of lost love we must first learn to forgive. Who? We ourselves, first, “guilty” of failing to reach the lost, dreamed, or regretted Love, unable to extinguish the nostalgia that burns eternally in everyone. And forgive ourself the fact that what is missing will continue to fail: It is not our fault or our partner, because our Soul is moving us into this quest, which makes life even more worthy of being lived.

Do not suffer for her (or for him) but for you!

When we suffer for lost love and the wound is bleeding, but it is not the other that there is (or has never been) to make us ill, but that “eternal” nostalgia … Who resists To the charm of this search or whoever forgets it apparently lives better, but it is an illusion: to feel in the heart the desire to find this “cosmic” love is in fact a privilege, though painful, even though it entails fatigue and sorrow. The seeker, however, is richer, has more inner resources, and in the darkest moments he will discover something precious, that sense of existence that, without noticing it, made and made his life unique.

SOURCE: Riza

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La maggior parte dei problemi che impediscono una buona comunicazione nasce da errori facilmente evitabili: scopri cosa devi fare.

 

Non dobbiamo farci impressionare dalla possibilità infinita di scambi comunicativi che la tecnologia ci mette a disposizione: la comunicazione efficace è ancora oggi una competenza che sfugge alla maggior parte delle persone e anzi, quello che accade nel dialogo è la prima causa di difficoltà, crisi e problemi. L’attuale overdose di comunicazione, sia verbale sia scritta, ha creato una superficialità di approccio, anche quando si parla di cose profonde e ha inquinato anche la comunicazione diretta, vis- a-vis: uno vuole dire una cosa e ne esce un’altra e l’interlocutore ne capisce un’altra ancora e così via…

Troppe informazioni = comunicazione inefficace

Se dovessimo cercare il problema principale delle relazioni odierne, non potremmo che indicare l’eccesso di comunicazione.  Da sempre il segreto del comunicare bene risiede nel sottrarre. Si vuole dire una cosa importante? Vengono in mente tante cose a essa collegate e allora si fanno premesse, si fa un exursus e nel frattempo l’attenzione dell’altro si riduce insieme all’interesse, il nucleo del discorso si sfrangia e il messaggio non giunge a destinazione. Bisogna fare come gli scultori, che tolgono tutto il marmo che non serve e lasciano, con abilità, quello necessario nella forma desiderata. Ciò vale in coppia, nelle amicizie, nella vita sociale: per trasmettere le cose importanti dobbiamo togliere, sfoltire. E seguire poche, semplici regole: eccole

Uno: attenzione alle premesse

Spesso chi è solito non farsi capire fa un errore tipico: inizia con lunghe premesse e spiegazioni preliminari, per arrivare al punto quando ormai l’interlocutore si è distratto o spazientito. Cosa vuoi davvero dire? Fai una sintesi dell’informazione principale ed esponila all’interlocutore nei primi 20 secondi, poi fai pure un passo indietro a raccontare le premesse: a quel punto avrai agganciato la sua attenzione e la comunicazione andrà a segno.

Due: chiarezza e neutralità

Quando si racconta è bello “colorare” il linguaggio con note e giudizi personali. Quando invece discuti, ad esempio in coppia, ricorrere troppo a questi aspetti del linguaggio può provocare facilmente un blocco nella comunicazione: l’altro si concentra su un giudizio che hai dato di passaggio su un aspetto secondario della questione, considerandolo magari aggressivo, e perde di vista il messaggio principale. Bada all’essenziale, sii diretto, non usare i “fronzoli” o le note di colore per mandare messaggi obliqui.

Tre: preferisci il vis-a-vis

Se tieni davvero a comunicare un problema o un’idea, privilegia l’incontro reale. Se è impossibile, scegli il telefono ma valuta bene il momento. Non affidarti alle forme di messaggio scritto come sms e simili: in questi tipi di linguaggio è assente l’aspetto espressivo (intonazione, espressione del viso, gesti ecc.) e facilmente una battuta divertita può essere scambiata per un giudizio severo e così via. E non sempre le faccine bastano a colmare il vuoto di comunicazione

Quattro: fai pratica con una lettera

Ecco una tecnica per imparare a essere chiari e diretti: se hai la sensazione che farai fatica a spiegarti, prova a sviluppare il tuo messaggio in forma di lettera. Se è vero che lo scritto è carente sul lato espressivo, è però ottimo per sviluppare la capacità di argomentare in modo logico, evitando tutte le divagazioni che portano fuori strada. Scrivi, leggi, poi rifletti: hai detto tutto? O troppo? La sequenza è giusta? Prova a numerare i punti del tuo discorso: è meglio invertirli o il discorso fila? Non devi spedire la lettera, ma esercitarti a esser sintetico e a dare un ordine coerente a quello che dici.

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

Most of the problems that prevent good communication are caused by easily avoided mistakes: find out what you need to do.

 

We must not be impressed by the infinite possibilities of communicative exchanges that technology makes available to us: effective communication is still a skill that is out of the reach of most people, and indeed, what is happening in dialogue is the first cause of difficulties, crises and problems.

The current overdose of communication, both verbal and written, has created a superficial approach, even when it comes to profound things and also polluted direct communication, vis-à-vis: one means something and comes out of an other and the interlocutor understands another one and so on …

Too much information = ineffective communication

If we were to look for the main problem of today’s relationships, we could only point out the excess of communication. Always the secret of communicating well resides in subtracting. Do you mean something important? There are so many related things in mind and then they are premised, an exursus is made and in the meantime the attention of the other is diminished along with the interest, the core of the speech becomes frail and the message does not reach its destination. You have to do just like sculptors, who take away all the marble they do not need and leave, with skill, what is needed in the desired form. This is in pairs, in friendships, in social life: to convey the important things we have to take away, deflate. And follow a few, simple rules: here it is

One: pay attention to the premise

Often people who do not understand themselves make a typical mistake. It begins with long premise and preliminary explanations, to get to the point when the interlocutor is distracted or disturbed. What do you really mean? Make a summary of the main information and set it to the interviewer for the first 20 seconds, then take a step back to tell the basics: at that point you will catch your attention and the communication will mark.

Two: clarity and neutrality

When you tell it’s nice to “color” the language with personal notes and judgments. When discussing, for example, in pairs, resorting too much to these aspects of language can easily lead to a blockage in communication; the other focuses on a judgment you have given to passing on a secondary aspect of the matter, considering it to be aggressive, and loses View the main message. Go to the essentials, be direct, do not use “frills” or color notes to send oblique messages.

Three: You prefer vis-a-vis

If you are really talking about a problem or an idea, privilege the real encounter. If it is impossible, choose the phone but consider the time well. Do not rely on the forms of message written as sms and the like: in these types of language there is no expressive aspect (intonation, expression of the face, gestures, etc.) and easily an amusing joke can be traded for a severe judgment and so on. And not always the smiles are enough to fill the communication gap …

Four: Practice with a letter

Here’s a technique to learn to be clear and straightforward: if you have the feeling that you will struggle to explain, try to develop your message in letter form. While it is true that the script is deficient on the expressive side, it is, however, great to develop the ability to argue logically, avoiding all the mischiefs that lead out of the way. Write, read, then reflect: you said everything? Or too much? Is the sequence right? Try counting the points in your speech: is it better to turn them or the talk line? You do not have to send the letter, but practice it to be synthetic and give a consistent order to what you say.

SOURCE: Riza

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