Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘PSICOLOGIA’

Occorrono 6 ore per riparare i danni causati al nostro corpo da 5 minuti di rabbia – Abbiamo fatto bene i conti? Ci conviene?

 

Lo rivela una ricerca che ci invita ad avere un maggior autocontrollo

Il nostro sistema psico fisico impiega circa 6 ore per riprendersi quando abbiamo uno scatto di rabbia. Lo rivela una ricerca medica che invita quindi ad un maggior autocontrollo. 5 minuti di rabbia infatti, provocati da una qualsiasi ragione, hanno una ripercussione sul sistema immunitario per un tempo di circa 6 ore. Ecco perchè occorre come non serva lasciarsi prendere da quegli scatti di ira che, non solo spesso non risolvono i problemi, ma danneggiano la propria persona. Sorge quindi spontanea la domanda: bisogna forse reprimere, tenersi dentro la rabbia?

La risposta è no. Anche il mantenere tutto dentro provoca gli stessi danni!

Ciò di cui abbiamo bisogno è imparare a coltivare abitudini che bilancino meglio le nostre reazioni agli eventi. Occorre imparare a conoscerci meglio per sapere cosa ci fa arrabbiare, cosa ci fa male. Riuscendo così a evitare che pochi minuti fuori controllo generino reazioni vistose. La rabbia e l’odio possono essere diretti a se stessi o verso altre persone, ma in entrambi i casi si perde quando permettiamo a queste emozioni di prendere il sopravvento.

5 minuti di rabbia incidono sul nostro equilibrio e sul nostro benessere

Se, infatti, riflettiamo su questo, ci accorgiamo come 5 minuti di rabbia e di perdita di controllo incidono sul nostro equilibrio e sul nostro benessere. Grazie a questa consapevolezza diviene allora importante coltivare pratiche che rafforzano il nostro controllo. Piccole abitudini che consentano di evitare di cadere nelle sabbie mobili di quelle emozioni che sono molto nocive.

Che fare dunque per non permettere che 5 minuti di rabbia provochino reazioni cosi intense da ripercuotersi per circa 6 ore?

Interessante lo spunto fornito dal neuroscienziato Rick Hanson. Secondo il ricercatore americano ci occorrono solo 12 secondi per contemplare qualcosa di bello, capace di darci una sensazione di benessere.

L’autore di numerosi testi sulla resilienza suggerisce così di allenare la propria psiche a concentrarsi su quello che ci piace, che dona benessere. Occorre poi cercare di ridurre, specie sul lavoro, quelle situazioni che creano eccessivo stress e che poi sfociano in reazioni incontrollate.

Organizzazione e pianificazione del lavoro sono quindi ottimi alleati affinchè lo stress non prenda il sopravvento. Ma, soprattutto, è l’atteggiamento che teniamo nei confronti della vita in generale ad essere decisivo affinchè la negatività non prevalga.

Coltivando sentimenti ed emozioni quali empatia, gentilezza, ottimismo. Stati d’animo che consentono di vivere anche imprevisti e delusioni nella giusta maniera.

 

FONTE: Zapping

 

(ENGLISH VERSION)

It takes 6 hours to repair the damage caused to our body by 5 minutes of anger – Did we do the math well? Is it convenient for us?

This is revealed by research that invites us to have greater self-control

Our psycho-physical system takes about 6 hours to recover when we have a fit of anger. This was revealed by medical research which therefore calls for greater self-control. 5 minutes of anger in fact, caused by any reason, have an impact on the immune system for a time of about 6 hours. This is why it is necessary not to let yourself be taken by those outbursts of anger which, not only often do not solve problems, but damage their own person. The question therefore arises: should we repress, keep anger inside?

The answer is no. Keeping everything inside also causes the same damage!

What we need is to learn to cultivate habits that better balance our reactions to events. We need to get to know each other better to know what makes us angry, what hurts us. Thus managing to avoid that a few minutes out of control generate flashy reactions. Anger and hatred can be directed at yourself or towards other people, but in both cases it gets lost when we allow these emotions to take over.

5 minutes of anger affect our balance and well-being

In fact, if we reflect on this, we realize how 5 minutes of anger and loss of control affect our balance and well-being. Thanks to this awareness, it then becomes important to cultivate practices that strengthen our control. Small habits that allow you to avoid falling into the quicksand of those emotions that are very harmful. So what to do to not allow 5 minutes of anger to provoke reactions so intense that they will affect you for about 6 hours?

The idea provided by the neuroscientist Rick Hanson is interesting. According to the American researcher, it only takes 12 seconds to contemplate something beautiful, capable of giving us a feeling of well-being.

The author of numerous texts on resilience thus suggests to train one’s psyche to focus on what we like, which gives well-being. We must then try to reduce, especially at work, those situations that create excessive stress and that then lead to uncontrolled reactions.

Work organization and planning are therefore excellent allies so that stress does not take over. But, above all, it is the attitude that we hold towards life in general that is decisive so that negativity does not prevail.

By cultivating feelings and emotions such as empathy, kindness, optimism. Moods that allow you to experience unexpected and disappointments in the right way.

 

SOURCE: Zapping

Read Full Post »

Ci sono persone che faticano a esprimere le emozioni, o meglio che le reprimono completamente. Si tratta di un vero e proprio disturbo che prende il nome di alessitimia, una condizione di ridotta consapevolezza emotiva, che causa l’incapacità di riconoscere e descrivere le proprie emozioni e quelle degli altri.

 

Ebbene, in generale la poca familiarità con la propria emotività, secondo il campo della psiconeuroimmunologia (PNI), può avere ripercussioni negative a livello immunitario, con conseguenze per la nostra salute.

Spesso si sente affermare che le emozioni influenzano più di quanto ci aspettiamo il corpo e il campo della PNI lo sta dimostrando, rilevando relazioni interessanti tra stress, emozioni, sentimenti positivi e funzione immunitaria, malattia e mortalità.

Attraverso gli studi condotti finora, i ricercatori si sono accorti che le persone esposte a più stress subiscono cambiamenti nel sistema immunitario. Nei soggetti esaminati, la sua risposta diminuiva infatti di circa il 15% e ancora di più in situazioni ulteriormente stressanti, sfociando frequentemente in malattie come raffreddori, herpes e via dicendo.

Ma che c’entra lo stress con l’espressione delle emozioni?

C’entra perché esso può derivare, fra le altre cose, proprio dall’incapacità di ascoltare le emozioni ed esprimere i propri sentimenti, positivi o negativi che siano.

I ricercatori hanno anche compreso che le cellule del sistema immunitario rilasciano fluidi chiamati citochine, dei messaggeri che permettono alle cellule di comunicare tra loro, inviando istruzioni per sviluppare più cellule per combattere le infezioni. Ma quando ci sono di mezzo gli ormoni dello stress, questi ultimi inibiscono la produzione di citochine, vanificando la capacità del corpo di combattere le infezioni in modo efficace.

Se invece gli stati d’animo sono positivi c’è un aumento della risposta immunitaria e anche avere delle buone relazioni sociali, o almeno una persona in cui confidare, aiuta il sistema immunitario e aumenta le aspettative di vita.

Diversa la situazione per chi ha un atteggiamento ostile ovvero di aperta aggressività, con frequenti scoppi di rabbia e cinica diffidenza, che subentra quando ci si trattiene per troppo tempo anche a livello emotivo. Queste persone tendono infatti ad avere maggiori probabilità di sviluppare

  • attacchi di cuore,
  • ipertensione,
  • altre malattie cardiovascolari,
  • ictus e
  • cancro.

In definitiva, le emozioni probabilmente influiscono sulla nostra salute molto più di quanto crediamo e nei prossimi decenni è probabile che sempre più studi lo dimostrino concretamente. Meglio ascoltarle!

 

SOURCE: Greenme (Laura De Rosa)

 

 

(ENGLISH VERSION)

There are people who struggle to express emotions, or rather who completely repress them. It is a real disorder that is called alexithymia, a condition of reduced emotional awareness, which causes the inability to recognize and describe one’s own emotions and those of others.

Well, in general the unfamiliarity with one’s own emotionality, according to the field of psychoneuroimmunology (PNI), can have negative repercussions on the immune level, with consequences for our health.

Often we hear that emotions affect more than we expect the body and the PNI field is demonstrating this, detecting interesting relationships between stress, emotions, positive feelings and immune function, disease and mortality.

Through studies conducted so far, researchers have found that people exposed to more stress undergo changes in the immune system. In the subjects examined, in fact, its response decreased by about 15% and even more in further stressful situations, frequently resulting in diseases such as colds, herpes and so on.

But what does stress have to do with the expression of emotions? It has to do with it because it can derive, among other things, from the inability to listen to emotions and express one’s feelings, positive or negative.

The researchers also understood that cells in the immune system release fluids called cytokines, messengers that allow cells to communicate with each other, sending instructions for developing multiple cells to fight infections. But when stress hormones are involved, they inhibit the production of cytokines, negating the body’s ability to fight infections effectively.

If, on the other hand, the moods are positive, there is an increase in the immune response and also having good social relationships, or at least one person to trust, helps the immune system and increases life expectancy. The situation is different for those who have a hostile attitude or open aggression, with frequent outbursts of anger and cynical mistrust, which occurs when we stay too long even on an emotional level. In fact, these people tend to be more likely to develop heart attacks, hypertension, other cardiovascular diseases, strokes and cancer.

Ultimately, emotions are likely to affect our health far more than we believe, and more studies are likely to demonstrate this concretely in the coming decades. Better listen to them!

 

SOURCE: Greenme (Laura De Rosa)

Read Full Post »

Stimola la creatività e l’immaginazione, oltre ad alimentare sentimenti di gioia, condivisione ed empatia. Ecco perché credere nella magia di Babbo Natale aiuta i bambini nel loro percorso di crescita.

 

UN uomo piuttosto in carne, vestito di rosso e con la barba bianca che incornicia un viso gentile. È un ritratto che tutti noi conosciamo bene: quello di Babbo Natale, che nella notte della vigilia sale a bordo della sua slitta trainata da renne volanti, per portare doni ai bambini di tutto il mondo. Una bugia – come abbiamo scoperto tutti crescendo – ma raccontata a fin di bene. E in effetti, credere in Babbo Natale aiuta i bambini nel loro percorso di crescita e a

 

  • sviluppare la creatività,
  • usare l’immaginazione e
  • trovare sicurezza e autostima.

A raccontarcelo è Elena Merenda, esperta di pedagogia infantile dell’Università canadese di Guelph-Humber.

Il confine tra realtà e fantasia

“Credere in qualcosa senza vederlo richiede creatività e spinge i bambini a usare la loro immaginazione”, spiega Merenda.

“La creatività è una forma d’espressione ed è importante che sia stimolata ed allenata durante l’infanzia, per sviluppare la salute emotiva”.

Attraverso l’immaginazione – continua l’esperta – i bambini allenano capacità emotive e psicologiche che li aiutano a dare un senso al loro mondo.

“L’immaginazione e il gioco li spingono a rafforzare le loro capacità di ragionamento, affrontare situazioni ipotetiche, imparare a risolvere problemi e sviluppare abilità sociali, come l’empatia e il rispetto per i sentimenti altrui”, spiega Merenda. Credere in Babbo Natale, inoltre, alimenta sentimenti di empatia, condivisione e gioia. “La sua storia ricorda ai bambini che è importante esprimere sentimenti di gentilezza, compassione e generosità”, precisa l’esperta. “

E insegna che donare dà gioia sia a chi riceve che a chi dona”.

L’importanza delle tradizioni

Continuare a raccontare la storia di Babbo Natale e scrivere insieme la famosa “letterina” sono elementi importanti nel percorso di crescita di un bambino. Le tradizioni, infatti, aiutano a rafforzare i legami familiari, alimentano il senso di appartenenza e creano un bel bagaglio di ricordi positivi.

“Tutti elementi fondamentali per un corretto sviluppo emotivo, sociale e cognitivo”, spiega Merenda. Ma ancor più importante, le tradizioni familiari raccontano ai bambini la storia di chi sono e da dove provengono. “I bambini che conoscono la storia e le tradizioni della loro famiglia sono in genere più equilibrati, sicuri e hanno una maggior autostima”, spiega Merenda.

Alla scoperta della verità

Se da una parte ci sono molti benefici nel credere a Babbo Natale, arriva per tutti anche il momento di crescere. Scoprire la verità su Babbo Natale, smettere di credere nella magia, è un segnale che il bambino sta sviluppando capacità di pensiero critico. Che ha imparato a sperimentare, valutare e analizzare il mondo attorno a sé: un uomo può davvero volare in tutto il mondo in una sola notte?

In risposta a questa domanda è importante che i genitori non mentano. Crescendo per i bambini diventa importante imparare a fidarsi della famiglia.

“Le relazioni tra genitori e figli si basano sull’onestà”, spiega Merenda. “I bambini hanno bisogno di punti di riferimento, in modo che si sentano abbastanza sicuri per esplorare il mondo, correre rischi, sbagliare e provare cose nuove. I bambini devono, inoltre, poter fare affidamento sui propri genitori, in quanto su questa prima relazione si baseranno i futuri legami, quelli che dureranno una vita”.
FONTE: Salute della Repubblica (Marta Musso)
(ENGLISH VERSION)

It stimulates creativity and imagination, as well as fueling feelings of joy, sharing and empathy. That’s why believing in the magic of Santa Claus helps children on their growth path.

A rather flesh-colored man, dressed in red and with a white beard framing a gentle face. It is a portrait that we all know well: that of Santa Claus, who on the eve of the night climbs aboard his sleigh pulled by flying reindeers, to bring gifts to children all over the world. A lie – as we all discovered growing up – but told for good. And in fact, believing in Santa Claus helps children on their path of growth and develop creativity, use their imagination and find safety and self-esteem. Elena Merenda, an expert in child pedagogy at the Canadian University of Guelph-Humber, told us.

The border between reality and fantasy

“Believing in something without seeing it requires creativity and pushes children to use their imagination,” explains Merenda.

“Creativity is a form of expression and it is important that it is stimulated and trained during childhood, to develop emotional health.” Through imagination – continues the expert – children train emotional and psychological skills that help them make sense of their world.

“Imagination and play push them to strengthen their reasoning skills, deal with hypothetical situations, learn to solve problems and develop social skills, such as empathy and respect for the feelings of others,” explains Merenda.

Furthermore, believing in Santa Claus feeds feelings of empathy, sharing and joy. “Her story reminds children that it is important to express feelings of kindness, compassion and generosity,” says the expert. “And it teaches that giving gives joy to both those who receive and those who give.”

The importance of the traditions

Continuing to tell the story of Santa Claus and writing the famous “letter” together are important elements in a child’s growth path. Traditions, in fact, help to strengthen family ties, nurture a sense of belonging and create a good wealth of positive memories.

“All fundamental elements for a correct emotional, social and cognitive development”, explains Merenda. But more importantly, family traditions tell children the story of who they are and where they come from. “Children who know their family’s history and traditions are generally more balanced, confident and have greater self-esteem,” explains Merenda.

Discovering the truth

If on the one hand there are many benefits in believing in Santa Claus, it is time for everyone to grow. Finding out the truth about Santa Claus, stop believing in magic, is a signal that the child is developing critical thinking skills. Who has learned to experience, evaluate and analyze the world around him: can a man really fly around the world in one night?

In response to this question it is important that parents do not lie. Growing up for children becomes important to learn to trust the family.

“Parent-child relationships are based on honesty,” says Merenda. “Children need reference points, so that they feel confident enough to explore the world, take risks, make mistakes and try new things. Furthermore, children must be able to rely on their parents, as future bonds, those that will last a lifetime, will be based on this first relationship ”.

SOURCE: Salute della Repubblica (Marta Musso)

Read Full Post »

Tutto sanno di cosa si ha bisogno per gestire il proprio stress. Quando le cose si fanno difficili, al lavoro, a scuola o nella vita privata, è possibile utilizzare dei suggerimenti, trucchi e tecniche per meglio gestire e calmare i nervi.

 

Un’idea potrebbe essere quella di creare una playlist di 10 brani rilassanti per il nostro corpo e la nostra mente.

Per secoli, le culture indigene hanno usato la musica per incrementare il benessere e migliorare le condizioni di salute.

E’ stato recentemente condotto uno studio su un campione che doveva risolvere enigmi difficili mentre era collegato a specifici sensori. Gli enigmi inducevano un certo livello di stress e nel contempo, i partecipanti, avevano la possibilità di ascoltare diverse canzoni. I ricercatori hanno misurato l’attività cerebrale e gli stati fisiologici dei partecipanti. La misurazione degli stati fisiologici si è focalizzata

  • sulla frequenza cardiaca,
  • la pressione sanguigna
  • la frequenza del respiro.

Secondo il dottor David Lewis-Hodgson, che ha condotto la ricerca, la canzone che riporteremo sotto, è quella che ha prodotto il maggior stato di rilassamento rispetto a tutte le altre musiche.

In realtà, l’ascolto di una canzone come “Weightless” porta ad

  • una riduzione del 65 percento dell’ansia generale ed
  • una riduzione del 35 percento dei comuni tassi di riposo fisiologico.

E’ interessante che questa canzone sia stata appositamente creata per l’esperimento. Il gruppo che ha creato “Weightless”, la Marconi Union, lo ha fatto in collaborazione con terapeuti esperti del suono. Le sue armonie ed i suoi ritmi sono stati disposti con cura, in modo da incrementare il rallentamento della frequenza cardiaca, ridurre la pressione sanguigna e diminuire i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.

FONTE: Psicologia e Musicoterapia

 

(ENGLISH VERSION)

Everyone knows what you need to manage your stress. When things get tough, at work, at school or in private life, you can use tips, tricks and techniques to better manage and calm your nerves.

An idea could be to create a playlist of 10 relaxing songs for our body and our mind.

For centuries, indigenous cultures have used music to increase well-being and improve health.

A study was recently conducted on a sample that had to solve difficult puzzles while it was connected to specific sensors. The puzzles induced a certain level of stress and at the same time the participants had the opportunity to listen to different songs. The researchers measured brain activity and physiological states of the participants. Measurement of physiological states focused on heart rate, blood pressure and breath rate.

According to Dr. David Lewis-Hodgson, who conducted the research, the song we will report below is the one that produced the greatest state of relaxation with respect to all other music.

In fact, listening to a song like “Weightless” leads to a 65 percent reduction in general anxiety and a 35 percent reduction in common physiological rest rates.

It is interesting that this song was specially created for the experiment. The group that created “Weightless”, the Marconi Union, did so in collaboration with experienced sound therapists. His harmonies and rhythms have been carefully arranged, in order to increase the slowing of the heart rate, reduce the blood pressure and decrease the levels of cortisol, the stress hormone.

SOURCE: Psicologia e Musicoterapia

Read Full Post »

C’è una relazione tra colore e gusto? Soffermiamoci su due studi che hanno attinenza con questa domanda.

 

Uno studio riportato dal Journal of Sensorial Studies nel 2012 ha trovato che il cibo viene percepito in maniera differente a seconda delle caratteristiche del contenitore.

 

Betine Piqueras-Fiszman dell’Università Politecnica di Valencia e Charles Spence dell’Università di Oxford hanno condotto un esperimento con 57 partecipanti che sono stati invitati a valutare i campioni di cioccolata calda servita in quattro diversi tipi di bicchieri di plastica.

Le tazze erano tutte della stessa dimensione, ma con diversi colori esterni: bianco, color panna, rosso e arancione. Essi hanno scoperto che i partecipanti valutavano la cioccolata in una tazza arancione o color panna come più buona rispetto alla cioccolata gustata in una tazza bianca e rossa.

La percezione della dolcezza, piuttosto che il sapore del cacao viene influenzata dal colore della coppa, anche se i partecipanti affermavano di sentire il cioccolato come leggermente più dolce e aromatizzato nella tazza color panna.

Secondo Betina Piqueras-Fiszman:

“Il colore del contenitore in cui vengono serviti cibi e bevande è in grado di migliorare alcune caratteristiche come il gusto e l’aroma”.

Il loro articolo ha anche riassunto gli studi precedenti che hanno confermato l’effetto dei contenitori sulle caratteristiche sensoriali del cibo e delle bevande. Ad esempio, il sapore del limone presentato in un contenitore giallo è stato preferito a quello di bibite presentate con un colore blu. Le bevande in contenitori rosa vengono percepite come più dolci.

La mousse alla fragola presentata su un piatto bianco veniva percepita in maniera più dolce rispetto a quando viene presentata su un piatto nero.

Il caffè nella confezione marrone viene percepito come più forte ed aromatizzato.

Uno studio del Journal of Consumer Research del 2007 ha scoperto che il colore di una bevanda può influenzare la percezione del sapore più della qualità effettiva e del prezzo. JoAndrea Hoegg della University of British Columbia e Joseph W. Alba della University of Florida, hanno alterato le caratteristiche delle tazze di uno stesso succo d’arancia (coprendole con coloranti), hanno incrementato la dolcificazione con lo zucchero, e modificato l’etichetta/marchio di presentazione.

Lo studio ha trovato che il colore del succo aveva un effetto enorme sulla percezione del gusto; i partecipanti percepivano differenze inesistenti quando veniva somministrato lo stesso succo ma in contenitori artificialmente oscurati. Inoltre, lo stesso gruppo non è riuscito a percepire le differenze di gusto quando veniva somministrato loro il succo in un contenitore colorato ma eccessivamente dolcificato. Inoltre etichettare con un marchio premium o con un marca poco conosciuta non ha avuto alcun effetto sulla percezione del gusto.

 

FONTE: focus-psicologia

 

(ENGLISH VERSION)

Is there a relationship between color and taste? Let us dwell on two studies that are related to this question.

A study reported by the Journal of Sensorial Studies in 2012 found that food is perceived differently depending on the characteristics of the container.

Betine Piqueras-Fiszman of the Polytechnic University of Valencia and Charles Spence of the University of Oxford conducted an experiment with 57 participants who were asked to evaluate the samples of hot chocolate served in four different types of plastic cups. The cups were all the same size, but with different exterior colors: white, cream, red and orange. They found that the participants rated the chocolate in an orange or cream cup as better than the chocolate tasted in a white and red cup.

The perception of sweetness, rather than the taste of cocoa is influenced by the color of the cup, although the participants claimed to feel the chocolate as slightly sweeter and flavored in the cream cup.

According to Betina Piqueras-Fiszman:

“The color of the container in which food and drink are served can improve certain characteristics such as taste and aroma”.

Their article also summarized previous studies that confirmed the effect of containers on the sensory characteristics of food and drink. For example, the flavor of the lemon presented in a yellow container was preferred to that of drinks presented in a blue color. Drinks in pink containers are perceived as sweeter. The strawberry mousse presented on a white plate was perceived more sweetly than when presented on a black plate. The coffee in the brown package is perceived as stronger and flavored.

A study in the Journal of Consumer Research in 2007 found that the color of a drink can affect the perception of flavor more than the actual quality and price. JoAndrea Hoegg of the University of British Columbia and Joseph W. Alba of the University of Florida, altered the characteristics of the cups of the same orange juice (covering them with dyes), increased the sweetening with sugar, and modified the label / presentation mark.

The study found that the color of the juice had an enormous effect on the perception of taste; the participants perceived non-existent differences when the same juice was administered but in artificially obscured containers. Furthermore, the same group failed to perceive the differences in taste when they were given the juice in a colored but excessively sweetened container. Furthermore, labeling with a premium brand or a little-known brand had no effect on taste perception.

 

SOURCE: focus-psicologia

 

Read Full Post »

In Danimarca sono da sempre abituati a vivere avendo a che fare con l’empatia. Sono pochi e rari infatti i casi di bullismo e ansia.

 

Proprio in funzione di questo, “l’abbracciarsi” è diventate una vera e propria materia insegnata a scuola.

Jessica Joelle Alexander, psicologa e giornalista americana, appassionata di studi cross-culturali, ci spiega come indirizzare i bambini a vivere una vita più serena e felice.

Secondo l’autrice il modello scolastico ed educativo in molti Paesi è in stallo, indietro con i tempi e poco produttivo. Non è un caso che siano in aumento problematiche legate al bullismo all’interno dei nostri istituti scolastici.

Uno strumento importantissimo per sviluppare l’empatia è proprio l’abbraccio. L’abbraccio aiuta ed incrementa l’empatia e la felicità senza la necessità di tenersi impegnati in molte attività.

Altro insegnamento pratico lo si trova nella “Klassens tic”, cioè la possibilità per i bambini di comprendere a pieno quello che sentono gli altri bambini, che sia un sentimento di gioia o di dolore.

In questa ora di lezione sono assenti le sfide, la competizione, i voti: tutto è improntato sugli abbracci e sul contatto.

Alla fine dell’anno viene previsto un test riguardo la valutazione della felicità.

 

FONTE: focus-psicologia

 

(ENGLISH VERSION)

In Denmark they have always been used to living having to do with empathy. In fact, there are few and rare cases of bullying and anxiety.

Precisely because of this, “embracing” has become a real subject taught at school.

Jessica Joelle Alexander, American psychologist and journalist, passionate about cross-cultural studies, explains how to direct children to live a more peaceful and happy life.

According to the author, the educational and educational model in many countries is stalled, backward with the times and not very productive. It is no coincidence that issues related to bullying are increasing in our schools.

A very important tool to develop empathy is the embrace. The hug helps and increases empathy and happiness without the need to keep busy in many activities.

Another practical teaching is found in the “Klassens tic”, that is the possibility for children to fully understand what other children feel, whether it is a feeling of joy or pain.

In this hour of lesson the challenges, the competition, the votes are absent: everything is based on hugs and contact. At the end of the year there is a test on the assessment of happiness.

 

SOURCE: focus-psicologia

Read Full Post »

A sostenerlo uno studio sulla Terza età. L’importanza delle relazioni sociali per invecchiare bene.

 

CHI SI CIRCONDA di tanti amici, persone affettuose e fidate, va incontro negli anni a un declino cognitivo più lento.

È quello che suggerisce uno studio pubblicato su PlosOne condotto su un campione di ultraottantenni dotati di una memoria episodica simile a quella di adulti più giovani di 20-30 anni, i cosiddetti SuperAgers.

“Non si tratta  di avere una vita simile a una festa – ha dettoEmily Rogalski, professore associato alla Cognitive Neurology and Alzheimer’s Disease Center della Northwestern University e co-autore della pubblicazione – tuttavia questo studio rafforza la teoria secondo la quale una rete di relazioni sociali forte si associa a un più lento declino cognitivo”.

RELAZIONI POSITIVE FANNO LA DIFFERENZA.

I partecipanti all’indagine sono stati sottoposti al Ryff Psychological Well-Being Scale, un questionario diffusamente utilizzato dagli psicologi che consiste di 42 item e serve a misurare il benessere psicologico valutando 6 aspetti: relazioni interpersonali positive, autonomia, controllo ambientale, autoaccettazione, crescita personale, scopo nella vita.

Ebbene, i SuperAgers, gli ultraottantenni con performance cognitive particolarmente sviluppate, hanno ottenuto un punteggio complessivo medio di 40 alla voce relazioni interpersonali positive. Lì dove il gruppo di controllo, coetanei non altrettanto performanti, si è fermato a 36. “Una differenza significativa”, per chi ha firmato il lavoro su Plos One .

I FATTORI MODIFICABILI.

Lo studio segna un ulteriore passo avanti nell’individuazione dei fattori che influenzano la decadenza cognitiva e la perdita di memoria legata all’invecchiamento. E in particolare – e qui probabilmente sta il suo interesse – dei fattori modificabili, quelli cioè sui quali è possibile agire. In effetti, almeno in una certa misura, possiamo scegliere di avere amici, di farci nuovi amici, o di coltivare quelli che abbiamo incontrato nel corso della vita.

VITA SOCIALE E SANA.

La relazione tra decadenza cognitiva e intensità delle reti sociali è stata già indagata, e numerose volte, con diversi studi pubblicati che hanno confermato il link socialità e malattia di Alzheimer o decadimento cognitivo lieve (MCI, Mild Cognitive Impairment in inglese). Questo non significa
“che se hai una forte rete di amicizie, non ti ammalerai di Alzheimer”, ha comunque tenuto a chiarire  Rogalski, “ma che se esiste una lista di scelte sane che si possono fare, come seguire una corretta alimentazione o non fumare, il mantenimento di una socialità forte può essere importante, e stare in quell’elenco”.
FONTE: Salute della Repubblica
(ENGLISH VERSION)

A study on the Third Age supports him. The importance of social relationships to age well.

WHO IS ABOUT many friends, affectionate and trustworthy people, faces a slower cognitive decline over the years. This is what a study published in PlosOne suggests, conducted on a sample of over-80s with an episodic memory similar to that of adults younger than 20-30 years, the so-called SuperAgers. “It’s not about having a party-like life – said Emily Rogalski, associate professor at the Cognitive Neurology and Alzheimer’s Disease Center at Northwestern University and co-author of the publication – however this study reinforces the theory that a network of social relations strong is associated with a slower cognitive decline ”.

POSITIVE REPORTS MAKE THE DIFFERENCE. Participants in the survey were subjected to the Ryff Psychological Well-Being Scale, a questionnaire widely used by psychologists which consists of 42 items and serves to measure psychological well-being by evaluating 6 aspects: positive interpersonal relationships, autonomy, environmental control, self-acceptance, growth personal, purpose in life. Well, the SuperAgers, the over-80s with particularly developed cognitive performances, obtained an average overall score of 40 under the heading positive interpersonal relationships. There where the control group, peers not equally performing, stopped at 36. “A significant difference”, for those who signed the work on Plos One.

MODIFIABLE FACTORS. The study marks a further step forward in identifying the factors that influence cognitive decay and memory loss related to aging. And in particular – and here is probably his interest – of modifiable factors, those on which it is possible to act. In fact, at least to some extent, we can choose to have friends, make new friends, or cultivate those we have encountered over the course of life.

SOCIAL AND HEALTHY LIFE. The relationship between cognitive decay and intensity of social networks has already been investigated, and numerous times, with several published studies that have confirmed the link sociality and Alzheimer’s disease or mild cognitive impairment (MCI, Mild Cognitive Impairment in English). This does not mean “that if you have a strong network of friendships, you will not get Alzheimer’s disease,” Rogalski said, “but if there is a list of healthy choices that can be made, how to follow a proper diet or not smoke , maintaining a strong sociality can be important, and be on that list “.

SOURCE: Salute della Repubblica 

 

Read Full Post »

Older Posts »