Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘PSICOLOGIA’

Convincere gli altri con abili strategie di comunicazione a volte si trasforma in una violazione della psiche altrui: impara a difenderti così.

 

La capacità di comunicare è sempre più importante: è tutto un fiorire di corsi e master finalizzati a migliorare la qualità e l’incisività di quel che uno ha da dire. Corsi che, nel loro insieme, dicono sostanzialmente la stessa cosa, e cioè che bisogna affermare idee ed esigenze con forza, con determinazione, ricorrendo a strategie che, in molti casi, non possono che cadere in forme più o meno velate di manipolazione. Del resto, dai media e dal web arriva quotidianamente la stessa “lezione”: entrano nel nostro tempo senza chiederlo, invadono la privacy, esercitano una continua pressione richiedendo attenzione. Ma c’è un paradosso: proprio nell’epoca della connessione illimitata, la maggior parte delle persone sembra non riuscire a dialogare serenamente.

L’incomprensione può sfociare nella manipolazione

In psicoterapia, ad esempio, sono sempre di più le persone che mostrano al terapeuta il proprio smartphone per fargli leggere i dialoghi o le discussioni che hanno avuto con il partner, con un amico, un collega, un familiare. Dialoghi scritti – che quindi, in teoria, dovrebbero essere più meditati di un dialogo verbale – da cui emerge con evidenza una grande difficoltà nel farsi capire e nel capire (ovviamente stiamo parlando di argomentazioni su temi personali). Ciò che sorprende è che, a un certo punto della conversazione, i toni si accendono all’improvviso e, da una cortesia ammiccante, si giunge alla provocazione, al sarcasmo, all’aggressività verbale, come se queste fossero le migliori armi a disposizione nei momenti difficili di un confronto. Oppure, per difendersi, si utilizza un linguaggio suadente ma artefatto: ecco che la comunicazione si trasforma in manipolazione.

L’antidoto? Una ferma gentilezza

Non che oggi la gentilezza non esista più, o non ci sia in giro qualche persona gentile. Ma la gentilezza come strumento comunicativo non viene inserita in nessun corso e in nessun social. Eppure costituisce una delle principali chiavi di accesso a ogni tipo di dialogo proficuo.

Gentilezza non come parte di una strategia, non come maschera provvisoria pronta a lasciare il campo all’aggressività non appena le aspettative non trovano immediata corrispondenza. Bensì come terreno stesso della comunicazione: un modo di parlare e di porsi in qualche misura “rituale”; viene in mente la ritualità tipica dell’Oriente, fatta di inchini e di formule volte all’accoglienza. Una facoltà che dà all’intento espressivo la capacità di penetrare nella mente e nel cuore dell’interlocutore come nient’altro sa fare. Non c’è antidoto migliore alla manipolazione di una comunicazione basata sulla gentilezza, anche o forse soprattutto quando occorre dire cose spiacevoli.

Così la manipolazione sfuma

Esistono due modalità in cui la gentilezza può agire.

  • La prima è quella in cui l’atmosfera del dialogo è serena. Qui essere gentili velocizza il dibattito, favorisce l’apertura dell’interlocutore e crea la condizione perché i messaggi giungano a entrambe le parti in modo diretto, non mediato da sospetti o da altre sovrastrutture mentali. Fin qui tutto facile.

 

  • La seconda é quella in cui il dialogo si fa ostico e l’interlocutore è oppositivo, arrabbiato o pieno di pregiudizi. Qui il modello attuale di comunicazione prevede l’utilizzo di varie strategie volte a far passare comunque il concetto che abbiamo in mente: in altre parole, manipolazione.

 

L’utilizzo della gentilezza, invece, si pone come elemento scioccante, potremmo dire rivoluzionario, capace di trasformare in positivo un conflitto, un equivoco o una forte incomprensione. Spiazza l’interlocutore e, al contempo, lo fa sentire protetto dalla nostra rabbia ma anche dalla sua; gli offre una libertà di pensiero e la possibilità di riflettere meglio, migliorando la sua disposizione d’animo. Gentilezza, dunque, non significa né implodere né manipolare, ma condurre il dialogo in uno spazio di vero, autentico confronto.

 

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

Convincing others with skillful communication strategies sometimes turns into a violation of someone else’s psyche: learn to defend yourself in this way.

 

The ability to communicate is increasingly important: it is all a flourish of courses and masters aimed at improving the quality and the incisiveness of what one has to say. Courses that, as a whole, essentially say the same thing, that is to say, you have to affirm ideas and demands with strength, determination, using strategies that in many cases can only fall into more or less veiled forms of manipulation. Moreover, the same “lesson” comes daily from the media and from the web: they come into our time without asking, invading privacy, exert a constant pressure by asking for attention. But there is a paradox: in the era of unlimited connection, most people seem to be unable to dialogue serenely.

Misunderstanding can result in manipulation

For example, in psychotherapy, people are increasingly showing to the therapist their smartphone to let him read the dialogues or discussions they had with their partner, a friend, a colleague, a family member.

Written dialogues – which, in theory, should be more meditated than a verbal dialogue – which clearly shows a great deal of difficulty in comprehension and understanding (obviously we are talking about arguments on personal issues). What is surprising is that, at some point in the conversation, the tones suddenly come to light, and by a winking courtesy becomes provocation, sarcasm, verbal aggression, as if these were the best weapons available in difficult times of comparison. Or, to defend yourself, you use a cheerful but arduous language: this is how communication is transformed into manipulation.

The antidote? A firm kindness

It is not about that the kindness today no longer exists, or there is not a gentle person around. But kindness as a communicative tool is not included in any course and in any social. Yet it is one of the main keys to access to any kind of profitable dialogue. Kindness is not part of a strategy, not as a temporary mask ready to leave the field to aggression as soon as expectations are not immediately matched. But rather as the very medium of communication: a way to speak and to put it to some extent “ritual”; comes to mind the typical rituality of the East, made of bows and receptive formulas. A faculty that gives expressive intent the ability to penetrate the mind and heart of the interlocutor as nothing else can do. There is no better antidote to manipulating a communication based on kindness, even or perhaps above all when unpleasant things are to be said.

So the manipulation fades

There are two ways in which kindness can act.

  • The first is where the atmosphere of dialogue is serene. Here to be gentle speeds up the debate, fosters the opening of the interlocutor and creates the condition because the messages reach both sides in a direct way, not mediated by suspicions or other superstructures. Up to now everything is easy.

 

  • The second is the one in which the dialogue is made tough and the interlocutor is opposed, angry, or full of prejudices. Here, the present model of communication involves the use of various strategies to overcome the concept we have in mind: in other words, manipulation.

The use of kindness, however, poses as a shocking element, we might say revolutionary, capable of transforming into a conflict, a misunderstanding or a strong misunderstanding. It spies the interlocutor and at the same time makes him feel protected by our anger but also by his; gives him a freedom of thought and the ability to reflect better, improving his mood.

Kindness therefore does not mean either imploding or manipulating, but conducting dialogue in a space of true, authentic confrontation.

 

SOURCE: Riza

Annunci

Read Full Post »

A volte accadono eventi che non sembrano avere alcun collegamento fra loro, ma che non sono semplici coincidenze: con lo sguardo giusto scorgi il legame di senso.

 

La domanda è di quelle che l’uomo si pone da millenni: nella vita, tutto avviene per caso oppure esiste una sorta di destino che ci determina? Ribaltando la prospettiva: ogni cosa è causata da un’altra e quindi il libero arbitrio è un’illusione? La risposta non è semplice. Un ipotesi suggestiva l’ha proposta Carl Gustav Jung, il grande psicoanalista svizzero. Grazie ai suoi studi ed a una  esperienza  clinica pluridecennale  Jung pose l’attenzione sulle coincidenze, ovvero sulle cose che – come dicevano i saggi cinesi – “amano accadere” insieme a delle altre. Riscontrò infatti nei racconti dei suoi pazienti ed anche per esperienze personali come l’accadere di taluni eventi, pur privi di una diretto rapporto di causa effetto, assumevano connotazioni e significati del tutto personali, in stretta relazione con lo stato psichico dell’interessato.

Quando le coincidenze sono significative

In altre parole Jung scoprì che spesso si forma una connessione non causale tra un evento “interno” e uno “esterno”, anche se, a prima vista, tale connessione non pare comprensibile; queste coincidenze gli apparvero significative. L’origine stessa della parola coincidenza vuol dire infatti “avvenire insieme a, simultaneamente”. A tutti sono capitate delle coincidenze: pensavate a qualcuno, squilla il telefono ed è proprio la persona che avevate nominato o pensato; oppure stavate discutendo di un particolare argomento, avete acceso la televisione e il conduttore stava parlando proprio di quell’argomento…

Le coincidenze, un tesoro nascosto…

Jung formulò una teoria al riguardo e la chiamò Sincronicità, dando valore a fatti che la scienza ha provato a spiegare su base statistica ma che perlopiù sono derubricati a “mere coincidenze”, a semplici eventi casuali senza nessi né spiegazioni. In realtà, secondo Jung, le coincidenze sarebbero una finestra verso il mistero, un invito a considerare l’esistenza in modo diverso e più affascinante, una spinta ad uscire da una routine soffocante. Un vero tesoro nascosto? Si.
Se non si lascia entrare la meraviglia nella nostra vita, diventerà più povera e meno soddisfacente e l’uomo ha bisogno da sempre di ciò che è prezioso, nascosto, sorprendente…

Sincronicità: le coincidenze oltre l’apparenza

Nella sua opera, Jung ha avanzato l’ipotesi che gli strati più profondi della nostra mente si “mescolino” con ciò che chiamiamo materia e che ci sia quindi  a quel  livello un continuo e reciproco influenzarsi tra le due realtà così che un atteggiamento della psiche trova a volte una corrispondenza fuori di noi. Del resto la teoria del caos (“Il battere delle ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas”) avvalora l’ipotesi che la causalità può essere un velo che copre una realtà ben diversa rispetto a quanto conosciamo, così come aspetti sorprendenti della fisica contemporanea ci dicono che due particelle infinitesimali possono scambiarsi informazioni simultanee anche a grandissima distanza, fatto accertato ma ancora inspiegabile.

Un’ipotesi affascinante

Noi siamo costituiti dalle stesse particelle che compongono l’Universo e i cui comportamenti stupiscono e appassionano i fisici; se non sappiamo ancora bene cosa sia la mente, perché trascurarne gli aspetti e gli eventi che accompagnano il suo funzionamento? Noi stessi siamo un mistero e le coincidenze fanno parte di questo grande affresco di cui vediamo solo alcune parti. La medicina psicosomatica si occupa ad esempio della connessione mente-corpo e delle grandi possibilità di guarigione offerte da questa assonanza. Difficile spiegare il perché ma funziona. Nella vita di tutti i giorni capitano tante coincidenze ma occorre una mente curiosa e aperta per rendersene conto. Il nostro atteggiamento di fatto modifica cose e persone, spesso inconsciamente, e influenza anche ciò che succede, ma non è magia a meno che si voglia chiamare magia ciò che stupisce e non comprendiamo.

I limiti della razionalità

La ragione può molto ma non rende appagati: per questo non bisogna cercare di capire razionalmente il perché accadano certe cose ma lasciarsi affascinare dal mistero di noi stessi  e “gustarlo” perché ciò che ci attornia e che viviamo non è affatto come appare: c’è qualcosa in più che può fare la differenza tra stagnazione e vitalità, fra rinuncia e speranza. Una volta che cogli un fiore e ne godi il profumo non sarai più come prima: in questo vi è un insegnamento:  rendersi conto che si è parte di qualcosa di più grande e che la nostra mente ha più valore di quanto si creda; per questo alzare le spalle, rinunciare, rende poveri; se capita una coincidenza, guardarla: è successa proprio a noi. Un dono, in fin dei conti: se ci si fa caso, ne vedremo altre.

 

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

Sometimes events do not seem to have any connection between them, but that are not just coincidences: with the right look you see the sense bond.

 

The question is what man has been doing for millennia: in life, is it all by chance or there is a sort of destiny that determines us? Reversing Perspective: Is Everything Caused by Another And So Free Will Is An Illusion? The answer is not simple. A suggestive hypothesis was proposed by Carl Gustav Jung, the great Swiss psychoanalyst. Thanks to his studies and a multi-decade clinical experience, Jung focused on the coincidences, or on things that – like Chinese essays say – “love to happen” together with others. In fact, in the stories of his patients, and also in personal experiences such as the occurrence of certain events, without having a direct cause-effect relationship, they assumed completely personal connotations and meanings, closely related to the psychic state of the person concerned.

When the coincidences are significant

In other words, Jung discovered that a non-causal connection is often formed between an “internal” and an “external” event, although at first sight that connection does not seem understandable; these coincidences seemed significant to him. The very origin of the word coincidence means, in fact, “to come together, simultaneously”. Everyone has had coincidences: you think of someone, rings the phone, and it is the person you named or thought of; or you were discussing a particular topic, you turned on the television and the conductor was talking about that topic …

The coincidences, a hidden treasure …

Jung formulated a theory on this and called it Synchronicity, giving value to facts that science has tried to explain on a statistical basis but which are mostly derubricated to “mere coincidences”, to simple casual events without any unions or explanations. In fact, according to Jung, coincidences would be a window to the mystery, an invitation to consider existence in a different and more fascinating way, a push to get out of a suffocating routine. Is it a real hidden treasure? Yes.
If we do not enter the wonder in our lives, it will become poorer and less satisfying and man always needs what is precious, hidden, surprising …

Synchronicity: the coincidences beyond appearance

In his work, Jung has advanced the hypothesis that the deepest layers of our mind “mingle” with what we call matter and that there is therefore at that level a continuous and reciprocal influence between the two realities so that an attitude of the psyche sometimes find a match outside of us. Moreover, the theory of chaos (“The beat of a butterfly’s wings in Brazil provokes a  tornado in Texas”) supports the hypothesis that causality can be a veil that covers a very different reality than we know, as well as surprising aspects of contemporary physics tell us that two infinitesimal particles can exchange simultaneous information even at very distant distance, ascertained but still inexplicable.

A fascinating hypothesis

We are made up of the same particles that make up the Universe and whose behaviors astonish and passionate physicists; if we still do not know what the mind is, why not overlook the aspects and events that accompany its operation? We ourselves are a mystery and the coincidences are part of this great fresco of which we only see a few parts. Psychosomatic medicine deals, for example, with the mind-body connection and the great possibilities of healing offered by this assonance. It’s hard to explain why it works. In everyday life there are so many coincidences, but a curious and open mind is needed to realize it. Our attitude of fact changes things and people, often unconsciously, and also affects what is happening, but it’s no magic unless we want to call magic what’s amazing and we do not understand.

The limits of rationality

Reason can do much, but it does not satisfy: for this reason, you should not try to understand rationally why certain things happen but to be fascinated by the mystery of ourselves and to “taste it” because what surrounds us and that we live is not as it appears: there is something more that can make the difference between stagnation and vitality, between renunciation and hope. Once you have a flower and enjoy the scent you will not be as before: there is a teaching in this: realize that you are part of something bigger and that our mind has more value than we believe; for this reason to raise his shoulders, give up, make him poor; if it happens to be a coincidence, look at it: it just happened to us. A gift, after all, if we do, we’ll see more.

 

SOURCE: Riza

 

 

Read Full Post »

Se sei sempre accomodante verso gli altri, accumuli tensione e malessere e finisci con l’essere insoddisfatto e pieno di rancore: ne esci con l’autenticità.

 

Scrive Filippo :

  • “Sono uno studente iscritto al secondo anno di filosofia e ho 21 anni. Sono in un momento della mia vita dove mi vengono a trovare spesso ansie, paure, rimpianti e rancore. Inoltre, vengo facilmente condizionato da chi mi circonda, come per esempio, da amici che a volte si rivelano invadenti. Non comunico facilmente le mie esigenze e giustifico sempre atteggiamenti che, seppur non intenzionali, mi fanno star male, e tutto questo perché ho paura di fare scenate, arrabbiarmi e troncare relazioni. Non sono soddisfatto del mio percorso universitario, sento l’esigenza di un lato pratico e creativo che nel mio corso di studi non vedo. Spesso mi dedico a lavoretti creativi per cercare di non pensare a questa giostra di problemi e in quei momenti i disturbi passano. Come faccio a uscirne?”

Il rancore ti annuncia la crisi

A volte, nella vita, capita di passare dei momenti in cui ci sentiamo come imprigionati e non riusciamo a reagire, a dire la nostra opinione e ci facciamo andar bene tutto per paura e per timore. È in casi come questo che si presentano inevitabilmente ansia, rimpianti e soprattutto rancori. Rancori per non riuscire a imporci se una cosa non ci sta bene, rancore per non riuscire a comunicare le nostre esigenze ma assecondare sempre gli altri, finendo per essere infelici e insoddisfatti.

Tutto questo ha portato Filippo verso il momento di crisi che sta passando, facendogli aprire finalmente gli occhi: si è accorto che essere sempre accomodante nei confronti degli altri non gli porta alcun vantaggio. Forse non sa che, involontariamente, mette in atto questo comportamento per essere accettato dagli altri. Ma gli altri, in qualche modo se ne accorgono e ti trattano come uno che finge…

 

Creatività è autenticità, non una valvola di sfogo

Filippo racconta di avere dentro una grande creatività che non riesce a esprimere come vorrebbe: si dedica a lavoretti che gli danno un benessere solo momentaneo e anche il suo percorso universitario non sembra soddisfarlo più. Ma la creatività è vera solo se si è autentici! Quella di Filippo sembra più che altro una valvola di sfogo, qualcosa di compensatorio e quindi poco utile. L’unica cosa da dover fare è cercare dentro di sé un’energia che lo porti a essere più autentico, a porsi al pari degli altri, a opporsi se qualcosa non gli sta bene, senza timori e paure. Solo così emergerà la vera creatività e chissà, magari ritroverà la spinta per continuare con entusiasmo i suoi studi.. senza rancore!

 

FONTE: Riza

 

(ENSGLIH VERSION)

If you are always accommodating to others, you accumulate tension and malaise and end up being dissatisfied and full of grudge: come out with authenticity.

 

Philip writes:

  • “I’m a student enrolled in the second year of philosophy and I’m 21 years old. I’m in a moment of my life where I often find anxieties, fears, regrets and rancor. In addition, I am easily influenced by those around me, for example, from friends who sometimes find themselves invaded. I do not easily communicate my needs and I always justify attitudes that, although unintentional, make me sick, and that’s all because I’m afraid to make scenes, get angry and break relationships. I am not satisfied with my university degree, I feel the need for a practical and creative side that I do not see in my course. I often dedicate myself to creative work to try not to think about this rush of problems and at times the disturbances go by. How do I get out? “

 

Rancor announces the crisis

At times, in life, it happens to pass the moments when we feel imprisoned and we can not react, we fell we are not able to say our opinion and we do that for fear. It is in such cases as inevitably anxiety, regret and, above all, grudges. We feel angry for not being able to say if something is not good for us, we feel angry for not to being able to communicate our needs but to always support others, ending to be unhappy and dissatisfied. All this has brought Filippo to the moment of crisis that is going, making him finally open his eyes: he realized that being always accommodating to others does not take any advantage. Maybe he does not know that involuntarily he does this behavior to be accepted by others. But the others, somehow they perceive and treat him as one who pretends …

 

Creativity is authenticity, not a vent

Filippo tells that he has a great creativity inside him that he can not express how he would like it: he dedicates himself to work that gives him just a momentary well-being and even in his college career it does not seem to satisfy him anymore. But creativity is only true if you are authentic!

That of Philip seems more like a vent valve, something compensatory and therefore not useful. The only thing to do is look for an energy inside him that makes him more authentic, to be the same as others, to oppose if something is not right, without fears. Only then the true creativity will  emerge and who knows, maybe he will find the push to continue his studies with enthusiasm without rancor!

 

SOURCE: Riza

 

Read Full Post »

Attraverso piccole frazioni di materiale genetico vengono trasmesse informazioni per la costruzione di proteine, ma anche gli effetti di traumi.

 

Possono i traumi dei genitori condizionare anche i figli ed i nipoti? La risposta potrebbe essere affermativa.

Secondo uno studio del Brain Research Institute dell’Università di Zurigo riportato da Scienze Notizie, sono tre le generazioni attraverso le conseguenze dei ricordi traumatici si trasmettono.

Gli esperti hanno identificato delle minuscole frazioni di materiale genetico, il microRna, una sorta di veicoli che trasmettono, di generazione in generazione, le informazioni per la costruzione di proteine, ma anche gli effetti di eventi segnanti.

Insomma le paure possono accomunare padri, figli e nipoti attraverso queste particolari trasmissioni genetiche individuate nei ratti, ma che molto probabilmente hanno riflessi simili anche negli uomini.

In pratica i traumi vissuti durante la vita sono in grado di alterare le informazioni molecolari tramandate trasmettendo i difetti attraverso i gameti. La ricerca, pubblicata sulle pagine della rivista Nature Neuroscience, spiega come particolari patologie, come il disordine bipolare, si erediti da padre in figlio.

Per individuare il meccanismo gli esperti hanno confrontato i roditori adulti che avevano vissuto eventi particolarmente traumatici con topi con una vita normale. Analizzando i microRna nei topi ”traumatizzati”, gli studiosi hanno scoperto come i traumi comportino un’alterazione della quantità di mini molecole contenuto nel sangue, nel cervello e nello sperma.

Si tratta di modifiche che hanno ricadute sul funzionamento delle cellule regolate dal microRna. I roditori affetti da traumi erano maggiormente inclini a sviluppare la depressione ed a vivere in luoghi aperti, un comportamento davvero raro nei topi. I figli dei topi stressati mostravano, a loro volta, dei livelli di insulina e zuccheri inferiori rispetto agli altri, anche se non avevano vissuto alcun tipo di evento traumatico.

FONTE: Today

 

(ENGLISH VERSION)

Through small fractions of genetic material, information is transmitted for the construction of proteins but also the effects of trauma.

Can parents’ trauma also affect their children and grandchildren? The answer could be yes.

According to a study by the Brain Research Institute of the University of Zurich reported by Science News, three generations through the consequences of traumatic memories are transmitted.

Experts have identified tiny fractions of genetic material, the microRna, a kind of vehicle that transmits, from generation to generation, information on protein build-up, but also the effects of marker events.

In short, fears can share fathers, children, and grandchildren through these particular genetic transmissions found in rats, but most likely have similar resonances in men as well.

In practice, life-long traumas can alter the molecular information handed down by transmitting defects through the gametes. The research, published on the pages of the journal Nature Neuroscience, explains how particular pathologies, such as bipolar disorder, are inherited from father to son.

To identify the mechanism, experts compared adult rodents who had experienced traumatic events with mice with normal life. By analyzing microRna in “traumatized” mice, scholars have discovered how traumas cause an alteration in the amount of mini-molecules contained in the blood, brain, and sperm.

These are changes that have affected the operation of microRNA-controlled cells. Traumatic rodents were more likely to develop depression and live in open spaces, a moody rare behavior. The children of stressed mice showed, in turn, lower levels of insulin and sugars than others, even though they had not experienced any kind of traumatic event.

SOURCE: Today

 

Read Full Post »

Gli ipercinetici, che rincorrono sempre impegni e obiettivi, lo fanno per evitare di fare i conti con la propria interiorità: se si fermano, arriva l’ansia

 

È quel che capita ad Antonio, 32 anni, che qualche mese fa è stato costretto a restare a letto una settimana a causa di una forte influenza. Subito dopo, ha iniziato ad accusare una sensazione di stanchezza che gli impediva di godere del tempo libero e di fare sport, sua grande passione:

  • “dopo la mia solita mezza giornata lavorativa tornavo a casa per riposare, cosa molto strana, perché solitamente sono molto attivo. Ho fatto le analisi, ma non è spuntato nulla, allora ho iniziato a pensare che fosse un mio problema, da quel momento in poi ansia, una continua paura… Mi sono accorto mentre tagliavo un pomodorino che il mio corpo era li ma non lo era la mia testa, come se mi guardassi dall’esterno, ho iniziato a pensare di essere pazzo”.

Antonio riprende a fare attività fisica ma dopo un paio di settimane è costretto a smettere per via del lavoro. Nel frattempo, ansie e paura si sono generalizzate:

  • “come se avessi qualcuno dietro con il fiato al collo… i miei timori riguardano il denaro, come se non mi bastasse mai, e il mio futuro incerto, come se fosse tutto vano. Ho iniziato persino a temere di fare male a qualcuno. Vivo una confusione tremenda che mi porta fastidio anche nel fare le cose più banali….mi sono rivolto ad una psichiatra che, nel frattempo, mi ha prescritto un calmante”.

Alt ad ansia e paure se nutri la tua anima

Quando non riusciamo a vivere passioni in sintonia con la nostra natura finiamo per dedicarci ad attività alternative, utili nel breve periodo a ingannare la mente ma inadeguate a nutrire l’anima. Come tutti i palliativi, che posticipano la soluzione dei problemi senza mai risolverli, alla fine, arriva il conto.

Antonio dice di essere appassionato di sport ma ne parla in termini così generici da escludere si tratti di un professionista. Allo stesso tempo, il fatto che lavori solo mezza giornata ci fa supporre non sia un uomo in carriera.

Non solo: il fatto che nel parlare del lavoro si limiti a menzionarne l’orario ci induce a credere si dedichi alla propria occupazione solo per dovere, senza particolare coinvolgimento. La cosa fa pensare, e a confermarlo, c’è il fatto che le sue paure e l’ansia riguardino proprio il denaro e il suo futuro incerto.

Forse, non si è mai chiesto cosa gli sarebbe piaciuto fare davvero o non ha mai avuto il coraggio di inseguire i propri sogni, ma l’impressione è che lo sport sia per lui una semplice via di fuga per non trovarsi a fare i conti con le occasioni mancate o con qualcosa che dentro ha cominciato a scalpitare e, guarda caso, l’ha fatto non appena si è fermato. Del resto, il timore di perdere il controllo, di cui parla nella sua mail, è il risultato di una pressione eccessiva che sta cercando una via d’uscita. Dentro di lui qualcosa grida per essere ascoltato!

Vuoi ricominciare? Prova a tornare indietro

Certamente Antonio, come tutti i bambini, deve avere sognato di diventare qualcuno o qualcosa, ma poi? Cos’è accaduto? Ha scoperto qualcosa che gli interessava di più? E se è così, perché non l’ha seguita? Per scoprirlo gli suggeriamo un esercizio tanto semplice quanto potente che abbina domande ad immagini ed è ottimo per placare l’ ansia.

Per prima cosa, dovrebbe recuperare dalla memoria un momento in cui si è sentito particolarmente felice e appagato nel dedicarsi ad un gioco o a una qualsiasi attività, e poi provare a rispondere alle seguenti domane:

  • Dov’era?
  • Con chi era?
  • Che cosa stava facendo?
  • Cos’è che più di tutto lo divertiva/incuriosiva?
  • Che cosa gli veniva più facile e naturale?

Una volta identificato quel momento, dovrebbe cercare di riviverne le precise sensazioni fisiche ed emotive, lasciando da parte i pensieri. Al buio, in un ambiente protetto in cui si sente a proprio agio, lontano dal caos della vita cittadina e da qualsiasi distrazione, può provare a chiudere gli occhi per calarsi nuovamente in quel preciso momento. Bastano 20 minuti al giorno; se saprà dedicarsi a questo esercizio per qualche settimana, non è escluso che progressivamente affiorerà dal profondo un’immagine chiave, più forte e trainante di tutte le altre, destinata a guidarlo oltre la confusione e l’ ansia in cui è precipitato per indicargli finalmente la strada di “casa”.

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

Hypercinetics, always pursuing goals and goals, do so to avoid having to deal with their own internality: if they stop, anxiety arrives

 

It’s what happens to Antonio, 32, who was forced to sleep a few months ago because of a strong flue. Soon after, he began to accuse a feeling of tiredness that prevented him from enjoying leisure and sports, his great passion:

  • “after my usual half-day work I went home to rest, what a strange thing I usually have a lot of activity. I did the analysis, but nothing went wrong, then I began to think it was my problem, from then on anxious, a constant fear … I noticed while cutting a tomato that my body was there but it was not present in my head, as if was looking from the outside, I started to think I was crazy. ”

Antonio resumes doing physical activity but after a couple of weeks he is forced to quit because of work. Meanwhile, anxieties and fears have become generalized:

  • “As if I had someone behind with the breath in my neck … my fears concern money, as if it was never enough, and my uncertain future, as if it were all vain. I even started to worry about hurting someone. I have a terrible confusion that also annoys me in doing the most banal things …. I turned to a psychiatrist who in the meantime has prescribed me a calmer. “

Do not worry and worry if you feed your soul

When we can not live passionate in harmony with our nature we end up devoting ourselves to alternative activities, useful in the short term to deceive the mind but inadequate to nourish the soul. Like all palliatives, who postpone the problem solving without ever solving them, eventually comes the bill.

Antonio says he is passionate about sports but speaks about himself in such generic terms as to be ruled out to be a professional. At the same time, the fact that he only work part-time makes us assume that he is not a career man. Not only is it the fact that talking about work just to mention the time makes us believe that he is dedicated to his occupation only for duty without any particular involvement. What makes us think, and to confirm it, is the fact that his fears and anxiety concern the money and his uncertain future. Perhaps, he never wondered what he would really like to do or he never had the courage to pursue his own dreams, but the impression is that sport is a simple way to escape from not having to deal with missed opportunities or something that inside him has begun to shake and, incidentally, did as soon as he rested. Moreover, the fear of losing control, spoken in his mail, is the result of excessive pressure that is looking for a way out. In him something shouts to be heard!

Do you want to start over? Try to go back

Of course Antonio, like every child, must have dreamed of becoming someone or something, but then? What happened? Did he find something he was most interested in? And if so, why did he not follow it? To find out, we suggest a simple and powerful exercise that combines image queries and is great for appeasing anxiety.

First, he should recover from memory a moment when he felt particularly happy and contented with playing a game or any activity, and then trying to answer the following tomorrow: where was he? With whom was he? What was he doing? What was more fun than he / she was curious about? What became easier and more natural? Once identified that moment, he should try to relive the exact physical and emotional sensations, leaving aside the thoughts.

In the dark, in a secure environment where he feels comfortable, away from the chaos of city life and any distraction, he can try to close his eyes to fall back at that precise moment. It’s 20 minutes a day; if he is able to devote himself to this exercise for a few weeks, it is not excluded that he will gradually emerge from the depths of a key image, stronger and more powerful than any other, destined to guide him beyond the confusion and anxiety where he rushed to finally point the way home.

SOURCE: Riza

 

Read Full Post »

Secondo i dati del ministero della salute il farmaco più venduto in Italia è a base di paracetamolo, l’antidolorifico e antipiretico più comprato dagli italiani però può avere gravi effetti collaterali: i dati di uno studio condotto presso l’Ohio State University e l’Istituto Nazionale della Salute statunitense (NiH) dimostrano che il paracetamolo inibisce il sentimento di compassione ed il coinvolgimento emotivo nei confronti del dolore e della sofferenza altrui, in altre parole, il paracetamolo toglie l’empatia.

I più noti effetti collaterali del paracetamolo sono legati all’intossicazione del fegato e dei reni, basti pensare che 10 grammi di paracetamolo possono essere letali, negli Stati Uniti e nel Regno Unito l’avvelenamento da paracetamolo è la più comune causa di insufficienza epatica fulminante.

Lo studio, condotto dal Dr. Mischkowski, ha voluto analizzare un effetto collaterale ancora poco evidente e poco discusso (per ora) ossia i danni che il paracetamolo provoca a livello relazionale, emotivo e comunicativo.

Il paracetamolo oltre ad eliminare il dolore “fisico” elimina anche la nostra percezione della sofferenza altrui, ossia elimina l’empatia.

Cosa si intende per Empatia?

Il termine è composto da en: dentro e phatos: dolore, con empatia si intende la capacità di percepire il dolore dell’altro e la capacità di partecipazione e quindi di comprensione della sofferenza altrui.

L’empatia è da sempre tema di studio di varie discipline scientifiche, dalle neuroscienze all’antropologia, passando per psicologia e sociologia.

  • “L’empatia è concepita come la capacità di immedesimarsi con gli stati d’animo e con i pensieri delle altre persone sulla base della comprensione dei loro segnali emozionali, dell’assunzione della loro prospettiva soggettiva e della condivisione dei loro sentimenti”.
    Silvia Bonino, psicologa e psicoterapeuta

 

  • “L’empatia è quella capacità di intendere l’altro al di là della comunicazione esplicita”.
    Umberto Galimberti, filosofo

L’empatia è la meravigliosa capacità (innata) che abbiamo di percepire e partecipare alle sofferenze altrui, è il nostro modo di sentire che l’altro esiste e nella sua sofferenza, riflessa attraverso il nostro sentire empatico, ne avvertiamo il dolore.

Nel riconoscimento del dolore altrui, come conseguenza si possono (si dovrebbero) innescare processi di solidarietà, aiuto, compassione, azioni volte al bene e quindi al superamento di quella sofferenza che, sebbene di altri sappiamo e sentiamo che potrebbe essere anche nostra.

Il paracetamolo anestetizza le nostre emozioni

La ricerca condotta dal Dr. Mischkowski, è uno studio a doppio cieco, svolto su oltre 200 studenti universitari volontari sottoposti a diversi test psicologici che hanno messo alla prova il loro livello di empatia, valutato secondo il loro maggior o minor coinvolgimento a situazioni dolorose di terzi.

  • A metà è stata somministrata una dose di 1.000 mg di paracetamolo e
  • all’altra metà un placebo.

I risultati hanno mostrato che coloro che avevano preso il paracetamolo avevano meno capacità di sentire il dolore di chi stava intorno. E non è tutto. Il farmaco è in grado anche di diminuire la percezione delle emozioni positive e quindi può assopire la nostra emotività. I ricercatori stanno ora testando l’ibuprofene per vedere se i risultati sono gli stessi.

Il Dr. Dominik Mischkowski afferma:

  • “I nostri risultati suggeriscono che il dolore di altre persone non sembra un grosso problema quando hai assunto paracetamolo. Il paracetamolo può ridurre l’empatia.”

Il co-autore dello studio, il dottor Baldwin Way ha dichiarato:

  • “L’empatia è importante. Se stai discutendo con il tuo coniuge e hai appena assunto paracetamolo, la nostra ricerca suggerisce che ci potrebbe essere meno comprensione nei confronti dei sentimenti del tuo partner.”

I risultati dimostrano che quando si assume paracetamolo si è maggiormente estraniati e insensibili al dolore e alla sofferenza altrui. Questa ricerca solleva importanti domande sull’impatto sociale del paracetamolo.

Quali saranno le conseguenze di una popolazione non empatica?

La riduzione dell’empatia provocata dal paracetamolo solleva preoccupazioni sugli effetti collaterali a livello sociale di ampia portata, considerata anche la grandissima diffusione di questo principio attivo, negli Stati Uniti un quarto della popolazione assume settimanalmente il principio attivo in questione.

Le implicazioni non si fermano ad un affievolimento di un mero sentimento compassionevole fine a sé stesso, l’empatia ha un ruolo sociale di cruciale importanza, la partecipazione emotiva ed il riconoscimento dell’altro sono colonne portanti del nostro vivere in società, nel mondo e per il mondo.

  • “L’empatia per il dolore di altre persone è particolarmente vitale nei processi di rilevanza sociale in quanto regola il comportamento prosociale e antisociale, ad esempio, l’empatia con un’altra sofferenza è considerata un importante innesco di azioni prosociali e allo stesso modo, l’empatia per il dolore di un altro può frenare il comportamento aggressivo.”
    Daniel Batson, sociopsicologo

L’empatia è molto più rivoluzionaria di quello che si può pensare, uno tra i più noti economisti americani, Jeremy Rifkin, vede proprio nell’empatia una possibile soluzione alla crisi globale. Rifkin, parla di “homo empaticus”, proprio per definire un nuovo tipo di umanità protagonista di una nuova era: l’era dell’empatia.

Solo con l’empatia si può superare il tecnocentrismo razionale autoreferenziale dell’era della ragione.

  • I benefici che traiamo dall’empatia sono incalcolabili. Se la natura umana è effettivamente materialista, egoista, utilitarista e orientata al piacere, ci sono ben poche speranze di risolvere il paradosso empatia-entropia.
    Ma se invece la natura umana, a un livello più fondamentale, è predisposta all’affetto, alla comunione, alla socialità e all’estensione empatica, c’è la possibilità di trovare una soluzione che ci permetta di ripristinare un equilibrio sostenibile con la biosfera.
    Un’idea radicalmente nuova di natura umana sta lentamente emergendo e acquistando forza, con implicazioni rivoluzionarie sul modo in cui, nei secoli a venire, interpreteremo e organizzeremo le nostre relazioni sociali e ambientali.
    Abbiamo scoperto l’Homo empaticus.”
    Jeremy Rifkin, economista ed attivista

Riferimenti
1. Dominik Mischkowski, Jennifer Crocker and Baldwin M. Way. From painkiller to empathy killer: acetaminophen (paracetamol) reduces empathy for pain. Soc Cogn Affect Neurosci. 2016 Sep; 11(9): 1345–1353.
2. Batson D. The Altruism Question: Toward a Social-Psychological Answer, Psychology Press, 1991
3. Bonino S. Dizionario di psicologia dello sviluppo, Einaudi, 1994
4. Galimberti U. Dizionario di psicologia, Utet, 1992
5. Rifkin J. La Civiltà dell’Empatia, Mondadori, 2010

Disclaimer: Questo articolo ha solo fine illustrativo e non sostituisce il parere del medico. Non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento. Disclaimer completo

FONTE: Dionidream

 

(ENGLISH VERSION)

According to the Ministry of Health, the best-selling drug in Italy is based on paracetamol, but the painkiller and antipyretic most bought by the Italians may have serious side effects: the data from a study at Ohio State University and the ” The National Institute of American Health (NiH) shows that paracetamol inhibits the feeling of compassion and emotional involvement in the pain and suffering of others, in other words, paracetamol removes empathy.

The most common side effects of paracetamol are related to liver and kidney poisoning, it is enough to think that 10 grams of paracetamol can be lethal; in the United States and the United Kingdom paracetamol poisoning is the most common cause of fulminant hepatic insufficiency .

The study, conducted by Dr. Mischkowski, wanted to analyze a side effect that is still unclear and little discussed (for now), namely the damage that paracetamol causes at relational, emotional and communicative levels.

Paracetamol, in addition to eliminating “physical” pain, also eliminates our perception of the suffering of others, that is to eliminate empathy.

What is Empathy?

The term is en: inside and phatos: pain, with empathy is meant the ability to perceive the pain of the other and the ability to participate and thus to understand the suffering of others.

Empathy has always been the subject of study of various scientific disciplines, from neuroscience to anthropology, passing through psychology and sociology.

  • “Empathy is conceived as the ability to identify with the moods and thoughts of others based on the understanding of their emotional signals, the assumption of their subjective perspective and the sharing of their feelings.”
    Silvia Bonino, psychologist and psychotherapist

 

  • “Empathy is that ability to understand the other beyond explicit communication.”
    Umberto Galimberti, philosopher

Empathy is the wonderful (innate) ability we have to perceive and participate in the sufferings of others, is our way of feeling the other one exists and in his suffering, reflected through our empathic feeling, we feel the pain.

In recognition of the pain of others, as a result, you may (should) initiate processes of

  • solidarity,
  • help,
  • compassion,
  • actions for the good,

and thus overcoming that suffering which, while others know and feel that it may be ours.

Paracetamol anesthetizes our emotions

Dr. Mischkowski’s research is a double blind study conducted by over 200 volunteer university students undergoing several psychological tests that have tested their level of empathy, evaluated according to their greater or minor involvement in painful situations of third. Half a dose of 1,000 mg of paracetamol was administered and the other half a placebo. The results showed that those who had taken paracetamol had less ability to feel the pain of those around them. And that’s not all. The medication is also able to diminish the perception of positive emotions and hence can affect our emotionality. Researchers are now testing ibuprofen to see if the results are the same.

Dr. Dominik Mischkowski states:

  • “Our findings suggest that other people’s pain does not seem a big deal when you take paracetamol. Paracetamol can reduce empathy. “

Co-author of the study, Dr. Baldwin Way said:

  • “Empathy is important. If you are discussing with your spouse and have just taken paracetamol, our research suggests that there may be less understanding of your partner’s feelings.

The results show that when paracetamol is taken, they are most estranged and insensitive to the pain and suffering of others. This research raises important questions about the social impact of paracetamol.

What will be the consequences of a non-empathic population?

The reduction in paracetamol empathy raises concerns about side-effects at a socially wide-ranging level, considering the very wide spread of this active principle, in the United States a quarter of the population takes the active ingredient weekly.

The implications do not stop at the slighting of a mere self-compassionate feeling, empathy has a social role of crucial importance, emotional participation and recognition of the other are the pillars of our living in society, in the world and for the world.

  • “Empathy for the pain of other people is particularly vital in processes of social relevance as it regulates prosocial and antisocial behavior, for example, empathy with another suffering is considered an important trigger for prosocial actions and likewise , empathy for the pain of another can curb aggressive behavior. “
    Daniel Batson, a sociopsychologist

Empathy is far more revolutionary than one can think of, one of the most well-known American economists, Jeremy Rifkin, sees in empathy a possible solution to the global crisis. Rifkin speaks of “homo empaticus”, just to define a new kind of humanity protagonist of a new era: the era of empathy.

Only with empathy one can overcome the rational self-referential technocentrism of the age of reason.

  • “The benefits we gain from empathy are incalculable. If human nature is actually materialistic, egoistic, utilitarian and pleasure-oriented, there is little hope for solving the paradox of empathy-entropy.
    But if human nature, on a more fundamental level, is predisposed to affection, communion, sociality and empathic extension, there is a chance to find a solution that will allow us to restore a sustainable balance with the biosphere .
    A radically new concept of human nature is slowly emerging and gaining strength, with revolutionary implications on how, over the centuries, we will interpret and organize our social and environmental relations.
    We discovered Homo empaticus. “
    Jeremy Rifkin, economist and activist

Riferimenti
1. Dominik Mischkowski, Jennifer Crocker and Baldwin M. Way. From painkiller to empathy killer: acetaminophen (paracetamol) reduces empathy for pain. Soc Cogn Affect Neurosci. 2016 Sep; 11(9): 1345–1353.
2. Batson D. The Altruism Question: Toward a Social-Psychological Answer, Psychology Press, 1991
3. Bonino S. Dizionario di psicologia dello sviluppo, Einaudi, 1994
4. Galimberti U. Dizionario di psicologia, Utet, 1992
5. Rifkin J. La Civiltà dell’Empatia, Mondadori, 2010

 

Disclaimer: This article is only for illustration purposes and does not replace your doctor’s opinion. It is not intended to provide medical advice, diagnosis or treatment.

SOURCE: Dionidream

Read Full Post »

Molti credono che la causa del proprio malessere sia il lavoro, ma trasformarlo in un chiodo fisso lo fa diventare un alibi: ne esci così

Ci scrive Federica:

  • “Faccio un lavoro che non mi piace, non mi sento realizzata. Ma il problema è che non so cosa voglio fare. E sto male, mi dico di non pensarci ma poi ci penso di continuo. Cosa fare quando i pensieri diventano ossessioni?”

Molti pensano che il lavoro sia la causa del proprio star male. Certo, in alcuni casi estremi, ad esempio quando c’è mobbing, è vero. Ma in generale è l’approccio a essere sbagliato: quando stiamo male non è mai per una causa esterna, ma perché siamo come una pianta che non fa il suo fiore. E non dipende dall’esterno ma dal rapporto con noi stessi. Concentrarsi sulle cause per correggerle ci farà solo girare a vuoto: i disagi non hanno cause, hanno invece un destino, un percorso che ci spingono a intraprendere. Del resto se davvero Federica volesse cambiare lavoro l’avrebbe già fatto. Invece rimane lì. Starà forse meglio dicendosi: “Faccio un lavoro che non mi piace, devo fare qualcosa!” e ripetendolo ottanta volte al giorno? No. L’aiuterà a cambiare? No. L’anima non ragiona così, non capisce questo linguaggio. Come puoi dire ai pensieri: “Non venite più»? È come dire a un uomo di stare con te se non vuole starci. impossibile. Non è quella la partita. La vera partita è invece a fare un’altra cosa: stare con te in un modo diverso.

Non devi capire, devi percepire

Il seme della rosa fa la rosa. E se non fa la rosa è una rosa abortita. Il peggio che può capitare. Noi siamo nati per fare qualche cosa che ci caratterizza. Federica è nata per fare Federica. Non un’altra, non una qualsiasi. E Federica deve fare il suo lavoro. Ma come si fa a capire che tipo quale tipo di lavoro fa per noi? Non lo si deve capire, ecco il punto. La rosa non vuole capire com’è fatto il suo seme. Eppure il suo seme sta facendo la rosa. Qualcosa sta facendo Federica. Come? Ad esempio mandando le mestruazioni ogni ventotto giorni. È una cosa di una complessità tale che non si può immaginare: il cervello antico crea Federica ogni ventotto giorni e rifà tutto il femminile. Davvero pensiamo che non sappia trovare il lavoro giusto per lei?

Fai come la ghianda

Come vanno prese allora le decisioni? Senza di te! Tu puoi diventare il vero ostacolo, i tuoi lamenti, i tuoi obiettivi, le tue convinzioni.

  • “Questo lavoro non va bene perché non è abbastanza prestigioso, cosa penseranno di me, forse quell’altro va meglio, ma se poi non sono all’altezza? Se fallisco? Devo sforzarmi! E se non è quello giusto?”.

Così non ne esci più. Una ghianda non chiede il permesso per fare la quercia. La fa. Nessuno spiega all’ape come fare il miele. Nessuno spiegherà mai a Federica come fare Federica.

Nel silenzio, qualcosa sta facendo Federica. La fa! E decide da solo che cosa è funzionale. Di volta in volta. È questa la sua unicità. È solo a questo che deve stare vicina.

Vai alla tua sorgente

C’è una Federica che continua incessantemente a essere creata. Ma qual è? Quella del nucleo che le manda tutti gli stati d’animo, o quella imbrigliata nei dubbi acquisiti dall’esterno? Finché farà stare in campo la seconda, la prima non potrà entrare. Cosa fare allora? Semplice: arrivano i pensieri ossessivi? Percepisco dentro di me che ci sono questi pensieri e li tengo con me. Non li combatto. Facendo così, velocemente sfumano perché la psiche non è statica, è come il vento, un soffio in cui tutto si muove di continuo. Uno stato emotivo ritorna solo se siamo noi a farlo tornare. I pensieri ossessivi diventano invalidanti perché tu non li vuoi. Cosa interessa all’anima? Che tu percepisca. Se lo farai, tuto quello che “ti spetta” arriverà…

FONTE: Riza

 

(ENGLISH VERSION)

Many believe that the cause of their illness is work, but turning it into a fixed nail it makes it an alibi: come out like this

Federica writes:

  • “I do a job that I do not like, I do not feel it. But the problem is I do not know what I want to do. And I’m okay, I say to myself not to think about it, but then I think of it all the time. What to do when thoughts become obsessions? “

Many think that work is the cause of their evil star. Of course, in some extreme cases, for example when there is mobbing, it is true. But in general it is the approach to be wrong: when we are bad it is never for an external cause, but because we are like a plant that does not make its flower. And it does not depend on the outside but from the relationship with ourselves. Focusing on the causes to correct them will only make us turn empty: the inconveniences have no cause, they have a destiny, a path that drives us to undertake. Besides, if Federica really wanted to change her job, she would already have done so. Instead she stays there. Will perhaps be better off saying, “I do a job I do not like, I have to do something!” And repeating it eighty times a day? No. Will it help you to change? No. The soul does not understand that, it does not understand this language. How can you say to the thoughts, “Do not come anymore”? It’s like telling a man to stay with you if he does not want to be with you. impossible. That’s not the game. The real game is instead doing another thing: to be with you in a different way.

You do not have to understand, you have to perceive

The rose seed makes the rose. And if it does not make the rose is an abortion pink. The worst that can happen. We were born to do something that characterizes us. Federica was born to do Federica. Not another, not any one. And Federica has to do her job. But how do you know what kind of job fits us? You do not have to understand, here’s the point. The rose does not want to understand how her seed is made. Yet her seed is doing the rose. Something is doing Federica. As what? For example, sending menstruation every twenty-eight days. It is a thing of such complexity that one can not imagine: the ancient brain creates Federica every twenty-eight days and reshapes all the feminine. Do we really think we can not find the right job for her?

Do as the acorn

How can decisions be made? Without you! You can become the real obstacle, your laments, your goals, your convictions. “This job is not good because it is not quite prestigious, what do they think of me, maybe that other one is better, but if I’m not up to it? If I fail? I have to strive! And if that is not the right one? ” So you do not leave it anymore. An acorn does not ask for permission to make oak. It does. No one explains how to make honey. Nobody will ever explain to Federica how to do Federica.

In silence, something is being done by Federica. Do it! And she decides what’s functional. From time to time. This is his uniqueness. It’s just that he needs to be close.
Go to your source

There is a Federica that continues unceasingly to be created. But which? That of the core that sends you all the moods, or that harnessed in the doubts acquired from the outside? As long as the second one is in the field, the first one will not be able to enter. What to do then? Simple: are obsessive thoughts coming? I perceive within myself that there are these thoughts and keep them with me. Do not fight them. By doing so, they quickly fade because the psyche is not static, it is like the wind, a breath in which everything moves constantly. An emotional state returns only if we are to make it come back. Obsessive thoughts become disabling because you do not want them. What’s the matter with the soul? That you perceive. If you do, whatever you “will” will arrive …

SOURCE: Riza

 

Read Full Post »

Older Posts »